All’incirca quattro mesi fa, contestualmente al crollo del prezzo del petrolio e alla svalutazione del Rublo, si iniziò a parlare della crisi russa, dell’assalto ai negozi da parte di cittadini in preda alla paura e della fuga dei capitali che avrebbe messo in ginocchio il paese. Oggi, a distanza di così poco tempo, la crisi sembra poter cessare prima del previsto e con risvolti meno drammatici di quanto preventivato forse con eccessiva avventatezza.

Facciamo un passo indietro. La svalutazione del Rublo, iniziata a metà del 2014 (come si vede dalla figura sotto), fu attuata dal governo di Mosca per compensare gli effetti del crollo del prezzo del petrolio sulle entrate fiscali. Il repentino indebolimento della valuta nazionale innescò, a cavallo del nuovo anno, una spirale speculativa che portò la moneta ai minimi storici rispetto al dollaro. La Russia, riuscì a reggere all’attacco degli speculatori sia sostenendo il cambio attraverso l’aumento dei tassi d’interesse, sia con l’utilizzo di riserve valutarie, che a differenza del default del ’98, erano presenti in abbondanza nelle casse dello Stato.

Come mostrato dal grafico sotto, quest’anno il Rublo guida la classifica dei rialzi valutari, avendo messo a segno nei primi 4 mesi del 2015 un progresso del 17% contro il dollaro.

Figura 1 - Andamento cambio RUB-USD
Figura 1 – Andamento cambio RUB-USD

Se il crollo della moneta ha portato l’inflazione sino al 16,7% a febbraio, ben un 10% in più rispetto allo stesso periodo del 2014, allo stesso modo, l’attuale recupero sul dollaro americano è da leggersi come una buona notizia. La ripresa del Rublo, infatti, potrebbe nei prossimi mesi alleviare le preoccupazioni delle famiglie alle prese con una significativa perdita del potere di acquisto dei salari, in un periodo di stagnazione economica. Secondo quanto riportato dal Ministro delle Finanze Siluanov, il governo si attende per quest’anno un tasso di inflazione tra l’11 e il 12 per cento, ben 5 punti percentuali in meno rispetto febbraio.

Come ha recentemente affermato il governatore della Banca centrale della Federazione Russa, Elvira Nabiullina, l’apprezzamento del Rublo offre spazio alla Russia per tagliare ulteriormente i tassi di interesse, sempre che sussista l’attuale condizione “più o meno equilibrata” della moneta. La stessa banca centrale (uscita sicuramente vittoriosa da questa difficoltosa congiuntura economica), dopo aver sospinto i tassi d’interesse fino al massimo di 17% nel dicembre scorso, li ha poi rimodulati al ribasso sino al 14% dello scorso marzo, intraprendendo un percorso di normalizzazione.

Un recente articolo di Matthew Winkler, pubblicato recentemente su Bloomberg definisce la Russia “terra di opportunità”1 mentre il titolo apparso lo scorso tredici Aprile su Newsweek è ancora più eloquente: “Quali sanzioni? L’economia russa sta crescendo ancora”2. Entrambi, di fatto, esaltano i risultati delle principali aziende russe che si dimostrano più performanti rispetto alle concorrenti sull’indice MSCI Emerging Markets, oltre che rilevare l’ottimo andamento dell’indice MICEX (Russia Stock Market) che ha registrato un +24,59% nell’ultimo anno.

Figura 2 - Andamento indice micex
Figura 2 – Andamento indice micex

Per finire, anche Morgan Stanley ha recentemente parlato dell’opportunità di esporsi verso questo mercato, invitando comunque alla cautela, d’obbligo in questi tempi di difficile interpretazione. La serenità di Putin quindi, riguardo i danni portati dalla caduta del prezzo del petrolio, è sostanzialmente condivisa da diversi esperti del settore, smentendo le prime catastrofiche previsioni.

Tornando all’economia reale, il tasso di crescita del PIL e il tasso di disoccupazione (come si vede sotto), pur non esseno drammatici, non sorridono ancora al gigante euroasiatico.

Figura 3 - Tasso di crescita del PIL
Figura 3 – Tasso di crescita del PIL
Figura 4 - Tasso di disoccupazione
Figura 4 – Tasso di disoccupazione

L’economia russa ha convissuto per anni con un Rublo fortemente sopravvalutato1, che ha penalizzato l’industria, rendendo i propri prodotti troppo costosi all’estero. Questa dinamica, tipica delle nazioni esportatrici di materie prime è anche chiamata “Male Olandese”2. In estrema sintesi, questo concetto, spiega come l’esportazione di grandi quantità di risorse naturali provoca un massiccio afflusso di valuta estera e Il conseguente apprezzamento della valuta locale, causa una contrazione della competitività esterna dei prodotti del settore industriale, stimola l’importazione di beni stranieri concorrenti e un processo di deindustrializzazione interno.

Al di là di quanto la Russia sia più o meno affetta da questa patologia (le opinioni sono discordanti e dipendono dai periodi considerati), oggi grazie al cambio più favorevole, i prodotti russi risultano senza dubbio più convenienti e questo potrebbe avere un effetto propulsivo per la produzione industriale. Allo stesso tempo, i consumatori per effetto della svalutazione si ritrovano ad avere un potere d’acquisto ridotto per i prodotti esteri (che specularmente diventano più cari) per cui tenderanno a sostituirli con prodotti interni, più a buon mercato. Questo effetto di sostituzione dei prodotti esteri con quelli nazionali, andrà a stimolare il settore industriale russo, non particolarmente dinamico negli ultimi anni.

Quali che fossero le cause del crollo del prezzo del petrolio, che hanno duramente provato l’economia russa, il paese ha dato prova di saper rispondere colpo su colpo. La strada per uscire definitivamente dall’impasse è ancora lunga, ma viste le attuali circostanze, per certi aspetti favorevoli, non è da escludere che la crisi possa diventare un opportunità tanto da vedere, in un futuro non lontano, un rilancio della produzione industriale russa.

Luca Caselli

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