L’ avventura politica di Matteo Renzi evoca, per certi aspetti, quella narrata nel fanta-horror “La Cosa” (1982),un cult del genere, considerato tra i film più paurosi in assoluto, del regista John Carpenter, dove si trattava di un manipolo di ricercatori di una base scientifica americana in Antartide, alla prese con una forma di vita extraterrestre, precipitata sulla Terra, che aveva la facoltà di assumere le sembianze degli esseri con i quali veniva a contatto per distruggerli dall’ interno, mutando continuamente aspetto. Per gli uomini della base il problema diventava allora lo scoprire di quale corpo l’alieno si fosse di volta in volta impadronito. Ciò sviluppava nel gruppo un forte senso di paranoia. In effetti anche la vicenda di Matteo Renzi dimostra come il suo innesto nel serpentone metamorfico da cui è scaturito infine il PD (la cui base elettorale per lungo tempo è restata quella degli aderenti all’ ex-PCI), fino a diventarne segretario per lanciarsi immediatamente dopo verso la guida del governo nazionale, costituisca un fenomeno terrorizzante e senza paragoni nella storia dell’ Italia repubblicana. Per capirci qualcosa , è indispensabile partire ricordando (lo facciamo in poche righe perché i dati sono per l’ essenziale noti) i suoi trascorsi giovanili nell’ ambito dello scoutismo cattolico, l’ ammirazione per l’ ex-sindaco democristiano di Firenze Giorgio La Pira (cui dedica la tesi di laurea), i tentativi imprenditoriali come coordinatore del servizio di vendita del quotidiano La Nazione sul territorio fiorentino con la diretta gestione degli strilloni, nonché come distributore di volantini ed elenchi del telefono, in una società di proprietà della sua famiglia, irrobustita nella liquidità dalla vincita di 48 milioni di lire proveniente  dalla partecipazione dello stesso Matteo a cinque puntate consecutive del quiz televisivo di Mike Bongiorno La ruota della fortuna, nel 1994, su uno dei canali Mediaset. E soprattutto è da tenere a mente la carriera politica della giovane promessa, a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, interamente nell’ ambito del cattolicesimo politico erede della fu “sinistra democristiana”. Dapprima nel  Partito Popolare Italiano, di cui diventa, nel 1999, segretario provinciale, poi ne La Margherita, della quale nel 2001 Renzi viene chiamato a guidare la sezione fiorentina e, nel 2003, a ricoprire il ruolo ancora di segretario provinciale. Infine, dopo essere stato tra il 2004 ed il 2009 presidente della Provincia di Firenze e poi dal 2009 sindaco del capoluogo toscano, la scalata al vertice del PD, in nome del “movimento dei rottamatori” nato dalle convention all’ americana, da Renzi stesso ideate ed organizzate, dette “Leopolde”. Il tutto grazie ad un sistema di finanziamenti privati che presenta ad oggi zone opache ed enigmi inquietanti. Nulla dunque, in Renzi, rimanda a quella che una volta si sarebbe detta “la tradizione delle sinistra” italiana, benché lo spregiudicato uomo politico provenga proprio dalla regione “rossa” per antonomasia, così come la maggior parte dei suoi collaboratori siano toscani o arrivino dall’ Emilia-Romagna (l’ altra regione “rossa” per eccellenza). Eppure fin dal 2012 Silvio Berlusconi aveva dichiarato: «Renzi porta avanti le nostre idee, sotto le insegne del PD». Renzi smentì, ovviamente. Ma ciò che è successo e continua a succedere da quando è divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri conferma la veridicità (almeno per una volta) dell’ affermazione del capo di Forza Italia. E qui, appunto, sorge un altro mistero. Nel corso del mese di luglio sono state rese note alcune analisi di vari istituti demoscopici sulla scomposizione delle intenzioni di voto per fasce di età ed occupazione, riepilogate in un interessante articolo di Marco Faraci sul sito stradeonline. E’ significativo, in particolare, il profilo del Partito Democratico. Esso è accreditato finora attorno al 35% (punto