Il Ministro dell'Economia Abromavicius

L’Ucraina, sin dalla sua burrascosa indipendenza, ha difficoltà nel ricercare un assetto statuale solido. La sua posizione geografica ha caratterizzato uno sviluppo identitario frastagliato, come emerge dall’analisi etimologica della parola Ucraina che letteralmente indica un paese “di confine”.
Samuel Huntington, politologo statunitense, ha espresso questo concetto coniando il termine “cleft countries” (“paese cerniera”), collocando l’Ucraina nel mezzo tra l’Occidente cattolico e l’Oriente ortodosso.

I confini non delineati, uniti a un mix di identità forti e contrastanti all’interno di essi contribuiscono all’idea del paese visto come uno “stato debole”.
È estremamente difficile ricercare dei parametri esatti ed universali che permettano di definire uno stato come debole, ma è chiaro riconoscerlo quando ci si presenta davanti.
Le difficoltà dei governi nell’attuazione autonoma delle politiche e la presenza di gruppi di potere radicati che catturano lo stato, oltre all’incertezza dei confini e alla presenza di opposizioni inter-etniche, possono essere considerati validi indicatori della debolezza di una nazione.

In questi casi può avvenire un fenomeno denominato “striptease state”, cioè letteralmente uno stato spogliato dall’esterno delle sue principali funzioni secondo un ottica politica neo-liberale.
Una devoluzione post statale, guidata da una nazione terza, che contribuisce alla costruzione di un sistema-paese in grado di integrarsi perfettamente con i meccanismi economici-finanziari occidentali.
È quello che sta accadendo nell’Ucraina del post Maidan, dove uffici doganali, posizioni ministeriali e governative di primo piano, élite economiche di spicco, sistema di gestione degli appalti e pianificazione energetica, si trovano in mano al mondo statunitense che persegue un preciso obiettivo politico-strategico: l’allontanamento del paese dall’influenza russa e l’avvicinamento al sistema europeo-occidentale.

Il vero successo non è l’effettiva democratizzazione del paese ma l’attuazione delle riforme richieste dai sistemi finanziari (FMI – Banca Mondiale – Usaid) che hanno sostituito il polo economico d’influenza russo e hanno sostenuto la fragile economia ucraina nell’ultimo periodo.
Il principale obiettivo in Ucraina risulta essere, quindi, rappresentato dal mantenimento dell’orientamento filo-occidentale e il conseguente disallineamento da Mosca, e l’istituzionalizzazione dei vincoli esterni è posto a garanzia della realizzazione del processo.

L’eccessiva tutorship esterna che gli Stati Uniti applicano all’Ucraina non è immune da rischi per il futuro del paese.
Le misure volte alla riduzione della spesa pubblica sono del tutto nuove in un sistema economico abituato al forte interventismo statale di cultura sovietica. Queste misure trovano piena espressione nel nuovo ministro dello Sviluppo economico e del commercio Aivaras Abromavicius, banchiere lituano che al momento dell’insediamento ha spiegato che il suo lavoro sarebbe stato fondato sui concetti di austerità, de-regolamentazione economica e privatizzazione, unici rimedi contro il fallimento del paese e che ha accompagnato forti critiche alla mole di spesa pubblica ucraina, considerando lo stato come “un orribile possessore di beni”.

Un repentino processo di finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia, unito a l’abbandono totale dello stato e della politica come forme mediatrici nell’economia, può portare a un aumento delle già evidenti diseguaglianze sociali, accrescendo i poli di ricchezza concentrati in mano di poche élite, oltre che a risultare del tutto estraneo alla cultura dominante tra i cittadini ucraini.

Inoltre la perdita della sovranità e della gestione dei suoi asset fondamentali da parte dell’Ucraina può generare conflitti. La perdita della legittimità dello stato nazione rappresenta una debolezza del potere centrale e ciò porta una maggiore tensione sociale.
Il sentimento nazionalistico, cavalcato abilmente dalle élite politiche ed economiche durante il Maidan, che ha spinto i gruppi di estrema destra a divenire parte attiva alla protesta,  entra in pericolosa contraddizione con la spoliazione di sovranità in atto, e può generare un sentimento di rivalsa in quei gruppi di ispirazione nazional-sciovinista in assetto paramilitare che rischiano di  ribellarsi alle politiche governative, dando il via a nuove proteste. Questo rischia di polarizzare all’estremo politico opposto uno scontro già in essere nelle zone del sud-est.

Un ulteriore pericolo è quello che deriva da un’ingerenza statunitense che perde di vista l’effettiva democratizzazione dell’Ucraina per raggiungere precisi obiettivi strategici: la diplomazia americana ha infatti dimostrato di aver collaborato con le oligarchie locali avverse al governo Yanukovich per ristrutturare la situazione economico-politica del paese, e ha nei fatti mantenuto un assetto statale controllato da specifici gruppi di potere, rinforzando quel sistema semi-feudale tanto criticato in passato.

Inoltre l’attuazione democratica stessa è a rischio in caso di eccessiva tutorship, che comporta un indebolimento delle capacità degli attori interni nel darsi una propria architettura economico-governativa: la forte dipendenza dall’estero può generare un sistema che non riuscirà mai ad essere effettivamente indipendente, e un eventuale cambio di strategia politica degli Stati Uniti sull’Ucraina nel medio periodo può lasciare il paese in un pantano sociale e istituzionale.

Lorenzo Zacchi

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