I tipici pagliai che un tempo si facevano anche da noi.

Il caso della Romania è probabilmente emblematico per spiegare quali siano gli effetti di certe dinamiche migratorie verso gli altri paesi UE, organismo di cui è completamente parte dal 2007, frutto a loro volta delle politiche di “deregulation” che negli anni della transizione dal comunismo al capitalismo hanno di fatto depauperato il paese e la sua società.

L’emigrazione dalla Romania agli altri paesi europei, in particolare il nostro, è cominciata negli Anni ’90, in realtà piuttosto tardi rispetto ad altri paesi dell’ex campo socialista dove il crollo dell’economia pianificata e la transizione verso il capitalismo era cominciata molto prima ed anche più bruscamente. Di fatto, almeno fino al 1996, col governo di Ion Iliescu succeduto a Nicolae Ceausescu dopo la traumatica rivoluzione del dicembre 1989, molti elementi dell’economia romena erano rimasti quasi preservati e ciò aveva attenuato l’emigrazione verso l’Europa Occidentale. Dopo, però, le cose sono cambiate molto rapidamente, e numerosi romeni hanno cercato miglior fortuna al di fuori del loro paese.

Oggi, dopo anni di continua emigrazione, pare che tale fenomeno continui a non calare, ma che addirittura stia conoscendo una nuova impennata: secondo Edupedu e l’INS, l’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2017 ogni ora 24 romeni hanno lasciato il loro paese per emigrare all’estero, per un totale di 219.317 unità, in netta accelerazione rispetto al 2013 quando invece furono 161.000. Nel 2014 erano stati 172.000, nel 2015 187.000 e nel 2016 209.000. L’escalation è dunque impressionante e soprattutto cumulativa, giacché gran parte di queste persone finiscono poi per divenire residenti in pianta stabile nei paesi ospitanti, facendo solo occasionalmente ritorno in Romania, magari in occasione delle feste.

Sempre secondo Edupedu, l’Italia è la meta privilegiata da tutti questi migranti, per un 47% del totale, a cui seguono la Spagna col 22% ed infine la Germania e il Regno Unito col 6% per entrambi. Secondo la Banca Nazionale Romena il 20% dei romeni fra i 20 e i 64 anni vive oggi in un altro paese UE, e ciò costituisce la più alta percentuale all’interno dell’Unione. Anche il 31% degli emigrati del 2017 spaziava fra i 20 e i 29 anni.

Le rimesse dei migranti contribuiscono comunque alla diminuzione della povertà, che tra il 2008 e il 2017 sarebbe calata dell’8,5%, con percentuali che superano quindi quelle di altri paesi come la Lettonia, pari al -6%, o la Bulgaria, pari al -5,9%. Solo la Polonia è riuscita a fare di meglio: secondo i dati Eurostat, in questo paese le persone a rischio povertà sono calate dal 30,5% del 2008 al 19,5% del 2017. In ogni caso, sempre secondo Eurostat, Bulgaria e Romania restano i due paesi col maggior rischio di povertà, rispettivamente 38,9% e 35,7%, seguite dalla Grecia col 34,8%.

Tutto ciò, comunque, avviene sullo sfondo di una perdita del 6% del PIL ogni anno, proprio a causa della difficoltà che le aziende in loco hanno a trovare personale qualificato. Anche in questo caso si tratta di un danno cumulativo, che testimonia il progressivo impoverimento del tessuto industriale del paese. A fornire questi dati è stato il portale PWC, citato anche da Romania Insider.

“La Romania perde il 6% del PIL all’anno a causa della mancanza di lavoratori qualificati”, ha spiegato Mihai Anita, di PWC Romania. “La disponibilità di manodopera qualificata è dipendente da fattori come la libera circolazione dei lavoratori, inclusi permessi di lavoro più accessibili per cittadini extra-UE e un sistema educativo che prepara laureati con le giuste caratteristiche”.