più, punto meno) dei consensi, percentuale che, però, sale al 45,1% tra gli elettori che hanno più di 60 anni ed al 47,5% tra i pensionati. A questo “zoccolo duro”, si aggiungono le categorie degli impiegati pubblici e privati, nonché dei dirigenti e degli imprenditori, comprese nella fascia 45-59 anni. Nonostante il modernismo tanto sbandierato dal Fonzie toscano, il partito di Renzi convince invece solo il 27% di coloro che si trovano nella fascia 30-44 anni, il 28% dei disoccupati ed appena un 15% degli operai. Osservando questi dati appare quindi evidente come l’attuale partito di maggioranza relativa abbia rappresentato finora principalmente quelle fasce del paese che hanno conseguito una certa stabilità economica: chi ha uno stipendio fisso, come i dipendenti pubblici ed i privati a tempo indeterminato; chi percepisce una pensione (quasi sempre calcolata con il retributivo), oppure è anagraficamente abbastanza vicino al traguardo e chi, nel mercato del lavoro, ricopre posizioni di élite. Insomma, quello che da taluni critici viene definito il “ceto medio semicolto”. Ma se si considera il PD un partito di “sinistra socialista democratica europea” (schieramento di cui fa parte peraltro nel Parlamento della UE), ebbene bisogna concludere che tale “sinistra” non rappresenta più le “fasce deboli”, al contrario è l’ espressione politica di chi “ormai ce l’ha fatta” a raggiungere un minimo di stabilità in un contesto socio-economico sempre più caratterizzato dalla precarietà e dalla dispersione indotte dal liberismo imperante. Tutto ciò a conferma- per inciso- di come le categorie novecentesche di “destra” e “sinistra” risultino inadeguate a comprendere la fase storica che l’ Italia sta vivendo. E’ interessante notare, peraltro, come le cosiddette “fasce deboli” non siano rappresentate nemmeno dall’ “altra” sinistra, quella per intenderci di SEL, della lista Tsipras, dei vari raggruppamenti residuali di ispirazione comunista. In questo ambito, infatti, SEL- l’ unica forza in tale area di una certa consistenza osservabile in base ai risultati ottenuti nelle ultime tornate elettorali- raccoglie un 4,5% tra gli operai, appena un 3% tra i disoccupati, mentre risulta al 6,5% tra i dipendenti pubblici ed al 6,7% tra gli studenti, che non hanno ancora provato il mondo del lavoro. In questo caso non è tanto questione di “tramonto delle ideologie”, quanto piuttosto di memoria delle connivenze dell’ “altra” sinistra, una volta definita “estrema”, dal 1996 in poi, con i governi di “liberismo ben temperato” guidati da Prodi. Ma allora chi rappresenta attualmente, a livello elettorale almeno, i “non garantiti”, gli operai, i disoccupati, i giovani (considerando la “giovinezza”, data la distorta condizione sociologica in cui versa il nostro Paese, un’ età biologicamente smisurata, ossia compresa tra i 18 ed i 40 anni) ?  Se i sondaggi dicono il vero, la risposta sembra chiara. Tra gli operai il Movimento 5 Stelle è al 34,5% e la Lega Nord al 23,0%. Tra i disoccupati i grillini sono al 27% ed i leghisti al 15% e questi stessi due partiti riscuotono un grande successo anche tra autonomi ed artigiani, cioè presso quelle categorie esposte alla crisi praticamente senza ammortizzatori sociali. Anche i dati dei sondaggi per fasce di età consolidano questa interpretazione. Sia il Movimento 5 Stelle che la Lega toccano infatti il loro apice tra gli elettori dai 30 ai 44 anni, cioè tra coloro che si schiantano quotidianamente contro la situazione drammatica del mercato del lavoro italiano. Tra i minori di 30 anni tale elemento è meno netto, probabilmente perché buona parte degli appartenenti a questa fascia sono ancora inseriti nel sistema d’ istruzione nazionale (scuole secondarie superiori ed università). Ciò che un tempo veniva chiamata “lotta di classe” si trasfigura qui da noi oggi, dunque, sul piano elettorale, nel bipolarismo tra quelle che i commentatori dei mass-media asserviti al potere e la casta dei Palazzi del potere definiscono- altezzosamente- “politica” e- sprezzantemente- “antipolitica”.  