matteo salvini

La partita che si è aperta tra il partito di Grillo e il Carroccio con la nomina dei presidenti delle camere è molto delicata. Sebbene entrambi i partiti si cerchino, si annusino, e imparino a conoscersi, sinora a fare le maggiori concessioni è stato indubbiamente Salvini, il quale ha concesso a un deputato di spicco del Cinquestelle come Roberto Fico di essere nominato alla terza carica dello Stato, senza avere nulla in cambio dal punto di vista partitico.

Sul fronte del Cinquestelle invece sembra che malgrado l’evidente affinità con la Lega su alcuni temi, ci sia molta meno disponibilità ad una soluzione flessibile sul governo. Il MoVimento resta allo stesso tempo un partito post-ideologico, ma anche ideologico. Grillo, Casaleggio e i suoi rimangono una forza politica che mette in discussione non solo la classe dirigente degli ultimi 30 anni, ma anche il sistema istituzionale stesso: i cinquestelle da sempre vorrebbero istituire forme di democrazia diretta che non sempre sono conciliabili con i tempi e i meccanismi delle democrazie rappresentative liberali.

Per Luigi Di Maio le preferenze date al Movimento Cinque Stelle sono anche una preferenza data al premier, una stortura che non appartiene, sia chiaro, soltanto a questa parte politica, ma è una stortura della Seconda Repubblica, che nel passato è stata ben incarnata da Silvio Berlusconi. Giustificata da leggi che introducevano il maggioritario nell’era del bipolarismo, vedasi il Mattarellum, grazie al quale si sapeva dal giorno dopo le elezioni chi avrebbe guidato il governo.

Berlusconi è probabilmente in questa fase il fulcro del discorso avviato da Lega e Cinquestelle. Perché un governo costruito anche insieme agli uomini dell’ex Cavaliere sarebbe difficilmente giustificabile non solo all’elettorato, ma soprattutto all’opinione pubblica del paese, che non aspetta altro che evidenziare i passi falsi del MoVimento. In particolar modo giornalisti e politici d’area dem che aspettano Di Maio e Grillo al varco per restituirgli pan per focaccia dopo anni di opposizione a cinquestelle.

Salvini ha ieri parlato ai microfoni di Bruno Vespa, specificando che un eventuale governo debba riguardare tutto il centrodestra. Il leader del Carroccio ha ricordato che da parte loro sono stati fatti già dei passi indietro e Di Maio non può pretendere di porre come condizione “o io o nessuno”. “Non stiamo lavorando per tornare al voto, ma non ho paura di andarci” ha poi chiosato davanti al giornalista, conduttore di Porta a Porta.

Il nodo di Forza Italia però resta. La coalizione di centrodestra è sin dall’inizio più un’unione di convenienza elettorale che di intenti, restando evidente la svolta moderata di Berlusconi, che avviatosi sul viale del tramonto politico, ha voglia di recitare il ruolo di Grande Saggio in questa fase storica e politica. L’ex presidente del consiglio in questa nuova veste probabilmente siederebbe al tavolo con tutti: aveva subodorato uno stallo che lo avrebbe portato a un accordo del nazareno bis con Renzi, se questi non fosse crollato nei consensi, ma ha anche dimostrato di non voler spaccare la coalizione con Salvini quando la candidatura di Romani rischiava di farlo.

La verità è che Berlusconi in questo momento tifa soprattutto per se stesso, e stare in un governo di qualsiasi colore sia tiene il leader di Forza Italia al riparo dagli attacchi alle sue aziende. Ma a differenza che in passato non ha un partito che lo segue ciecamente. In Forza Italia ormai è evidente da tempo la convivenza di due anime, quella moderata che vedrebbe bene un’alleanza al centro come accaduto in passato con Alfano e Verdini, l’altra decisamente filosalviniana che si schiera sulla linea del governatore della Liguria, Toti vicino al leader del Carroccio.

È evidente che ormai l’unico collante in Forza Italia è costituito dal suo fondatore e dal suo carisma consolidato, ma il futuro vede Salvini guidare un unico partito di destra popolare, una volta che Berlusconi uscirà di scena. Considerando anche che la Meloni non sfonda a livello di consensi se non in zone molto limitate del paese, il futuro sembra già scritto.

Tornando all’emergenza cogente di provare a formare un governo, solo la Santa Pasqua ci dirà se i leader di partito riusciranno a trovare la quadratura del cerchio. Se Berlusconi entrerà a far parte del governo, lo farà esternamente o saranno accettati suoi uomini nell’esecutivo? Se Di Maio dovesse rinunciare a fare il premier in prima persona, su quale autorità politica (o tecnica) convergeranno i leader di Lega e M5S? Sono i due nodi da sciogliere per trovare presto l’intesa di governo.

Un fallimento delle trattative aprirebbe scenari che rischiano di essere deleteri per il nostro paese, la Lega ha già fatto sapere di non essere disponibile a formare governi del presidente, ma la ritrosia di Napolitano e del suo vice Mattarella nel tornare al voto, mostrata nel recente passato, apre a qualsiasi scenario. Per fortuna però a meno di un accordo tra PD e Cinquestelle, al momento quasi impossibile, l’inciucio tra Berlusconi e Renzi come ultima ratio, è numericamente impossibile da realizzare.

Salvini, però sembra fiducioso: “io non conoscevo quelli del Cinquestelle, ma in questi giorni ho trovato delle persone in gamba e preparate” ha dichiarato il segretario della Lega nella lunga intervista con Vespa, poi ha aggiunto: “con Di Maio ci vedremo dopo Pasqua e ne parleremo”. C’è solo da aspettare che la storia faccia il suo corso e dia il suo esito.

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