Sta già destando grande curiosità il nuovo numero di “Scenari Internazionali” dedicato ad Expo. Il motivo, personalmente, credo che sia facilmente intuibile: come anche lei ha detto, “mentre gran parte della stampa generalista era impegnata a cercare falle e problemi in ogni angolo di Rho Fiera, noi abbiamo lavorato per informare cittadini e imprenditori italiani sulle risorse e sulle opportunità che un evento del genere ha creato e creerà ancora negli anni a venire”. Probabilmente è proprio questo distinguo a fare di “Scenari Internazionali” un prodotto che fa classe a sé e ad attirare tanta attenzione.

Scenari Internazionali desta interesse, ma è ancora una rivista giovane e sottoposta ai fuochi incrociati di una concorrenza che in molti casi è infinitamente più attrezzata. La nostra indipendenza è preziosa, ma comporta anche grandi oneri e fatiche in un Paese, che purtroppo vede penalizzata buona parte dell’editoria medio-piccola e dei giovani giornalisti, costringendoli ad operare in condizioni durissime. Si fa un gran parlare di modernizzazione e ottimizzazione anche da parte di chi nei fatti continua a godere di certi privilegi politici. Noi, invece, sul mercato ci stiamo per davvero e ci stiamo con le nostre forze e le nostre competenze, portando avanti un progetto che ha come scopo quello di favorire l’internazionalizzazione del nostro sistema-Paese. Dopo sette anni di crisi, il lettore italiano medio è diventato umorale e rabbioso. Questa comprensibile scarsezza di lucidità, specie se sfogata attraverso i social network, lo porta a perdere la capacità di selezione delle fonti di informazione. Con un click si può condividere un articolo di cui magari si è letto soltanto il titolo e il catenaccio inseriti nel riquadro di anteprima della pubblicazione. Molti utenti della rete non sono alla ricerca di articoli documentati che li aiutino a capire meglio la realtà dei fatti, ma semplicemente di pezzi d’opinione che mettano per iscritto quello che già staziona nella propria testa. Con la nostra rivista, che è cartacea e trimestrale, e che dunque risente molto meno della “nevrosi quotidiana” da social-network, cerchiamo nel nostro piccolo di riportare il lettore a respirare, calmarsi e ragionare sui temi globali del XXI secolo.

Venendo velocemente ad Expo, l’Italia anche in questo caso si è divisa in due: gli elettori o simpatizzanti di Renzi a favore, gli elettori o simpatizzanti delle opposizioni contro. Noi abbiamo rifiutato radicalmente questa polarizzazione, stupida e insensata. Mentre Milano ospitava milioni di turisti, imprenditori, scienziati, giornalisti, ricercatori e studenti da tutto il mondo, noi ci perdevamo nelle polemiche sui ritardi o sugli sprechi, veri o presunti. E’ stata un’occasione d’oro per l’Italia, sfruttata poco.

Crede che con Expo l’Italia abbia perso delle occasioni? Se sì, quali? E quali, invece, potrebbero essere le occasioni che sono state colte?

Proprio oggi l’ISTAT ha sentenziato che il tasso di crescita del PIL nel 2015 si fermerà a quota 0,7%, contro l’1% pronosticato da Matteo Renzi. In un anno caratterizzato dalla gestione del semestre espositivo universale e dal crollo del prezzo internazionale del petrolio, per un Paese importatore di materie prime come l’Italia, un dato del genere significa essere rimasti sostanzialmente al palo. Senz’altro l’evento ha contribuito – direttamente o indirettamente – ad attrarre investimenti esteri e a rilanciare le nostre eccellenze nel mondo dopo anni durissimi per le nostre imprese. Si è inoltre svolto regolarmente e senza grandi intoppi, anche dal punto di vista della sicurezza in un momento internazionale delicatissimo. Eppure, non c’è dubbio che Expo andava sfruttato di più. Dopo i primi giorni, di fatto è calato il sipario mediatico sugli eventi, rialzandosi soltanto verso la fine della manifestazione, al momento della conta dei visitatori e delle relative polemiche.