C’è insomma un’ Italia che ancora in qualche modo riesce a cavarsela e che sente di avere molto più da perdere che da guadagnare dagli “avventurismi”. Questa Italia ha votato, fino alle Europee del maggio 2014, in larga maggioranza per il Partito Democratico e per Renzi. L’altra Italia, l’Italia dei “non garantiti”, premia invece l’ “antipolitica” ed i due partiti che più di tutti la incarnano, cioè il M5S e la Lega. Il voto ad essi esprime un grido di cittadini che, prima ancora di avere chiaro un progetto complessivo, non vogliono permettere che le cose continuino ad andare avanti come sono andate fino ad oggi.  Alcune riflessioni si impongono però dopo i primi interminabili 18 mesi del governo Renzi, nato dalla congiura di Palazzo- di cui ben si conoscono le origini, anche se non i dettagli inconfessabili- del febbraio 2014. Innanzitutto la composizione sociale ed anagrafica del voto al PD apre alcuni interrogativi rilevanti sul futuro del prepotente Don Rodrigo toscano e dei “bravi” esecutori delle sue volontà. L’ aspirazione dell’ elettorato “democratico” non era certo quella di introdurre innovazioni liberiste che stravolgessero lo Stato sociale costruito in oltre mezzo secolo di storia nell’ Italia repubblicana, mettendo a repentaglio finanche le ultime garanzie ancora esistenti di protezione dei lavoratori, bensì quella di affrontare la crisi attraverso soprattutto una lotta più decisa all’ evasione fiscale e senza abbandonare i classici cavalli di battaglia della “Questione Morale” e della “Buona Amministrazione” con annesso appoggio della magistratura nella lotta contro la corruzione dilagante. La straordinaria accelerazione in senso liberista impressa nel corso di un anno e mezzo da Renzi e dai suoi accoliti, che hanno implementato una serie di “riforme” pesantissime (Jobs Act, scuola, Pubblica Amministrazione, Senato, Province, RAI, libertà di stampa) ed altre ne vorrebbero implementare (fisco) in ogni settore chiave senza aver ricevuto, appunto, nessun mandato elettorale in tal senso, quali reazioni susciterà presso il cosiddetto “ceto medio semicolto” che aveva votato PD, dagli insegnanti, agli impiegati pubblici, ai pensionati, nel momento in cui perfino i collanti dell’ antifascismo e dell’ antiberlusconismo appaiono irrimediabilmente consunti per evidenti ragioni cronologiche ed anagrafiche? Quale effetto avranno gli scandali che si susseguono e vedono come protagonisti a livello locale i gruppi dirigenti del PD, con annesso crollo dei miti della “Questione Morale”, della “Buona Amministrazione” e della “Diversità Antropologica” rispetto alla “destra corrotta”? Sembrerebbe quasi che Renzi si prepari a fronteggiare la prevedibile emorragia di consensi alle prossime elezioni generali, siano quando siano, puntando  al prosciugamento di quell’ area “moderata” dove il PD non incontra più alcuna reale concorrenza, con il vergognoso squagliamento di Scelta Civica, la riduzione ai minimi termini dell’area Casini- Alfano e la connivente consunzione di Forza Italia. Renzi- La Cosa trasformerà infine così il PD stesso nell’ opzione “tranquilla” a disposizione di un elettorato autenticamente liberista, privo di remore morali e reazionario? E’ tutto da vedere- ammesso che l’ operazione vada in porto- se ciò gli consentirà di ottenere ancora la “maggioranza”. Anche perché il successo della Lega Nord e del Movimento Cinque Stelle nel rispondere, a modo loro, alla richiesta di aiuto e di vendetta dei “senza rete” è la fotografia del fallimento più totale del liberismo italiano a livello di consenso popolare. La parte esclusa del Paese pare infatti schierata, quasi in toto, a sostegno di posizioni “anti-mercato” e di rivalutazione del ruolo dello Stato in economia e nei settori strategici della vita associata.

FILIPPO RONCHI

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