La situazione economica disastrosa, con milioni di disoccupati e un giovane su due senza lavoro né speranze, cozza col continuo progresso della tecnologia, sopratutto nel campo della robotica. Alcuni guardano a questi successi come a una speranza per il futuro, mentre in molti altri cresce la paura che queste innovazioni possano solo peggiorare la situazione delle classi meno abbienti.

Per capirne di più, abbiamo posto alcune domande a Riccardo Campa, sociologo, nonché fondatore e presidente onorario dei transumanisti italiani.

1) Cosa si intende per disoccupazione tecnologica? Si tratta di un fenomeno nuovo, oppure già nel passato sì è presentata? Se sì, quali sono state le soluzioni proposte, al di là della sterile opposizione fra liberisti tecnologici e neoluddisti?

Di disoccupazione tecnologica si parla almeno dall’inizio della rivoluzione industriale, quando le macchine hanno iniziato a sostituire i lavoratori nelle manifatture, provocando la nota rivolta dei Luddisti. Il fenomeno è stato negato sul piano teorico dall’economia politica classica, sulla base della cosiddetta teoria della compensazione, che – per dirla in parole semplici – voleva i posti di lavoro persi in un settore dell’economia ricreati in altri settori. In effetti, questa “migrazione” è stata storicamente osservata, ma non è stata né immediata né indolore.

Nella terza edizione dei Principles of Political Economy, David Ricardo ha finalmente introdotto il concetto di disoccupazione tecnologica nella teoria economica, ricevendo il plauso di Karl Marx.

Va comunque detto che si tratta di un concetto ancora controverso. La teoria marginalista lo nega, sostenendo che in ultima istanza la vera causa della disoccupazione non è la tecnologia, ma la scarsa flessibilità del mercato del lavoro e dei salari. In altre parole, i disoccupati non trovano lavoro perché sono pigri o “choosy”, per usare un termine inglese reso popolare da Elsa Fornero, oppure perché costano troppo al datore di lavoro.

I keynesiani dissentono da questa visione, sostenendo che i salari non possono comunque scendere sotto una certa soglia, perché devono garantire almeno la sopravvivenza biologica dei lavoratori e delle loro famiglie. Pertanto, la disoccupazione tecnologica esiste.

Nei periodi in cui il problema è stato riconosciuto, la politica lo ha contrastato riducendo per legge l’orario di lavoro, introducendo le ferie pagate e le pensioni, avviando lavori pubblici e affidando appalti ad aziende private, creando posti di lavoro nel settore pubblico, riducendo l’analfabetismo e rieducando i cittadini. Il trend si è invertito quando il neoliberismo è tornato a essere il paradigma dominante.

2) Molti socialisti insistono che la soluzione vada ricercata nella lotta per la piena occupazione, e vedono come il fumo negli occhi qualunque cosa che assomigli al reddito di cittadinanza o ad altre forme di sussidio, che accettano solo come soluzione tampone durante la fase di transizione fra lo stato di cose attuale e un possibile stato socialista. È realistica questa posizione? Oppure è possibile dirsi socialisti anche sostenendo una tesi opposta, e cioè che la disoccupazione potrebbe non diminuire ma anzi aumentare, almeno nel lungo periodo, e che versare denaro «a perdere» ai disoccupati potrebbe avere effetti benefici?

Questa è una domanda che richiede una lunga e articolata risposta. Intanto, come lei ben sa, esistono “socialisti” di diverso tipo. In questa grande e variegata famiglia politica c’è chi vuole la statizzazione integrale dell’economia, chi si accontenta di tassare i ricchi per aiutare i poveri e chi infine sogna fabbriche autogestite dai lavoratori.

Quello che unisce tutti i socialisti è l’idea che non esistono solo individui con i loro diritti, ma esistono anche forme di vita collettive – come la famiglia, la comunità locale, lo Stato-Nazione e le federazioni di nazioni – di cui la politica deve tenere conto. Il socialismo, così inteso, è nato nell’Ottocento come complemento politico della sociologia, una scienza che non si accontentava di capire la realtà partendo dagli individui.

