Con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti divenute ormai materia del giorno insieme all’ormai purtroppo consolidato tema del Covid, non deve sorprendere che qualcuno, anche in seno alla stampa italiana più “abbottonata” (quella che, solitamente, cerca sempre di non parlar troppo di certi cattivi costumi politici americani e della compiacevole disponibilità europea, in primis italiana, ad assecondarli), abbia cominciato ad interessarsi ad alcuni “peccaminiosi retroscena” dell’uscente Amministrazione Trump.

Un valido esempio è dato dall’articolo recentissimamente uscito nella rubrica di esteri del quotidiano “La Repubblica” a firma di Alberto Flores d’Arcais, giornalista e filosofo che nel corso della sua ormai lunga carriera iniziata in testate come “La Città Futura”, “il Manifesto” e “L’Europeo” s’è occupato soprattutto di materie internazionali intervistando spesso importanti leader e figure mondiali o seguendo da vicini passaggi storici a dir poco salienti. Il titolo del pezzo, “Epoch Times, la macchina di propaganda pro-Tump fondata da cinesi anti-Pechino” è di per sé già molto efficace a far capire quali saranno poi i contenuti ospitati all’interno. L’articolo è fatto molto bene e dice tutto, sollevando di parecchio la reputazione e il livello qualitativo a volte non sempre ottimale che il quotidiano “La Repubblica” s’è fatto soprattutto nei suoi ultimi scorci d’esistenza: si può dire che sia decisamente una piacevole ed istruttiva lettura. Del resto, l’autore è persona sulla cui esperienza e competenza c’è poco da obiettare: si veda a tal proposito la sua biografia.

Alberto Flores d’Arcais, già introducendo l’articolo, non usa mezzi termini: “Il gruppo editoriale è un punto di riferimento tra i media conservatori americani, anche a colpi di fake news. E ha sempre più influenza sulla Casa Bianca. Il movimento Falun Gong, che ha creato il colosso, smentisce: “Non abbiamo legami politici negli Stati Uniti o altrove”. In effetti, che negli Stati Uniti “The Epoch Times” sia stato uno dei pochissimi giornali a sostenere Donald Trump già quando correva per il suo primo mandato, è cosa nota: tutti gli altri, infatti, sostenevano Hillary Clinton, che dal canto suo aveva sfoderato in termini d’investimenti per la campagna elettorale e di “endorsements” mediatici un ruolo pressoché da monopolista. Non a caso, tutti i sondaggisti davano la candidata democratica come nettamente favorita sull’avversario repubblicano.

Trump non ha certamente mai dimenticato l’amicizia che già allora “The Epoch Times” gli ha manifestato, ed infatti poco dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, quando in parte degli Stati Uniti furoreggiavano le proteste contro le sue elezioni da parte degli attivisti democratici, dichiarò che quel giornale era uno degli unici seri ed attendibili fra tutti quelli che si potevano trovare in vendita negli Stati Uniti. Ciò, ovviamente, è stato soltanto l’inizio di un accordo del resto già stabilito a suo tempo, che ha visto personalità provenienti dal Falun Gong (la setta proprietaria ed editrice di “The Epoch Times”) entrare a far parte dello staff di consiglieri di Trump per la comunicazione e soprattutto per le materie di politica estera inerenti i rapporti fra Stati Uniti e Cina, mentre altri ancora sono entrati nella cerchia degli ideologi di Steve Bannon, al lavoro sulle sue strategie e dottrine ideologiche ruotanti intorno al concetto di “Sovranismo”. Questo ha significato anche, intuibilmente, una forte crescita dell’influenza politica del Falun Gong e dei suoi comunicatori nei ranghi del Partito Repubblicano e della politica statunitense, ma anche una parallela e copiosa crescita delle fortune della setta tanto in America quanto pure in altre parti del mondo.