L’obiettivo fissato dall’organizzazione era di 20 milioni di ingressi, ce ne sono stati 21,5. Eppure, non è questo il punto. Fermarsi a giocare col pallottoliere non ha alcun senso. Il vero potenziale che un evento come Expo reca in sé, è fatto di investimenti esteri, cooperazione commerciale, piani di ricerca congiunti, promozione delle proprie eccellenze e del proprio know-how all’estero, indotto turistico e così via. Per non parlare di ciò che Expo lascerà in eredità nei prossimi anni. Secondo le stime iniziali, questo cosiddetto “impatto di terzo-livello” dovrebbe fruttare circa 5,8 miliardi di euro suddivisi tra gli investimenti diretti esteri, la nascita di aziende green-field, l’aumento dell’attrattività turistica e l’incremento del valore del patrimonio immobiliare. Cerchiamo di non perdere almeno questo treno.

L’Expo è stata una grande occasione per molti paesi in via di sviluppo per presentarsi come potenze realmente affermate. Per esempio potremmo citare il Brasile. Tuttavia alcuni giorni fa proprio in Brasile s’è verificato un grave incidente ambientale e pochi giorni dopo, per altri motivi, il Senato ha approvato il via libera per la messa in stato di impeachment della presidentessa Dilma Rousseff. A suo giudizio, i Paesi in via di sviluppo e i BRICS in particolare scontano ancora grosse fragilità, tali da inficiare il loro percorso verso una piena affermazione, e se sì come possono fare per risolverle?

Quello che è successo in Brasile è un incidente molto grave, ma sul quale il governo federale ha ben poche responsabilità. Con Lula e la Rousseff, il gigante sudamericano si è definitivamente affermato come frontiera agricola di primo livello. Il Brasile è il settimo Paese al mondo per mole di investimenti nelle energie rinnovabili, mentre il primo è la Cina. Da almeno trent’anni è alfiere nella filiera del bio-diesel e anche ad Expo ha mostrato come poter integrare in modo intelligente la sua vasta produzione agricola e la ricerca di un paradigma di sostenibilità. Dilma Rousseff ha vinto le ultime elezioni presidenziali ed il via-libera alla messa in stato di impeachment è stato un colpo basso da parte di ambienti politici trasversali, che vorrebbero strumentalizzare le inchieste che hanno colpito la Petrobras per ribaltare gli esiti del voto democratico. I BRICS in generale stanno vivendo una fase di rallentamento, ma questo era prevedibile. Era assurdo poter pensare che queste economie potessero guidare la ripresa mondiale all’infinito. Non vivono su un altro pianeta, e se i Paesi occidentali non riescono ancora ad investire e ad importare ai livelli pre-2008, è chiaro che la bilancia commerciale dei BRICS ne risenta negativamente, ora che una prima fase espansiva interna si è esaurita.

La Cina ne è un esempio evidente. L’economia cinese non è affatto in crisi, ma vive un rallentamento che ha portato il tasso di crescita e gli indici della produzione industriale leggermente al di sotto delle previsioni del governo (tra il 6,8% e il 6,9% contro il 7% stimato). Durante l’estate, Xi Jinping ha deciso così di rilanciare i consumi interni, in seguito ad almeno dieci anni di aumento costante dei salari a vari livelli, mentre la Banca del Popolo Cinese (banca centrale) ha svalutato lo yuan e ne ha parzialmente liberalizzato il tasso di cambio. Le grida isteriche al “crollo cinese”, sparacchiate su certi quotidiani, sono state smentite. Qualche giorno fa lo yuan ha addirittura guadagnato l’accesso al paniere dei diritti speciali di prelievo del FMI, ed entro l’ottobre del prossimo anno potrà definitivamente accreditarsi come valuta di riserva mondiale accanto al dollaro, all’euro, alla sterlina e allo yen.

Gli altri Paesi emergenti probabilmente seguiranno l’esempio cinese o adotteranno comunque misure miste, tipiche dell’economia sociale di mercato. Sulla Russia farei invece un discorso a parte, ma non in questa sede. In generale, però, è infantile e stupido sperare, come tifosi imbevuti di retorica, che questi Paesi entrino in crisi strutturale, perché a quel punto le cose si metterebbero male anche e soprattutto per noi.