Non a caso si parlava, all’epoca, di “socialisti della cattedra”. Se così stanno le cose, il reddito di cittadinanza prevede una concezione socialistica della società, anche se siamo più nel campo della variante socialdemocratica (mantenere la libertà d’intrapresa economica, ma spostare una quota di reddito maggiore verso le categorie svantaggiate) che di quella marxista ortodossa (economia di piano e proprietà pubblica dei mezzi di produzione).

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Va però chiarito che il reddito di cittadinanza, se inteso correttamente, non è un supporto da erogare solo ai disoccupati, altrimenti dovremmo chiamarlo “sussidio di disoccupazione”. Quest’ultimo esiste già in quasi tutti i paesi avanzati. Il reddito di cittadinanza è invece “incondizionato”, ovvero viene dato a tutti, senza condizioni, per il solo fatto di essere cittadini di uno Stato. Se si decide di dare un reddito – supponiamo – di 600 euro al mese a ogni cittadino, esso deve essere dato anche a chi lavora.

Altrimenti, il provvedimento finisce per disincentivare il lavoro e produce un senso generale di ingiustizia. Se un operaio guadagna 1.500 euro al mese, il suo reddito diventerà pari a 2.100 euro.

Il disoccupato percepirà invece solo i 600 euro mensili, ma continuerebbe a percepirli anche se dovesse trovare un lavoro o vincere alla lotteria. Il reddito serve a dare un significato autentico alla cittadinanza. Se un autoctono viene trattato allo stesso modo di un allogeno, e magari ha persino più obblighi burocratici perché più facilmente controllabile, che senso ha essere “cittadini” di uno Stato?

Naturalmente, istituire un autentico reddito di cittadinanza è più facile in quei paesi che hanno un debito pubblico sotto controllo, poca evasione fiscale e molte risorse naturali. Per esempio, la Norvegia ha il petrolio e lo esporta. Si tratta di dire: il petrolio non appartiene a poche famiglie, ma all’intera comunità nazionale. Una parte dei proventi della vendita del petrolio si può equamente redistribuire sotto forma di reddito di cittadinanza.

Va inteso come un dividendo per ciò che hanno fatto gli antenati, per le loro invenzioni o scoperte di cui ancora oggi si godono i frutti, o per il solo fatto che hanno conquistato e difeso un territorio di valore. L’Italia non ha il petrolio, ma ha un grande patrimonio artistico e un invidiabile assetto geografico naturale che attira milioni di turisti. I soldi che incassano i musei, gli introiti delle autostrade, le tasse di soggiorno pagate dagli stranieri potrebbero legittimamente costituire fonti di quel reddito collettivo da redistribuire equamente tra i cittadini.

Certamente, questi soldi non basterebbero. Affinché il reddito sia cospicuo e sostenibile, servirebbe anche una drastica ristrutturazione della spesa pubblica. Quello che si fa uscire da una parte bisogna tagliarlo da un’altra. La prospettiva socialista ci chiede però di aggiungere al diritto qualche dovere. Non dimentichiamo che Marx non teorizzava il diritto al lavoro, ma l’obbligo di lavoro. Odiava i parassiti, sia quelli della finanza sia quelli del sottoproletariato. Si schierava con i lavoratori e i tecnici, non con i fannulloni e gli sbandati, che definiva “feccia”.

Se prendiamo in considerazione il socialismo marxista, notiamo che in questa tradizione politica il lavoro è visto come qualcosa di più di un mezzo di sostentamento. È il modo attraverso il quale un essere umano realizza se stesso, trasformando la natura. Questo avviene se il lavoratore non è un soggetto alienato. Ovvero, se il frutto del suo lavoro non gli viene sottratto dal proprietario dei mezzi di produzione. Il che accade nel caso del lavoro salariato, secondo la ben nota teoria del plusvalore.

