Qualcuno aveva annunciato battaglia. Il New York Times titolava: “L’italia spinge per un posto al tavolo del potere UE”. Qualcun altro si aspettava maggiore chiarezza, e qualche punto fermo in più. Purtroppo il vertice Renzi-Merkel – un colloquio di un’ora e mazza – si riduce alle solite strette di mano, sorrisi di cortesia e alla conferenza stampa rituale dove si gioca a chi elude meglio le domande dei giornalisti. Qualche endorsment reciproco sulle riforme e le prese di posizione sulla tutela di Schengen e poco altro.

Le scintille promesse, a distanza, su quei 17 miliardi ballerini di deficit aggiuntivo previsti dalla legge di stabilità che preoccupano tanto il ministro Padoan, sono state spente sul nascere. Infatti sulla flessibilità e su come reperire le risorse per i 3 miliardi di aiuti europei per la crisi migratoria promessi alla Turchia, la Cancelliera tedesca ha risposto pacatamente che “spetta alla Commissione decidere”. Renzi vorrebbe fossero presi dal bilancio dell’Unione o scomputati dal patto di stabilità, ma poche chiacchiere, la risposta della Merkel è lapidaria. Così la frecciatina del premier, non poteva che essere rivolta di nuovo a Junker, proseguendo nella polemica a distanza delle scorse settimane. Per il Presidente del Consiglio infatti “la flessibilità è una condizione necessaria dell’accordo che ha portato all’elezione di Juncker, io non ho cambiato idea sulla flessibilità, spero che non lo abbia fatto Juncker”.

I dossier più scottanti rimangono, ancora una volta, tutti sul tavolo. E come al solito alla politica si preferisce la retorica, che riparte in grande stile anche oggi da Ventotene, dove Renzi e il ministro Franceschini si sono recati per onorare le radici intellettuali dell’Europa unita. “Da qui vogliamo dire con decisione e tenacia che ci vuole distruggere Schengen vuole distruggere l’Europa, e noi non glielo permetteremo”, o “l’Europa non può essere solo un grigio dibattito tecnico sui vincoli ma deve tornare a essere un grande sogno”, riecheggiava stamane nell’isola in cui vennero confinati, tra i tanti oppositori del regime fascista, Pertini e Spinelli.

Il problema più grande di quest’Europa indolente, che appare di giorno in giorno sempre più inadeguata a dare risposte alle questioni in agenda, rimane la politica. Sembra una storia già scritta. Per questo ibrido istituzionale anche i problemi più semplici finiscono per diventare un emergenza potenzialmente catastrofica. Che siano i conti ellenici, un’ondata di profughi, le banche italiane o l’inflazione asfittica, tutto sembra ingigantirsi e diventare qualcosa di inestricabile.

Mediare tra i diversi interessi in gioco – nazionali e non – sembra una missione impossibile per l’Unione Europea. Il famoso “gigante dai piedi d’argilla”. Il motore di quest’Europa che dovevano essere le grandi famiglie politiche, popolari e socialisti – ormai un’indistinguibile grande-coalizione permanente -, non sembrano avere la forza politica per reggere queste istituzioni, fatalmente catturate dalla supremazia del mercato. L’impotenza della politica viene esaltata proprio dal martellante uso della retorica europeista. Sono anni che l’unica risposta possibile all’immobilità comunitaria è “ci vuole più Europa”.

Proprio quest’utilizzo ossessivo del mantra europeista è la misura della marginalizzazione della politica a livello europeo, il metro della sconfitta di quelle grandi famiglie politiche, ormai incapaci di proporre vere riforme, e iniziative reali che abbiano una consistenza diversa da quella dei sogni. Ancora una volta lo scarto tra Ventotene, isola dell’utopia, e Bruxelles, arena di veti e incomprensioni, è quello che passa tra l’ideale europeo e l’Europa reale; quella della disoccupazione, della deflazione, della crescenti divari regionali e delle ineguaglianza sociali. E l’opposizione politica ad una grande impalcatura burocratica – che l’assenza di leadership e di accountability democratica ha sempre più allontanato dalla cittadinanza – al cui vertice siedono tecnocrati, non può che assumere la forma del neonazionalismo dai tratti populisti che vediamo crescere nelle nostre società.

Di fronte a questa realtà macroscopica, ben poco potrà la nuova strategia renziana, polemica nei confronti delle rigidità dell’Unione. In questo contesto questa non potrà che sgonfiarsi nella solita marcia retorica del sogno.

Luca Scaglione