Certo, siamo lontani dal dato ancor più preoccupante della Bulgaria, paese che perde ogni anno il 13,2% del PIL sempre per le stesse ragioni, ma in ogni caso si tratta di percentuali preoccupanti, che confiscano un futuro a tanti giovani romeni in patria. Si crea così un circolo vizioso, in base al quale sempre più romeni non trovando nessun lavoro nel loro paese finiscono per emigrare, mentre proprio per questo il paese s’impoverisce d’opportunità e di risorse umane. La testimonianza di questo fenomeno è poi data dai numerosi paesi e villaggi della Romania, dove alla fine restano solo i vecchi e i bambini perché quasi tutte le persone in età da lavoro se ne sono andate via.

In una simile situazione, data la progressiva contrazione dell’industria, è l’agricoltura a recuperare il suo principale ruolo di fonte economica per molte aree del paese. In quello che in epoca socialista era il principale paese esportatore di tecnologie nei paesi in via di sviluppo, oggi l’agricoltura riacquista importanza agli occhi di molti romeni rimasti in patria anche solo per il fatto d’essere l’unica immediata fonte di reddito. Anche gli stanziamenti forniti dall’UE, in tal senso, costituiscono un ulteriore motivo per ridare fiducia a questo settore.

Ecco che allora, nel 2017, la Romania risulta aver registrato un aumento della produzione agricola pari al 12,5% rispetto all’anno precedente. Anche in questo caso i dati sono stati forniti dall’INS, che ha stimato il valore della produzione agricola romena in 78,4 miliardi di lei nel 2017, pari a circa 17 miliardi di euro: sempre troppo poco, in ogni caso, per mantenere tutta la popolazione, e comunque sarebbe piuttosto imprudente pensare che un paese europeo possa oggi vivere di sola agricoltura, a maggior ragione se reduce da un forte passato industriale e di servizi. Un semplice raffronto col fatturato dell’agricoltura italiana può ancor più rafforzare tale punto di vista, e far capire quanto sia invece importante rilanciare i settori secondario e terziario romeni.

L’agricoltura è importantissima e la Romania vanta in tale settore dei punti d’eccellenza fondamentali, ma proprio per questa ragione essa non dev’essere vista come un semplice ripiego dopo anni di spoliazione ed impoverimento del patrimonio produttivo, industriale e non. In ogni caso, la crescita più forte dell’agricoltura romena s’è registrata in regioni come l’Oltenia (nel sud ovest, col +24,9%), anche se in assoluto il maggior peso della produzione è stato raggiunto nella Montenia (al sud, col 19,2%), dopo Bucarest-Ilfov (17,7%) ed il nord est (15,7%).

E che l’agricoltura abbia acquistato un ruolo sempre più determinante per la sopravvivenza della Romania lo dimostra anche l’attenzione che ora, ancor più di prima, il governo dedica ai suoi vari comparti, per esempio l’allevamento. Uno di questi, per esempio, è l’allevamento dei suini, che in questo momento in varie parti d’Europa sta conoscendo grosse difficoltà a causa della peste suina africana: in tal caso il governo romeno non ha atteso un istante nello stanziare nuovi provvedimenti appena la Commissione Europea ha varato appositi aiuti finanziari alla Romania. Bucarest darà così agli allevatori romeni di suini aiuti per 43 milioni di euro, che andranno in parte anche per acquistare attrezzature per la disinfezione, laboratori veterinari e strumenti per la diagnosi della pesta suina, come specificato anche da Romania Insider. Un’altra parte del fondo andranno invece per rimborsare quegli allevatori che già sono stati sensibilmente colpiti dall’epidemia.

Sempre citato da Romania Insider, il ministro romeno per l’agricoltura, Petre Daea, ha voluto rassicurare il paese affermando che l’epidemia si sta fermando. Fino ad oggi i focolai di peste suina accertati sono stati non meno di mille, con l’eliminazione di non meno di 350.000 capi allo scopo d’evitare la diffusione del contagio.

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