Forse Marx ha esagerato quando non ha riconosciuto nel creare e dirigere un’azienda un “lavoro”, ma certamente aveva ragione nel denunciare quegli speculatori finanziari che non mettono mai piede in un’azienda produttiva, non sposano un progetto, ma si limitano a spostare capitali dove sentono odore di guadagno immediato. Difficile è stabilire qual è il giusto livello di ripartizione tra profitti e salari.

Per Marx, i profitti da capitale non dovrebbero esserci affatto. Ma il plusvalore si può anche eliminare attraverso l’autogestione, ovvero lasciando viva la libera iniziativa economica, permettendo il lavoro autonomo e le cooperative. Proprio l’istituzione di un reddito di cittadinanza potrebbe essere un modo per invogliare i disoccupati a fondare piccole imprese autonome, avendo comunque una base per sopravvivere nella fase di avviamento.

Certamente, si tratta di un progetto che andrebbe monitorato ed eventualmente fermato se, invece di produrre lavoro non alienato, finisse per produrre una società di parassiti, indolenti, tossicodipendenti e alcolizzati. Il provvedimento non funzionerà allo stesso modo in tutte le società, perché ci sono anche profonde differenze culturali tra le nazioni. Il reddito di cittadinanza può essere inteso come uno strumento per uscire dalla crisi del capitalismo, trasformando lavoratori ormai inutilizzati in consumatori dei prodotti delle aziende robotizzate e computerizzate.

Oppure può essere inteso come uno strumento per rifondare la società. Per raggiungere il secondo scopo sarebbe forse utile istituire anche un servizio civile e militare obbligatorio a vita, o quasi, sul vecchio modello svizzero. Il dovere di cui parlavo sopra. Non si tratta di “condizionare” il reddito di cittadinanza al servizio, altrimenti sarebbe un impiego pubblico. Si tratta di rendere obbligatorio l’uno e l’altro, per rafforzare, con un diritto e un dovere, il senso di appartenenza alla comunità nazionale.

Mi rendo perfettamente conto che lo Zeitgeist va in direzione opposta alle mie idee. Il reddito di cittadinanza, se verrà istituito, nell’immediato sarà soltanto uno strumento per salvare il capitalismo in agonia, dando respiro ai consumi. Resta la speranza che, nel medio-lungo periodo, possa svilupparsi in qualcos’altro.

3) Quanto è grande il ruolo della disoccupazione tecnologica nell’Italia di oggi? Vi sono precedenti, anche in altri Paesi, di un simile livello di disoccupati, tolte i periodi immediatamente successivi alle due guerre mondiali, e anche il periodo preindustriale? Se sì, qual era il peso della disoccupazione tecnologica?

La disoccupazione in Italia oscilla tra l’11 e il 12%. Quella giovanile sfiora il 40%. Ma l’Italia non è il paese che sta peggio.Per restare all’Europa, Grecia, Spagna e Portogallo hanno livelli di disoccupazione molto più alti, in alcuni casi doppi dei nostri. Si contano 19 milioni di disoccupati nella sola zona euro.

Tuttavia, la disoccupazione tecnologica globale o anche in un solo paese è molto difficile, se non impossibile, da quantificare, perché si tratta di stabilire con certezza una connessione causale.

Per capirci, possiamo anche contare i lavoratori espulsi da una fabbrica o da un settore in seguito all’automazione della produzione. Io l’ho fatto in una mia ricerca (Workers and Automata, Journal of Evolution and Technologyi, 2014).

È però difficile stabilire se quelli che non hanno più trovato un lavoro sono rimasti a spasso perché la tecnologia ha sottratto loro anche gli altri potenziali posti di lavoro, o perché sono indolenti, o magari semplicemente sfortunati.

