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zaia veneto referendum

Mentre in Catalogna si consuma lo scontro tra secessionisti catalani e unitaristi spagnoli, come già saprete domenica 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terrà un referendum consultivo, indetto dalle regioni interessate, che ha come tema una maggiore autonomia (fiscale soprattutto) del territorio.

Ovviamente, essendo consultivo, il referendum non ha alcun valore legale per lo Stato centrale, ma tuttalpiù potrà valere come sondaggio. Più probabilmente, l’esito referendario servirà alla Lega Nord per contare i voti delle sue due roccaforti principali in vista delle assai prossime elezioni politiche.

Noi ne approfittiamo per fare alcune considerazioni sul tema dell’autonomia.

Un po’ di Storia…

Inutile ribadire che la storia della nostra Italia, diversamente dal caso spagnolo, è assai recente e pertanto, da questo punto di vista le istante federaliste, autonomiste e perfino quelle secessioniste potrebbero avere una certa legittimità.

Tuttavia è singolare notare che questi sentimenti identitaristi non partano dal Sud, che è stato annesso al Regno d’Italia per conquista ed ha subito, oltre alla repressione contadina passata alla storia col nome di “brigantaggio”, anche tutte le conseguenze negative dell’Unità e dell’amministrazione centralizzata: impoverimento, disoccupazione, emigrazione, criminalità e via dicendo.

Questi sentimenti nascono invece laddove, ci riferiamo soprattutto alla Lombardia,  nel 1848 è iniziata la prima guerra d’indipendenza italiana e che ha fatto parte di un “Regnum Italie”, andando a ritroso, da Napoleone, al Sacro Romano Impero, ai Longobardi (i quali forgiarono la “Corona ferrea” dei Re d’Italia), fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e con Odoacre a cui veniva attribuito anche il titolo di “rex Italiae“.

Concludendo il breve excursus possiamo affermare con certezza che l’Italia è tale perché longobarda, perché lombarda, perché padana.

La questione settentrionale: fondamento o suggestione?

È proprio la presenza del Meridione e di tutti i problemi che si sono presentati dopo l’unificazione italiana a far sorgere questi sentimenti separatisti nelle regioni del Nord.

Banalmente poi, tutto parte da una questione di soldi: il Sud è visto come una zavorra, un territorio abitato da fannulloni, da mafiosi e da ladri statali che campano con le tasse pagate dagli onesti lavoratori del Nord.

Il pregiudizio ha certamente un fondamento di verità perché è innegabile che la classe dirigente meridionale e la clientela che gli ruota attorno ha prosperato dei finanziamenti a pioggia dello Stato italiano e non ha cercato uno sviluppo territoriale genuino. Anzi, più soldi arrivavano e più crescevano corruzione, clientelismo e parassitismo.

È anche vero però che lo stesso Nord è cresciuto grazie all’immigrazione di tante famiglie di lavoratori onesti che partiti dal Sud, sono andati a lavorare nei poli industriali del Nord. Oggi, le seconde e terze generazioni di quelle famiglie di emigranti sono pienamente integrate nel tessuto socio-economico padano, sono cittadini onesti, alcuni di loro occupano perfino posti di rilievo nelle aziende e probabilmente molti di essi sono iscritti o semplicemente votano e voteranno per la Lega Nord durante i periodi elettorali presenti e venturi.

Nord e sud come est e ovest in Germania: una questione monetaria

Considerato tutto questo, e come abbiamo già detto più e più volte, la verità è che il divario Nord-Sud e tutti i problemi ad esso legati costituiscono un problema strutturale che appartiene al nostro Paese, ma non solo. Più in generale esso è un problema che investe tutti gli  Stati moderni: lo stesso identico problema lo si nota in Spagna con i fatti catalani; lo stesso problema esiste tra Ovest ed Est Germania a partire dalla riunificazione…

Quando due o più aree economiche non omogenee vengono unificate economicamente e politicamente non hanno un destino comune: l’area più sviluppata crescerà e prospererà sempre di più, mentre l’altra sarà destinata inevitabilmente al declino economico e sociale.

Con l’annessione del Sud, così come avvenuto con la Germania Est, tutto il sistema politico, amministrativo e economico del Nord si è trasferito al Sud da un giorno all’altro.

Il valore della moneta comune, la Lira nel nostro caso, era una media tra i rapporti di forza tra le varie aree economiche presenti nel nostro Paese: se l’economia del Nord valeva 8 e quella del Sud valeva 4, il valore della Lira risultava essere  di 6, cioè era svalutata per il Nord e sopravvalutata per il Sud. Grazie a questa, le aziende del Nord oltre a riuscire ad esportare in tutta Europa e nel resto del mondo, riuscirono anche a egemonizzare il mercato interno, vendendo i loro prodotti anche al Sud, che grazie a una moneta sopravvalutata vedeva questi prodotti economicamente più convenienti rispetto a quelli prodotti in loco.

