Quando si parla di lui, a oltre 60 anni dalla morte, ci si continua ancora a dividere. C’è chi lo guarda come un militare visto come un abile e coraggioso patriota, tanto da dedicargli persino un sacrario, come successo al Comune di Affile nel 2012. Ci sono altri che lo considerano un incapace e vile traditore.

Quel che è certo è che, andando oltre i giudizi, è stato l’unico, tra le più alte e influenti sfere fasciste, a finire sotto processo e la lente di ingrandimento della magistratura italiana, cosa che altri, causa fucilazioni sommarie varie, non sono mai riusciti a vedere.

Pazienza che poi è stato tutta una farsa, ma questo è un altro discorso. Siamo nel 1950 e l’imputato è Rodolfo Graziani.

Educato per diventare prete, Graziani ben presto scopre la carriera militare e, durante la Prima guerra mondiale, conquista promozioni e medaglie una dietro l’altra. Socialista della prima ora, ben presto si innamora del Fascismo e, guarda caso, fa subito carriera anche perché molto vicino a Benito Mussolini. Va in Libia insieme a un altro personaggio discusso come Badoglio per riconquistarla e ci riesce attraverso una serie di crimini e di deturpazioni che a Tripoli non hanno mai dimenticato.

Il suo capolavoro del male, però, arriva qualche anno dopo, con la campagna di Etiopia a metà anni ’30. Qui, dove addirittura era vicerè, si dimostra essere un carnefice, talmente esagerato e spinto da spaventare le altre potenze coloniali. È vittima di un attentato e la sua risposta è tremenda: fa trucidare migliaia di innocenti senza distinzione, persino monaci, seminaristi e suore. Stermina un numero elevatissimo di combattenti e non utilizzando il gas nervino.

Nel 1938 al suo curriculum aggiunge la firma delle Leggi razziali e al manifesto in suo favore.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il Duce lo rimanda in Libia per conquistare l’Egitto, ma stavolta è costretto alla resa e a essere destituito.

Per Graziani sembra essere arrivata l’ora della fine, ma a salvarlo arrivano i Tedeschi e la Repubblica di Salò, dove diventa il capo – di facciata, molto di facciata – delle forze armate repubblichine, ma combattendo non tanto gli americani e le forze alleate, bensì i partigiani e senza aprire bocca e spendere fiato sulla deportazione degli ebrei. Per evitare la fine dei suoi compagni, o quella di Mussolini e Claretta Petacci, si consegna agli americani, e qui inizia la seconda parte della sua vita. Quella più assurda, forse.

È processato, così come toccato ai gerarchi nazisti a Norimberga. Anche per Graziani si parla di crimini contro l’umanità, ma la neonata Onu decide di farlo giudicare in patria, e dunque dalla giustizia italiana.

Il processo inizia nel febbraio 1950 e su di lui pesano capi d’accusa pesanti come macigni. Disarmo e deportazione dei carabinieri di Roma. Organizzazione dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Invio di lavoratori in Germania. Emanazione di bandi contro arruolamento coatto. Persecuzioni dei patrioti, congiunti e minori. E altro ancora, ma non c’è traccia dei massacri libici ed etiopi.

Una condanna esemplare, comunque, sembrava davvero certa. Invece, però, per una serie di circostanze, situazioni e alcuni paradossi dei Codici dell’epoca, si becca 17 anni di reclusione. Beh, qual è il problema? Che 13 gli sono condonati per legge, e il generale più discusso d’Italia si fa soltanto quattro mesi di carcere.

Ha il tempo, addirittura, di arrivare alla guida del Movimento sociale italiano prima di morire, in modo naturale, nel 1955, e ai suoi funerali c’è una folla quasi oceanica. E, soprattutto, ha anche modo di scrivere le proprie memorie. Il titolo? “Ho difeso la patria”.

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