O se tra le cause strutturali va individuato anche l’euro, una valuta troppo forte che non consente ai paesi mediterranei di essere competitivi attraverso la svalutazione, oppure l’alto debito pubblico, i soldi sperperati per salvare le banche, il livello di tassazione troppo elevato, la magistratura che non funziona, o l’eccesso di burocrazia che scoraggia gli investimenti. Difficile dire quale sia il peso effettivo dell’automazione.

Non si può, però, negare il fatto che milioni di lavoratori sono migrati prima dal settore primario al settore secondario, poi dal settore secondario al settore terziario. E che queste migrazioni sono riconducibili a profonde trasformazioni tecnologiche. Ora si osserva l’automazione del settore terziario, ma non si intravvede ancora un punto d’approdo per i lavoratori espulsi.

La disoccupazione è a livelli preoccupanti. Anche qui, bisogna tenere presente che si tratta di un fenomeno che aumenta o diminuisce a seconda di come lo misuriamo. Il governo italiano, con la politica dei voucher, ha recentemente cambiato il modo di contare i disoccupati.

Senza contare che nelle statistiche non entrano i sotto-occupati, ovvero i lavoratori part-time che vorrebbero un impiego a tempo pieno e quelli che non cercano nemmeno più un lavoro perché scoraggiati.

Sono almeno altri tre milioni di cittadini che non figurano nel conto. Ma questi trucchi contabili sono bugie con le gambe corte, soprattutto se si guarda la questione non da un punto di vista semplicemente economico, ma da un punto di vista sociale, ovvero olistico.

Alla fine c’è la demografia che ci dice come stanno veramente le cose. Se una società si riduce quantitativamente e si avvia verso la scomparsa significa che l’economia è malata.

Significa che non vi è un sufficiente numero di cittadini con un lavoro sicuro che consenta loro di mettere su famiglia e crescere figli. Marx diceva proprio questo: a differenza della vecchia aristocrazia, la borghesia capitalista non riesce nemmeno a garantire ai propri sottoposti la sopravvivenza biologica e la riproduzione. Perciò, è destinata alla sconfitta.

Allora, perché non è ancora stata sconfitta? – chiedono i critici di Marx. Perché, quando il sistema entra in agonia interviene un’immigrazione di massa, il cosiddetto esercito industriale di riserva, che rimpiazza la società moribonda con una nuova popolazione la cui produzione biologica non è costata nulla. Ovvero, non ha inciso sul plusvalore accumulato dal capitale.

Per convincere l’esercito industriale di riserva ad andare laddove serve, è sufficiente provocare guerre. Il problema è che questa politica non tiene in dovuta considerazione la questione dell’automazione e della robotizzazione. Arriverà il momento in cui anche gli allogeni saranno inutili, dal punto di vista del capitale.

Forse c’è una mancanza di fantasia da parte nostra, se non riusciamo a capire dove gli espulsi dagli uffici e dai servizi potrebbero andare a finire, considerando che non possono tornare nelle campagne o nelle industrie, ma è più plausibile che abbiamo davvero raggiunto un punto di non ritorno, un punto di saturazione, in virtù dell’alto livello di sofisticazione dei software e dell’hardware raggiunto dalla tecnologia. Un livello che cresce ogni giorno. Per fare un esempio, sono pronti i governi e le società ad affrontare il prossimo impatto dei computer quantistici e degli umanoidi modello Atlas sul mercato del lavoro?

4) Robot, chimere, ibridi, androidi; c’è chi parla anche di colonizzare altri pianeti: non sarà un modo per evadere i reali problemi economici e sociali che travagliano l’occidente? E cos’ha tutto ciò a che fare col socialismo? Che benefici ne possiamo trarre?

La colonizzazione di altri pianeti per ora resta nel dominio della fantascienza. Tuttavia, i robot esistono già. Sono nelle fabbriche dagli anni settanta e ora stanno uscendo dalle fabbriche. E diventano sempre più complessi. I cyborg ci sono già.

