Ha sicuramente sorpreso più di un lettore e di un osservatore la nuova riapparizione del Califfo Nero dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi, dato più volte per morto sotto i bombardamenti delle varie coalizioni all’opera sui cieli siriani ed iracheni (da una parte quella guidata da Stati Uniti e Francia, dall’altra quella composta da Russia e governo siriano, con l’importante appoggio anche dell’Iran e degli Hezbollah).

L’ultima volta in cui Al Baghdadi era stato dato per morto era nello scorso luglio, ed in quell’occasione era sembrato già poco più che una diceria, giacché i più asserivano che fosse scomparso sotto i bombardamenti di Raqqa ben molto tempo prima. Ma altri, diverso tempo fa, avevano avvisato della possibilità che il Califfo Nero avesse invece trovato riparo in Libia, sfuggendo dal confine siro-iracheno, dove il suo Stato fondamentalista si stava dissolvendo, ed approfittando forse persino di un salvacondotto assicuratogli sottobanco da chissà chi.

In effetti in quel periodo, in Libia, nella zona di Sirte, città natale di Gheddafi e “capitale morale” della sua Jamahiriya, vigeva una propaggine dello Stato Islamico, una sua “exclave”, ormai però quasi del tutto smantellata. Gli uomini dell’ISIS libico, tra i quali vi erano indubbiamente anche molti miliziani fuggiti dalla Siria e dall’Iraq, sono stati faticosamente ricacciati nel deserto e, a quel punto, anche fra le rovine di Sirte di Al Baghdadi non è stata trovata traccia alcuna.

Al Furqan, la sezione media del Califfato, ha realizzato proprio in questi giorni un videomessaggio di ben 54 minuti, presentato come un messaggio rivolto a tutti i combattenti del Califfato da parte proprio del suo massimo dirigente. Era dal settembre del 2017 che non apparivano video o audio di Al Baghdadi, e questo sembrerebbe mettere subito in discussione ogni ipotesi circa la sua morte. Che si tratti di un documento redatto in questi giorni e non in un’epoca remota lo dimostra il fatto che Al Baghdadi parli di argomenti di stretta attualità, come le nuove divergenze fra Stati Uniti e Turchia, con un diretto riferimento al pastore evangelico Andrew Craig Brunson.

A questo punto tutte le ricostruzioni e le dietrologie diventano plausibili: per esempio che Al Baghdadi non si trovi, magari da molto tempo, in luoghi pericolosi e che ciò gli abbia permesso di non dover fare i conti di persona coi bombardamenti di cui sono state soggette le città del Califfato, in Siria ed Iraq così come in Libia. Potrebbe per esempio trovarsi in qualche località insospettabile, al sicuro, e da lì dirigere ciò che resta del suo Stato e della sua organizzazione terrorista clandestina, approfittando di complicità e di protezioni quasi “insospettabili”. Addirittura, potrebbe essere soltanto un’etichetta, un logo con cui marchiare il Califfato, diretto in realtà da altri: insomma, poco più che una “faccia prestata”.

Un tecnico potrebbe invece far osservare come l’ISIS o chi realmente lo patrocini possa disporre persino di più di un Al Baghdadi, magari diversi sosia. Un attento studio della voce contenuta in questo audio, confrontata coi precedenti, potrebbe chiarire molti dubbi: in fondo ogni individuo ha una propria voce, con caratteristiche che divergono totalmente da ogni altro, proprio come nelle impronte digitali o in altre cose. Ma, in attesa di un simile responso, si potrebbe anche anteporre il fatto che, magari, gli audio potrebbero provenire sempre dalla solita voce, mentre per le immagini il discorso sarebbe tutto un altro paio di maniche. Viviamo in fondo in un’epoca in cui la tecnologia permette tutto con relativa facilità.

Certo, tutte ipotesi. Ma del resto la biografia stessa di Al Baghdadi è talmente scarna e nebulosa da alimentare il “mito” (o forse è meglio dire “incubo”) dell’uomo imprendibile, misterioso, la cosiddetta “primula rossa” (o “primula nera”). Nato nel 1971 a Samarra, in Iraq, formò un gruppuscolo di miliziani fondamentalisti all’indomani dell’invasione americana del 2003, per venire poi catturato proprio dai soldati USA nel 2005 che lo tennero in detenzione in un carcere a sud di Baghdad per quattro anni. Nel 2010 aveva acquisito fama e rispetto a sufficienza per essere designato come leader della giovane formazione “Stato Islamico dell’Iraq” dopo l’uccisione del suo fondatore Abu Omar al Baghdadi. Un mese dopo, il 16 maggio, il neocaliffo annunciava già la sua alleanza con Al Qaeda, per entrarvi però in collisione dopo la morte di Osama bin Laden e la sua successione da parte dell’egiziano Ayman al Zawahiri.

Il resto è cronaca moderna: a partire dal 2013, con la recrudescenza della guerra in Siria da una parte e l’evacuazione delle truppe americane dall’Iraq dall’altra, l’ISIS comincia ad espandersi e nel giro di poco tempo arriva a conquistare Raqqa risalendo il corso dell’Eufrate e quindi Mosul, nel giugno del 2014. Subito dopo avviene l’autoproclamazione del Califfato. La reazione soprattutto russa a quell’impressionante espansione da parte del Califfato Nero ha ben presto disintegrato quest’ultimo privandolo del territorio appena conquistato, ma di Al Baghdadi nessuna traccia tangibile, a parte ricorrenti dichiarazioni della sua scomparsa. Nel frattempo, in tutti i territori che furono soggette allo sventilio della bandiera nera del Califfato, le autorità siriane ed irachene continuano a rinvenire nuove fosse comuni, il macabro tributo che al di là della sua reale sorte Al Baghdadi ha reso alla storia.

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