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Valeria Fedeli

Parte la sperimentazione del diploma in soli 4 anni per 100 classi. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, ha firmato il decreto che dà l’avvio ad un Piano nazionale di sperimentazione che coinvolgerà Licei e Istituti tecnici. L’idea, già presa in considerazione dall’ex titolare del Miur, Stefania Giannini, è stata ripresa da Fedeli.

L’avviso sarà pubblicato a fine mese sul sito del Miur e le scuole potranno fare domanda dall’1 al 30 settembre. Si potrà attivare una sola classe per scuola partecipante. Fino ad oggi sono 12 le scuole che hanno sperimentato percorsi quadriennali.

Saranno previsti criteri comuni per la presentazione dei progetti, in maniera tale da “rendere maggiormente valutabile l’efficacia della sperimentazione”, spiega il Miur in una nota.

Possono candidarsi sia scuole statali che paritarie. Un’apposita Commissione tecnica, come spiega il ministero, valuterà le domande pervenute.

Le proposte, fanno sapere da Viale Trastevere, dovranno distinguersi per “un elevato livello di innovazione”, in particolare per quanto riguarda l’articolazione e la rimodulazione dei piani di studio, per l’utilizzo delle tecnologie e delle attività laboratoriali nella didattica, per l’uso della metodologia Clil (lo studio di una disciplina in una lingua straniera), per i processi di continuità e orientamento con la scuola secondaria di primo grado, il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici.

Agli studenti dovrà essere garantito, entro il quarto anno di studi, il raggiungimento di “tutti gli obiettivi specifici di apprendimento” del percorso di studi scelto. L’insegnamento di tutte le discipline sarà garantito anche attraverso un eventuale potenziamento dell’orario.

Nel corso del quadriennio, un Comitato scientifico nazionale valuterà l’andamento nazionale del Piano di innovazione e predisporrà annualmente una relazione che sarà trasmessa al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.

Il Comitato sarà nominato dal ministro dell’Istruzione e dovrà individuare le misure di accompagnamento e formazione a sostegno delle scuole coinvolte nella sperimentazione.

A livello “territoriale”, invece, saranno istituiti i Comitati scientifici regionali a cui toccherà il compito di valutare gli esiti della sperimentazione, di anno in anno, da inviare al Comitato scientifico nazionale.

L’avvio della sperimentazione, previsto per il 2018/19, sta sollevando molti dubbi nel mondo della Scuola, già duramente colpito dal governo Renzi. La delicata questione dei traguardi di apprendimento, sembra essere ancora una volta sottovalutata, come è già avvenuto per l’alternanza scuola-lavoro. Mancano garanzie certe sul livello di formazione in uscita degli alunni, chiamati a compiere il loro percorso di studi in quattro anni anziché in cinque. Una più aggiornata didattica ed una conseguente più flessibile organizzazione del calendario e dell’orario scolastico, richiedono tempi congrui e sperimentazioni assistite dai risultati tutt’altro che immediati.

L’uscita dagli studi a 18 anni, presentata come necessità di allineamento all’Europa (anche se, a dire il vero, in 15 paesi su 27 il percorso termina a 19 anni), non può essere una priorità.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, “il ministro, piuttosto che ripristinare l’obbligo scolastico a 18 anni come aveva previsto Berlinguer, intende ridurre di un anno il percorso facoltativo per licenziare gli studenti alla maggiore età. Ma bastava anticipare di un anno l’ingresso, oggi a 6 anni, per ottenere lo stesso risultato, senza sottrarre nuove ore di studio e di apprendimento già falcidiate con la riduzione dell’orario settimanale operato dai decreti applicativi della legge 133/2008. A regime, salterebbero altre 35mila cattedre nella secondaria di secondo grado”.

Il Governo Gentiloni farebbe bene a dedicare tempo ed energie alla lotta alla dispersione e all’abbandono scolastico piuttosto che al taglio degli anni scolastici, riproponendo fuori tempo e con un sistema scuola che non ha ancora metabolizzato le fallimentari “innovazioni” degli ultimi anni, riforme già accantonate quando fu approvata la legge 30 del marzo 2000, fortemente voluta dal ministro Luigi Berlinguer.

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