Ci sono milioni di persone nel mondo con protesi elettromeccaniche, pace maker, e altri impianti elettromeccanici nel corpo. Tutte queste innovazioni producono effetti reali nell’economia. Se i partiti socialisti e comunisti, che soltanto vent’anni fa erano partiti di massa, ora sono ridotti al lumicino è anche perché è evaporato quello che era tradizionalmente il loro elettorato di riferimento: la classe operaia. Questa classe è evaporata perché sostituita da robot e computer.

In seguito a questo fenomeno, alcuni dei vecchi partiti socialisti e comunisti europei si sono imborghesiti rivolgendosi al ceto impiegatizio o addirittura imprenditoriale, talvolta dopo aver cambiato nome. Altri sono rimasti fedeli alla linea, ma su una linea che si è svuotata di significato, perché i vecchi operai sono stati trasformati dal sistema in “partite IVA”.

Ovvero in lavoratori apparentemente autonomi, ma che in realtà sono in una situazione persino peggiore di quella dei vecchi lavoratori salariati. Questo è stato possibile grazie alle nuove tecnologie, al telelavoro, ai computer, ai cellulari. Questo fenomeno ci mette in guardia sul fatto che può anche emergere un finto socialismo autogestionario.

Tutti imprenditori, d’accordo, ma se poi sono asserviti a corporazioni multinazionali che controllano il mercato e magari, a differenza dei loro “dipendenti informali”, non pagano nemmeno le tasse, abbiamo davvero superato la questione del plusvalore o l’abbiamo aggravata?

Ma ci sono partiti “di sinistra” che non si pongono nemmeno la questione perché, come detto prima, o si sono imborghesiti e non fanno più gli interessi delle classi deboli, o fanno mera testimonianza parlando di un mondo che non esiste più. Quello che va detto forte è che le carte sono truccate.

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È assurdo che, in un mondo che progredisce a livello tecnologico, la maggioranza non riesca a beneficiare di questo progresso e anzi veda la propria condizione peggiorare.

Se si guarda alle macchine, alle telecomunicazioni, alle materie prime, alle capacità dei lavoratori, alle conoscenze dei cittadini, non c’è nessuna crisi. C’è un potenziale produttivo molto superiore rispetto a quello del passato.

La crisi è nell’architettura del sistema finanziario e nel modo in cui esso è stato collegato all’economia reale. È un meccanismo, studiato ad arte, che fa beneficiare del progresso soltanto una ristretta minoranza.

Una minoranza di oligarchi che succhia risorse a cittadini e lavoratori, anche attraverso la burocrazia statale, grazie alla complicità di una classe politica asservita ai loro interessi.

Perciò, anche la vecchia dicotomia pubblico-privato è superata dai fatti. Eppure c’è ancora gente che ragiona secondo schemi vetusti, come pubblico-privato o destra-sinistra, mettendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra.

Quando la gente capirà che abbiamo il diritto di essere tutti più ricchi e di avere più tempo libero, semplicemente perché abbiamo tecnologie più potenti di quelle del passato che permettono tutto questo, la situazione cambierà.

Non c’è ancora coscienza diffusa di questo fatto. Sentiamo continuamente dei “poveracci”, espropriati della ricchezza che producono, tassati nei beni essenziali alla sopravvivenza e costretti a ripagare le perdite dei banchieri, che sui social media difendono a spada tratta il sistema neoliberista. Un liberismo che, tra l’altro, vale solo per le classi inferiori, mentre l’oligarchia gode sistematicamente degli aiuti di Stato.

Ebbene, questi “poveracci” gioiscono quando sale la borsa e si preoccupano quando scende, anche se non hanno nemmeno un’azione. I mass media hanno fatto loro un lavaggio del cervello completo, al punto che si identificano totalmente con i loro sfruttatori.

Se ai banchieri conviene che cresca il prezzo del petrolio, il giornalista prezzolato annuncia gioioso l’aumento che rilancia l’economia, e il webete di turno grida tutto il suo giubilo, senza pensare che quello che gli viene da questo “rilancio” è solo un conto più salato alla pompa di benzina e nei supermercati. Questa gente totalmente plagiata mi ricorda quel personaggio di 1984, il romanzo di Orwell, che arriva a dirsi felice per il fatto che il figlio lo ha fatto arrestare dalla psicopolizia perché, a sua insaputa, era scivolato nello psicoreato.

