Nelle ore successive alla schiacciante vittoria del NO nel Referendum costituzionale, si è scatenata l’ira degli sconfitti con una serie d’invettive che talvolta hanno rasentato l’anti-mediridionalismo (leggasi Chicco Testa).

Non sono mancate le accuse a più ripresa di populismo e fascismo nei confronti della variegata galassia che componeva il fronte del NO, per la sola ragione che forze dell’estrema destra (Casa Pound) si siano poste in contrasto con la riforma della Costituzione. E’ utile precisare come i primi comitati costituiti in tutta Italia contro la suddetta riforma siano stati promossi dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) e dall’associazione Libertà e Giustizia, e non risulta che tali soggetti abbiano mai avuto alcuna simpatia per qualsiasi movimento di destra.

Il Referendum ha rappresentato quindi l’ennesima occasione per squarciare il velo d’ipocrisia che avvolge l’establishment politico-culturale del nostro Paese.

Lavoratori, giovani, persone con un reddito basso, disoccupati. Sono loro che hanno permesso al NO di trionfare trasformando, in parte, il voto sul futuro della nostra Costituzione in un referendum anti-establishment e anti-sistema.

Questo è il dato che emerge dalle varie analisi del voto distribuito in tutte le province d’Italia: i giovani under 34, laureati e non, hanno votato contro la riforma con percentuali bulgare che sfiorano l’81%. Dato allarmante per un Premier la cui narrativa “modernista” era rivolta principalmente ai “millenials” . Insieme ai più giovani si uniscono gli italiani con i redditi più bassi e con istruzione più elevata – a volte le due categorie coincidono perfettamente – che al 71% hanno sbarrato il NO, a fronte di un 53% di chi vive in una condizione medio-alta. Aspetto ancor più significativo per un Partito che imperterrito continua a definirsi di sinistra, è quel 73 e 64% di NO che arriva da disoccupati e lavoratori dipendenti – un tempo li avremmo chiamati operai – secondo i dati forniti dalla società SWG. A premiare la riforma sono stati prevalentemente i pensionati over 65, zoccolo duro di quell’elettorato di sinistra che ha fedelmente attraversato le varie evoluzioni, o involuzioni a seconda dei punti di vista, del Partito Comunista Italiano.

Se le rilevazioni su base demografica ed economica puniscono pesantemente l’operato dell’ormai ex Governo Renzi, il dato geografico che arriva dalle regioni meridionali equivale ad una condanna senza appello: in Puglia, Campania, Sicilia e Calabria il NO si attesta intorno al 70%. E’ il risultato pluridecennale di provvedimenti legislativi all’insegna della penalizzazione di un Sud relegato a serbatoio elettorale da cui attingere risorse, e dei suoi cittadini trattati come italiani di serie C. Le faraoniche e ingannevoli promesse del passato, dalla Salerno-Reggio Calabria al Ponte sullo Stretto, non attecchiscono più.

Discorso inverso per il SI: trionfante tra i ceti benestanti che dalla crisi e dalle misure liberiste di Renzi hanno tratto vantaggio, e nei centri delle grandi Città (Milano su tutte) non soggette al degrado delle periferie.

Questo è il Paese reale che nessuna narrazione politica ha saputo narrare. Ma cosa ci dicono, nel concreto, queste percentuali? Che il tempo della verità alterata dei media di informazione è finito. Le ricette salvifiche del “mercato” si sono rivelate fallimentari e le vittime sacrificali si sono scagliate contro nella prima occasione utile. Non vedere la tragedia che sta travolgendo le classi meno abbienti e il tanto decantato ceto medio equivale a chiudere gli occhi dinanzi alla realtà rifugiandosi in un mondo parallelo.

La bocciatura della riforma costituzionale è, in larga parte, la bocciatura delle politiche antipopolari del Governo Renzi (Jobs act, buona scuola, salva banche ecc…) legato agli interessi dell’Unione Europea. Gli spot e le slide, i tweet e le battute denotano la lontananza dalle reali esigenze del popolo italiano di un Presidente del Consiglio che aveva iniziato la sua ascesa politica nel nome della rottamazione della “Casta”, finendo nell’abbraccio mortale dell’alta finanza.

Se è innegabile che molti italiani hanno voluto dare un segnale politico col voto referendario, è altrettanto innegabile che una parte non indifferente dell’elettorato – circa il 54% secondo le stime di QuorumSasun – ha votato per principio in difesa della Costituzione, senza seguire l’indicazione di nessun leader. Anche questo è un dato che la politica non dovrebbe sottovalutare:  se da un lato gli elettori “di principio” non sono inquadrabili in nessun schieramento politico e quindi liberi di posizionarsi di volta in volta, dall’altro invece cade il mito di coloro che vorrebbero i sostenitori del NO come pedine nelle mani di Salvini, di Grillo, di Berlusconi e dell’estrema destra.

La cruda verità ci dice che quel 69% che ha bocciato la riforma, non ha rappresentanza politica. Se non saranno le forze progressiste e di sinistra a intercettare il malcontento dilagante, con proposte di chiara matrice socialista in antitesi al rigore liberista, ci penseranno la Lega Nord e il M5S.

Antonello Tinelli

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