Ad Expo s’è parlato abbastanza dell’Africa ma, fra tutti i paesi africani, quello che ha certamente riscosso la maggiore attenzione è stato l’Angola. L’Angola è molto legato ai BRICS ed è attualmente fra i paesi africani più determinati ad emergere. Qual è il suo giudizio da questo punto di vista?

Abbiamo inserito il Padiglione dell’Angola nella Top-10 del numero di Scenari Internazionali. Il reportage, curato dalla collega Francesca Dessì, ha messo in luce proprio la determinazione del Paese africano a voler emergere dalle sacche di un continente ancora incatenato a condizioni di vita inaccettabili. Quando parliamo di immigrazione, al di là delle speculazioni politiche di una parte e dell’altra, dobbiamo necessariamente fare i conti con un grande fenomeno di sradicamento e di travaso sociale che ha alla sua origine drammatiche contraddizioni. La decolonizzazione non ha prodotto un vero processo di emancipazione e soltanto la Cina è oggi agli occhi di molti africani il partner ideale per costruire il riscatto dopo secoli di patimenti e sofferenze.

Chiaramente, ci vorranno decenni prima che l’Africa possa costruire sistemi industriali all’avanguardia, infrastrutture decorose e società moderne, fondate sullo stato di diritto e su sistemi di rappresentanza autenticamente popolari. Ma si deve cominciare prima possibile. Con tutto il rispetto per l’opera ed il coraggio dei missionari e dei volontari, lasciare sul posto qualche ospedale da campo, un pozzo o una piccola chiesa non serve a nulla. L’Africa ha bisogno di know-how e capitale fresco da investire nell’edilizia, nella sanità, nelle infrastrutture, nell’istruzione e nelle fonti energetiche. L’Angola è un Paese che, più di altri in Africa, ha anteposto la strategia all’assistenza. I suoi relativi successi economici sono la dimostrazione che il lavoro paga e che, con una sovranità concreta, attori esteri di primo livello, come il nostro Gruppo Cremonini, possono trovare un buon clima per gli investimenti.

Probabilmente se si tenesse oggi l’Expo tratterebbe di lotta al terrorismo anziché di nutrizione. Anche in questo caso i paesi a cui la sua rivista ha dato spazio hanno dimostrato d’avere le idee chiare e di sapere come affrontare questa minaccia. Può riportarci qualche esempio?

Beh, la Russia è rimasta fuori dalla nostra Top-10 e al momento mi pare il principale attore impegnato nella guerra contro l’ISIS e il terrorismo internazionale in genere. Per quanto riguarda i Paesi a cui abbiamo dato spazio nell’ultimo numero, sicuramente le idee chiare nell’anti-terrorismo non mancano, ma non da ora. Sono oltre vent’anni, ad esempio, che il terrorismo islamista cerca di inserirsi in Asia Centrale. Fu soprattutto per venire incontro a questi fattori di destabilizzazione nella regione che Russia, Cina, Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan decisero di fondare l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nel 2001. Il Turkmenistan ha ordinato una grande mobilitazione militare nel marzo scorso per impedire che l’ISIS penetrasse nel Paese attraverso le cellule affiliate presenti in Afghanistan. Agamyrat Garkhanov, un funzionario della Difesa, la definì la più vasta e numerosa mobilitazione di riservisti negli ultimi 24 anni, cioè da quando il Paese si rese indipendente dall’URSS. Ovviamente, la Cina è impegnata da decenni nella sua regione dello Xinjiang contro la piaga dell’estremismo separatista uiguro, sovvenzionato dall’estero. Il premier ungherese Orban è stato tra i pochi leader europei ad aver anticipato per tempo il pericolo di infiltrazione di membri dell’ISIS tra le carovane di profughi siriani e iracheni, lasciati transitare in tutta Europa.

La ringraziamo per la disponibilità che ci ha concesso per questa intervista.

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