5) Come lo vede il futuro dell’uomo, da qui a 20 anni? Riusciremo mai, anche in un lasso di tempo più lungo, a rendere reale la fantascienza?

Dipende dal tipo di fantascienza. Molti scenari prodotti dalla letteratura e della cinematografia fantascientifica sono in realtà distopici. Quindi, è meglio che non diventino reali.

In ogni caso, sia che parliamo di quelli utopici che di quelli distopici, il processo è continuo. Ogni giorno, un’invenzione che prima era in un romanzo o un film di fantascienza entra a far parte della nostra vita quotidiana. L’altro ieri per chiamare un amico dovevamo cercare una cabina telefonica. Ieri era sufficiente comprare una ricarica del cellulare e chiamarlo.

Oggi prendiamo lo smartphone e lo chiamiamo gratuitamente, utilizzando una app e il wi-fi della città. Possiamo non solo parlargli, ma persino vederlo. La prima volta eravamo contenti e magari stupiti di poterlo fare. Poi diventa routine.

Al massimo, ci fa sorridere vedere qualcuno che ancora paga per telefonare. Il fatto è che ci abituiamo quasi subito al cambiamento e, perciò, non lo percepiamo. È come quando ci guardiamo allo specchio. Magari ingrassiamo o dimagriamo, il nostro aspetto migliora o invecchiamo.

Noi però non avvertiamo il cambiamento perché ci guardiamo ogni giorno. Chi ci vede a distanza di anni, talvolta non ci riconosce nemmeno. Tempo fa, in Polonia, un uomo si è svegliato dopo diciannove anni di coma. Era andato in coma nel 1988 e si è svegliato nel 2007.

Questo signore ha fatto un salto istantaneo in un mondo fantascientifico. Era in un mondo comunista con i prodotti razionati e gli scaffali dei negozi quasi vuoti e si è svegliato in un mondo capitalista con supermercati saturi di merci provenienti da tutto il mondo. Ma ciò che lo ha maggiormente stupito è stato vedere la gente con laptop, personal computer e telefoni cellulari. La scioccante differenza tecnologica l’avrebbe percepita anche un italiano o francese, all’interno dello stesso sistema politico.

Se potessimo fare un salto nel futuro e vedere come sarà il mondo tra vent’anni rimarremmo ancora più stupiti, perché lo sviluppo della robotica, della microelettronica e della genetica sembra addirittura esponenziale. Non credo che tra due decenni ci sarà la Singolarità profetizzata da Ray Kurzweil, né il mind-uploading. Credo, però, che gli esseri umani modificheranno il proprio DNA o istalleranno dispositivi elettronici nel proprio organismo con la stessa nonchalance con cui oggi ci facciamo tatuaggi.

Quando questo momento arriverà, saremo ormai abituati al cambiamento e ci sembrerà normale. Tuttavia, per restare in tema, qui limiterò le mie previsioni al mondo del lavoro.

Premetto che non prospetto il futuro che mi piace, ma quello che ritengo plausibile, con i suoi pro e contro, le sue luci e le sue ombre. L’altra assunzione che faccio è l’invarianza del sistema politico-economico. Se si cambiano i postulati di partenza, si ottengono altri scenari. Per esempio nel mio saggio Technological Growth and Unemployment (trad. italiana: Cittadini e automi, 2015), prendo in considerazione quattro scenari possibili, tra i quali una rivolta dei Luddisti volta a vietare l’automazione e l’instaurazione di uno Stato socialista con banche e industrie robotiche nazionalizzate. Qui presumiamo che lo sviluppo tecnologico continui e che l’Italia faccia ancora parte del mondo capitalista. Dunque, anno 2036. Il denaro contante sarà abolito. Si pagherà soltanto con carta di credito, magari nella forma di microchip impiantato sottopelle.