I trasferimenti fiscali non sono il male assoluto

Per sopperire a tutto questo, fu necessario prevedere un sistema di trasferimenti fiscali dal Nord verso il Sud, che in teoria dovevano andare a finanziare investimenti e sviluppo nel Meridione. In realtà aumentarono ancora di più i problemi perché i finanziamenti a pioggia hanno lasciato un Sud sussidiato, tenuto in mano da una classe dirigente certamente inetta e corrotta e che sopravvive grazie alle clientele e ai favori elettorali.

Dall’altro lato, però, gli stessi trasferimenti fiscali sono andati ad avvantaggiare le aziende del Nord. Dove erano le grandi aziende e i poli produttivi che potevano farsi carico dello sviluppo infrastrutturale e economico del Meridione, se non al Nord? La tanto bistrattata Cassa per il Mezzogiorno ha fatto lavorare e arricchire anche e forse soprattutto il Nord.

Dalla metà degli anni ’90 questi trasferimenti fiscali sono stati a mano a mano ridotti e le divergenze sono aumentate.

E’ innegabile anche che i trasferimenti fiscali non potevano durare in eterno e che la situazione a lungo andare sarebbe diventata insostenibile.

L’Euro ha messo il dito nella piaga

Con l’avvento dell’Euro, poi, la situazione si è complicata perché oltre a far fronte a queste necessità strutturali, l’Italia si è ingabbiata nelle regole di bilancio europee, nei patti di stabilità e nel pareggio di bilancio in costituzione. A ragione, la regione Lombardia lamenta un residuo fiscale (cioè la differenza tra le tasse pagate dai lombardi e quanto lo Stato centrale restituisce) di 54 miliardi annui, un po’ come noi in questi anni abbiamo giustamente lamentato il fatto che l’Italia partecipa come contributore netto al bilancio UE senza ricavare nulla di buono dalla nostra appartenenza all’Unione.

Tuttavia, le soluzioni che fino ad oggi la Lega Nord ha proposto non sono state affatto risolutive ed anzi, spinte proprio dal principio del “Prima il Nord”, hanno fatto sì di ridurre e interrompere i finanziamenti allo sviluppo del Sud, lasciando il Meridione al suo inesorabile destino.

E’ il caso, ad esempio, del cosiddetto federalismo fiscale, che voleva promuovere una maggiore responsabilizzazione delle classi dirigenti del Sud e degli imprenditori attraverso la sospensione dei finanziamenti dallo Stato centrale, facendo affidamento solo sulle risorse locali (leggasi aumento della tassazione) e sul rigore finanziario di bilancio (leggasi tagli di spesa e servizi).

Dal 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione e poi dal 2009 con l’approvazione dei decreti legislativi sul federalismo fiscale durante gli anni dell’ultimo governo Berlusconi, il federalismo finanziario di stampo padano è andato di pari passo con l’introduzione nel nostro ordinamento statale delle regole di bilancio e dell’austerità europea che ora Matteo Salvini giustamente critica e vorrebbe eliminare.

Il Sud sta al Nord come l’Italia sta alla Germania…

Proprio i due governi regionali leghisti e i due attuali governatori di Lombardia e Veneto, Maroni e Zaia, oltre che alle proprie capacità e bravura, fanno le proprie fortune politiche ed elettorali grazie a questo sistema. E’ logico che questi vogliano che le tasse dei lombardi e dei veneti rimangano sul territorio: una maggiore disponibilità di risorse migliorerebbe ancora di più il loro già ottimo governo. Non c’è nulla di male in questo.

Tuttavia, lo stesso fallimento del Sud può essere usato dai governatori del Nord per il proprio interesse elettorale e per dimostrare la propria capacità amministrativa. I governatori padani possono quindi apparire i più bravi, puntando il dito sull’inettitudine dei governanti del Sud e su questo poi chiedere il voto alle elezioni. Da questo punto di vista c’è tutto l’interesse della vecchia guardia leghista che governa a promuovere un tipo di autonomia fiscale o di federalismo fiscale che auspica al rigore dei conti e alla chiusura dei rubinetti del finanziamento.

È paradossalmente lo stesso discorso che Angela Merkel fa con gli italiani, i greci, gli spagnoli, i portoghesi fannulloni e spendaccioni. E su questo poi basa i suoi successi elettorali.

 

Immaginate per un momento che Zaia e Maroni non siano i governatori regionali di Veneto e Lombardia, ma di due regioni meridionali tipo Calabria e Basilicata. Credete che, pur con tutta la loro buona volontà e bravura come amministratori, possano ottenere gli stessi successi di gestione che ottengono nelle loro regioni di competenza? Forse sarebbero meglio di un Pittella ma i problemi strutturali, a condizioni immutate di risorse, resterebbero tutti gli stessi.

