Merkel Renzi

L’Unione Europea sta attraversando l’ennesima fase di crisi. A tenere banco il progetto di unione bancaria, la questione migranti e la crisi dell’impianto di Schengen. Già da qualche mese, alcuni paesi dell’Unione hanno sospeso provvisoriamente la libera circolazione e reintrodotto i controlli alle frontiere. Ora la situazione resta caotica, soprattutto perché il flusso di immigrazione proveniente dal medio oriente non sembra diminuire. Non sono bastati i 3 miliardi di euro donati alla Turchia di Erdogan a limitarne gli arrivi.

Ancora un volta la Grecia si ritrova in difficoltà, ancora una volta gli Stati del Nord le puntano il dito contro, avvertendo che è in osservazione e deve “fare i suoi compiti” (parole di Thomas de Maiziere, ministro dell’Interno tedesco). La sparata della settimana è quella di voler escludere la Grecia da Schengen se non riuscirà a tenere sotto controllo le sue frontiere e gestire l’emergenza migranti. Più plausibile la possibilità di ricorrere all’articolo 26 del codice per prolungare di altri 2 anni i controlli alle frontiere che vengono già effettuati in Francia, Austria, Svezia, Croazia, Danimarca e Germania.

La Germania appunto. Quella della Merkel che apriva ai profughi siriani, gesto interpretato come un grande atto politico “nel solco della migliore tradizione europea”. Ma che ripristina i controlli alle frontiere e continua a bacchettare i mediterranei – cose, con buona pace dei sentimentalisti, entrambe popolarissime tra i tedeschi che amano il rispetto delle regole, sia quando si deve garantire asilo ai profughi in punta di diritto, sia quando si deve impedire l’afflusso incontrollato di migranti -. In questo ennesimo valzer, di rimpalli di responsabilità, veti incrociati, accuse e più o meno velate minacce, che si risolveranno plausibilmente nell’ennesimo compromesso tampone, che rimanderà la soluzione dei problemi a data da destinarsi, l’Italia gioca un ruolo da comprimario, anche per colpa delle ultime incomprensioni con le istituzioni comunitarie.

Non appena, infatti, Matteo Renzi prova ad alzare la testa, un attimo, giusto per chiedere spiegazioni, per ricordare che anche l’Italia è un pezzo d’Europa, viene subito zittito e rimproverato dal burocrate europeo di turno. L’ultimo in ordine di tempo, ma non d’importanza, è stato Junker. Il presidente della Commissione, con un debole per i gin tonic, che giustamente vuole rivendicare almeno la flessibilità e il piano europeo degli investimenti – che ha stanziato, nel 2015, 21 miliardi in un fondo europeo per gli investimenti che dovrebbero lievitare a 315 entro il 2017 grazie ad un effetto moltiplicatore – , quattro spiccioli del tutto insufficienti ad affrontare le perdite subite in questi anni di recessione.

Fino a poco tempo fa un coro di influencer chiedeva di alzare la voce in Europa, ora le grandi firme del giornalismo mainstream ci ricordano che bisogna stare attenti e guadagnare credibilità prima di parlare, e che in Europa sarebbe meglio dialogare con lo “spirito di De Gasperi” piuttosto che sbattere i pugni sul tavolo. Quelli che, l’autorevolezza dell’Italia dipenda dal debito pubblico, quelli che in fondo preferivano Letta, quelli che chiamano a gran voce le riforme impopolari che sono le uniche a poter salvare la democrazia. Fatico a capire come faccia una democrazia ad essere impopolare e, secondo quest’accezione, la differenza tra un governo presieduto da un primo ministro o da una giunta di tecnocrati di Bruxelles diventa irrilevante. La verità e che l’unico modo per mantenere una distinzione formale tra tecnocrazia e democrazia, nell’epoca della ritirata della politica, sta proprio in quel poco di demagogia che in Italia oggi incarna efficacemente Renzi.

Il presidente del consiglio è un abile comunicatore ce lo ripetiamo da anni. Bilancia in continuazione le buone maniere da galateo diplomatico, con la spavalderia di un ragazzetto che non le manda a dire. Mantiene, finora in modo sorprendentemente esemplare, un equilibrio tra empatia telegenica e ruolo istituzionale. A volte goffo, inesperto e sfrontato, non si mostra mai, per nessuna ragione, sulla difensiva, riesce ad attaccare – i vari “gufi” – anche dalla posizione oggettivamente più scomoda: il governo. Poco importa se dietro le quinte della commedia, ci sia poco più che nulla. Il semestre di presidenza europea è passato inosservato, sconti significativi sul rapporto debito/PIL non pervenuti, i dati sulla crescita sono inferiori alla media europea e lo 0,6% di crescita del PIL (sull’auspicato 0,7-0,8%) è dovuto al calo del prezzo del petrolio e alla svalutazione dell’Euro come riportato sul DEF del 2015. Renzi, di fatto, non ha competitor reali, all’infuori della Troika. Per questo, in fin dei conti, anche se non sa parlare in Inglese, se arriva in ritardo alle riunioni, se i suoi discorsi a volte sembrano supercazzole, siamo tutti renziani, anche un po’ la buona borghesia milanese del Corriere e del Sole 24 ore. È per questo che il leader di Rignano si è recato in queste ore a Berlino per un faccia a faccia con Angela Merkel. “È l’ora che l’Italia venga ascoltata” secondo il premier, dicono fonti vicine al segretario PD.

Luca Scaglione