Come prima conseguenza, sparirà il lavoro nero, la microcriminalità, la corruzione di basso livello e l’evasione fiscale. Sparirà però anche la privacy, perché tutto ciò che acquisteremo e tutti i nostri spostamenti saranno registrati, e le banche avranno ancora più potere. Per evitare che milioni di persone che vivono di espedienti, nell’economia sommersa, muoiano di fame, verrà istituito il reddito di cittadinanza. Inizialmente, tutti i cittadini adulti riceveranno 600 euro al mese di sostegno al reddito (si tratta di una cifra esemplificativa, nell’ordine di quella che verrà elargita ai finlandesi già a partire dal 2017 e che nel 2036 andrebbe rapportata all’inflazione). Dal progetto saranno esclusi i minori e gli stranieri, perché, se dovessero ottenerlo tutti i residenti a prescindere dalla cittadinanza, decine di milioni di stranieri stabilirebbero la residenza in Italia e il paese andrebbe in bancarotta.

Gli stupefacenti verranno legalizzati, regolamentati, tassati. Chi ne farà uso sarà noto e non potrà svolgere attività che mettono in pericolo altre persone. Il chirurgo cocainomane non avrà vita facile. Nessuno comunque guiderà veicoli, perché saranno tutti dotati di sistemi di guida autonoma. Per finanziare il reddito di cittadinanza verrà ristrutturata la spesa pubblica. Per dare 600 euro al mese a ogni italiano adulto, servono circa 300 miliardi di euro all’anno, ovvero un terzo dell’intera spesa pubblica.

La spesa sarà perciò ridotta, attraverso la privatizzazione di molti servizi pubblici, l’abolizione degli assegni sociali, della cassa integrazione guadagni e altre forme di sussidio, tutto sostituito dal reddito di cittadinanza.

I soldi risparmiati andranno direttamente in tasca ai cittadini, ma i servizi saranno a pagamento. A pagare i servizi saranno dunque quelli che realmente ne usufruiscono. Questo porterà a uno snellimento di tutte le procedure burocratiche e al licenziamento o al mancato rimpiazzo di milioni di dipendenti pubblici, il cui lavoro residuo sarà svolto da software e robot. Lo stesso accadrà nelle grandi aziende private.

L’automazione, i robot umanoidi, i computer quantistici renderanno obsoleti quasi tutti i lavori convenzionali. Tutti i lavori restanti saranno precari e temporanei. Se avranno bisogno di umani, gli imprenditori potranno assumere e licenziare a piacimento, con un minimo preavviso.

In compenso, il reddito di cittadinanza potrà crescere negli anni immediatamente successivi all’istituzione, perché verranno risparmiati i soldi che ora vengono investiti per riassorbire la disoccupazione attraverso la creazione di impieghi pubblici. Impieghi che talvolta sono inutili e persino dannosi (pensiamo alla burocrazia che ostacola i cittadini onesti).

Invece di creare un posto pubblico, che poi implica anche costruire o affittare un ufficio, arredarlo, riscaldarlo, ecc., inventarsi mansioni, nonché assumere dei controllori, e poi dei controllori dei controllori, verranno dati soldi direttamente al cittadino per restare a casa.

Costerà meno. Potrà inventarsi un lavoro per arrotondare lo stipendio, lavorare in modo precario e saltuario per le multinazionali o, semplicemente, occuparsi dei figli e dei famigliari anziani o infermi.

I cittadini inventeranno lavori di ogni tipo, ma soprattutto nel campo dell’intrattenimento e del supporto psicologico ai propri simili, perché molte persone si sentiranno sole e prive di uno scopo. Le procedure per aprire aziende individuali e società saranno snellite.

Si potrà aprire una ditta individuale online in pochi minuti e a costo zero, perché comunque sarà poi quasi impossibile frodare il fisco. I vecchi lavori ai confini della legalità non scompariranno: non essendoci più denaro contante anonimo, dovranno emergere.