Autonomia e Federalismo da soli non sono sufficienti

Chiunque andrà al voto e leggerà il quesito dei due referendum consultivi sarà felice di votare per una maggior autonomia e per fare in modo che le tasse pagate rimangano sul territorio. Chi non lo vorrebbe? Anche chi sta scrivendo in questo momento voterebbe sì a una domanda simile.

Ben vengano quindi gli identitarismi, l’amore per la propria terra, la riscoperta della propria storia, cultura, lingua e folclore. Ben venga pure lo sventolio delle bandiere antiche, come quella col Leone di San Marco, o quella asburgica del Lombardo-Veneto e pure quella del Regno delle Due Sicilie.

Ben vengano anche i sogni di federalismo e di autonomia amministrativa e fiscale.

Ma preoccupiamoci anche del come realizzare questi progetti. Ricordiamoci che, volente o nolente, l’Italia esiste e le sorti delle singole regioni, quelle del Nord come quelle del Sud, vanno di pari passo con il destino e il successo della Nazione tutta.

Per cui, qualunque sia l’organizzazione futura del nostro Paese, essa deve porsi l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e la prosperità di tutti i territori e di tutte le regioni che lo compongono.

Federalismo e autonomia dovranno stare bene a tutti e dovranno andare a vantaggio di tutti, non solo di alcuni. Per far questo sarà necessario pensare a un superamento del sistema dei trasferimenti fiscali che non dovrà ridursi alla chiusura dei rubinetti del finanziamento statale e al rigore finanziario, ma dovrà garantire al Sud le risorse economiche necessarie agli investimenti, unito a una maggiore responsabilizzazione dell’imprenditoria e della classe politica locale, le quali dovranno essere loro stessi artefici dello sviluppo del Meridione, usufruendo di tutti i mezzi e di tutte le risorse di cui necessitano.

Se tutto questo dovrà essere raggiunto attraverso il rigetto delle regole e dell’austerità europea e attraverso il recupero di tutta la capacità di spesa di cui uno Stato sovrano dispone o attraverso l’adozione di due monete, una per il Nord e una per il Sud, come propone Claudio Borghi Aquilini, attualmente responsabile economico della Lega Nord, riprendendo un’idea che circolava in Italia già negli anni ’80 del secolo scorso, non è compito di questo articolo spiegarlo. Tuttavia è giusto cominciare a pensare a soluzioni e alternative rispetto al sistema attuale.

Salvini ha il polso della leadership?

Matteo Salvini, attuale segretario federale della Lega Nord, intenzionato a candidarsi come futuro Presidente del Consiglio di questo Paese, tenga presente tutto quello che fin qui abbiamo detto, utilizzi i risultati di domenica come può fargli più comodo, ma stia attento che dopo il voto dei due referendum, la vecchia guardia leghista del “prima il Nord” non riesca ad imporre un cambio di obiettivi politici al partito interno, con il ritorno al bossismo, cancellando tutto quanto di buono è stato detto e fatto dal nuovo corso, da quando lui è alla guida della Lega.

Ai lombardi e ai veneti, autoctoni e acquisiti, che domenica si recheranno alle urne rivolgiamo i nostri auguri di buon voto.

Marco Muscillo

UN COMMENTO

  1. La storia della nostra Italia non mi pare affatto recente, tutt’altro. Diciamo che è relativamente recente la riunificazione dell’Italia che è un’altra cosa. E comunque il separatismo-indipendentismo leghista non mi pare nato a seguito dell’Unità d’Italia, ma a molta distanza da questa, nel secondo dopoguerra, alimentato dalla crisi identitaria generalizzata che ha fatto seguito alla tragica sconfitta del ’45. Io ho vissuto tanti anni in Veneto e posso dire che erano 4 gatti. Non hanno mai oltrepassato una certa soglia numerica, erano comunque di più in Lombardia, e a un certo punto stavano anzi per sparire, ma poi i disastri degli ultimi governi hanno portato nuovamente acqua al loro mulino: c’è ancora chi crede a quel che dicono. Maroni è da anni il presidente della regione Lombardia e la Lombardia ha il 20% di immigrati. Per non parlare dei trattati europei che hanno firmato con il governo Berlusconi e fingono li abbia firmati solo la sinistra, come quello degli insetti sulle nostre tavole che diventeranno legali dal 1 gennaio 2018.
    Con l’amministrazione centralizzata l’Italia era diventata la quinta potenza industriale del pianeta, aveva annientato l’impero asburgico ed era entrata nel Mediterraneo.
    Adesso, con queste sardine che si credono balene stiamo scivolando verso il completo declino, e il vuoto culturale e di valori portato dalla Lega lo dimostra. Provi a fare un discorso storico e se ne accorgerà. Anche se vedo che anche lei, nonostante sia nato a Matera, patria di uno tra i più illustri padri del nostro Risorgimento, ripete le tesi dei neoborbonici, parenti collaterali dei leghisti.

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