Le prostitute, gli spacciatori, i parcheggiatori abusivi, i contrabbandieri, i mafiosi, ecc., dovranno aprire aziende e farsi pagare con carta di credito. Milioni di lavori che ora sono invisibili emergeranno e saranno tassati. Magari verranno camuffati. I mafiosi apriranno aziende di metronotte o sicurezza privata e si faranno pagare il pizzo legalmente, emettendo regolare fattura.

Le prostitute saranno ufficialmente massaggiatrici, badanti o personal trainer. Ma non sarà più, comunque, possibile evadere il fisco.

Le imposte indirette affluiranno in tempo reale nelle casse dello Stato, quindi ci sarà ancora più denaro per il reddito di cittadinanza. Non scomparirà la corruzione ad alto livello, nel fitto rapporto tra lobby, grandi corporazioni e politica. In compenso, aumenterà il senso dello Stato, il patriottismo, lo spirito sovranista. Ognuno capirà che lo Stato è la gallina dalle uova d’oro, o perlomeno una garanzia di sopravvivenza.

Meglio funziona, più è forte a livello geopolitico, più il singolo cittadino guadagna. I cittadini verranno coinvolti sempre meno nelle scelte politiche, con la scusa che se potessero decidere aumenterebbero in modo insostenibile il reddito di cittadinanza.

D’altro canto, i cittadini comprenderanno che le decisioni della classe dirigente hanno un impatto immediato sul loro tenore di vita, perché il pareggio di bilancio sarà strettamente vincolante. Per esempio, se la classe politica deciderà di dare accoglienza a due milioni di profughi, a 35 euro al giorno, per un costo complessivo di 25 miliardi annui, gli italiani percepiranno circa 550 euro al mese invece di 600, per tutto il periodo dell’assistenza.

In tal modo il sacrificio sarà immediatamente avvertito e avrà maggiore valore morale. Se il Sarkozy di turno andrà a bombardare la Libia e porterà via i pozzi di petrolio all’ENI per darli alla TOTAL, il reddito di cittadinanza degli italiani diminuirà e aumenterà in proporzione quello dei francesi, sicché – al netto dell’imbecillità – diminuirà drasticamente anche la quota degli italiani anti-italiani.

Massimiliano Greco

Nota:

Le opere di Riccardo Campa sono molto numerose. Ne segnaleremo pertanto solo alcune, rimandando per le altre all’elenco completo.

1) La specie artificiale. Saggio di bioetica evolutiva, Deleyva Editore, Monza 2013

2) Le armi robotizzate del futuro. Intelligenza artificialmente ostile? Il problema etico. CEMISS, Roma 2011

3) Humans and Automata. A Social Study of Robotics, Peter Lang, Frankfurt am Main 2015

Anche gli articoli pubblicati da Campa sono molto numerosi; ve ne segnaliamo solo alcuni, quelli più attinenti:

1) The Rise of Social Robots: A Review of the Recent Literature, Journal of Evolution and Technology, Vol. 26 Issue 1 – February, 2016, pp. 106-113.

2) Technological Growth and Unemployment. A Global Scenario Analysis, Journal of Evolution and Technology, Volume 24 Issue 1, 24 february, 2014, pp. 86-103.

3) Non solo veicoli autonomi. Passato, presente e futuro della disoccupazione tecnologica, in F. Verso, R. Paura, Segnali dal futuro, Italian Institute for the Future, Napoli 2016, pp. 97-114.

4) Cittadini e automi. In: N. Mastrolia, M. T. Sanna (eds.), Reddito di cittadinanza, Licosia Edizioni, Ogliastro Cilento 2015, pp. 523-557.

5) Automi e lavoratori. Per una sociologia dell’intelligenza artificiale. In: Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano, vol. 5, Sestante Edizioni, Bergamo 2012, pp. 95-129.

 

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