A questo punto, però, facciamo qualche passo indietro e lasciamo che sia proprio Alberto Flores d’Arcais a raccontarci tutta la storia, fin dal principio: nei primissimi Anni 2000, in Georgia, il giornale “The Epoch Times” viene fondato da un giovane seguace del Falun Gong, John Tang, con l’intenzione di dare voce ad una setta che nel frattempo in Cina è stata messa al bando (vi sono stati infatti, da parte dei suoi adepti, alcuni gravi attentati e soprattutto vi è stato l’eclatante fatto dell’autoimmolazione di altri suoi membri ancora a Pechino, in Piazza Tienanmen) ma che negli Stati Uniti, soprattutto in seno alla locale comunità cinese, ha già guadagnato decine di migliaia di fedeli. Ad associarsi a Tang furono subito in molti: già nel maggio del 2000, infatti, il quotidiano veniva lanciato a New York, dove se ne inizava la vendita nei chioschi ed in particolare nei distributori automatici di giornali di colore giallo che popolano le vie di quella grande metropoli, soprattutto a Manhattan, il suo cuore più “élitario” ma proprio per questo anche politicamente e culturalmente più influente, e su cui quindi andare a colpire per prima. Solo tre mesi dopo, in un’epoca in cui internet era pur sempre una realtà embrionale o quantomeno spoglia rispetto a ciò che è oggi (sebbene negli Stati Uniti la sua diffusione fosse già più ampia e ricca che da noi), veniva inaugurato anche il suo sito web.

Inizialmente “The Epoch Times” usciva solo in cinese ma non tardarono ad arrivare anche le edizioni in altre lingue, cominciando proprio dall’inglese, ovvero la lingua dei due paesi politicamente più funzionali agli interessi vitali del Falun Gong (Stati Uniti ed Inghilterra, a cui naturalmente seguono anche Canada ed Australia) ma anche la “lingua universale” per eccellenza al mondo. E’ il 2003 quando arriva la prima edizione cartacea in inglese, ma nel frattempo il quotidiano è diventato uno dei più grandi siti di notizie cinesi al di fuori della Cina, in grado di coprire realtà come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Taiwan, Hong Kong oltre a vari paesi dell’Europa Occidentale.

Come al solito, la tattica d’avvicinamento al pubblico potenzialmente interessato è quella del sorriso, abbinata ad una certa complicità “ideologica”. Negli Stati Uniti, compresa la popolosa ed agiata California, “The Epoch Times” viene inizialmente distribuito gratuitamente o al massimo a basso costo, in particolare durante le esercitazioni ginniche condotte dai seguaci del Falun Gong nei vari giardini pubblici o anche in certe palestre, che per i passanti costituiscono anche un’insolita attrattiva. Soprattutto ai più conservatori, ma anche a molti “radical chic” tendenzialmente prevenuti nei confronti della Cina (il tema del Tibet, di un certo Buddhismo filo-Dalai Lama e i film di Richard Geere hanno avuto su di loro un notevole effetto), queste persone appaiono tutto sommato come innocue o benigne, se non addirittura come potenziali amiche od alleate: in fin dei conti, almeno di base, sono accomunate dallo stesso punto di vista anti-comunista e considerano la politica di Pechino come una crescente minaccia agli Stati Uniti e all’Occidente. Tale tattica di avvicinamento e di familiarizzazione, se ben guardiamo, è la medesima che i militanti del Falun Gong adottano anche al di fuori degli Stati Uniti, cominciando dal nostro paese, dove da Milano a Torino, da Firenze a Roma, le modalità di “abbordaggio” sono praticamente le stesse.

Torniamo ora al 2016, quando Trump entra per la prima volta da Presidente alla Casa Bianca: è a partire da quel momento che “The Epoch Times” inizia a diventare un vero e proprio bollettino di propaganda della sua Amministrazione, in particolare in merito alle sue mosse contro la Cina, una sorta di “giornaletto del tifoso”. Ma, sempre a partire da quel momento, nella redazione di “The Epoch Times” si comincia a notare quanto sia indispensabile pure non trascurare l’ormai crescente e sempre più inaggirabile fenomeno dei social: impossibile, di fatto, poter continuare a fare informazione (o disinformazione, o propaganda, a seconda di come si preferisca) senza tener conto della loro esistenza. A partire da quel momento, quindi, tanto “The Epoch Times” quanto tutto il resto della galassia del Falun Gong nel suo insieme (e numerosissime, come sappiamo, sono le sue diramazioni, dal corpo di danza Shen Yun al nuovo magazine “Vision Times”, e via dicendo) cominciano a dilagare soprattutto su Facebook, con l’avvio di una strategia che prevede la nascita di centinaia di nuove pagine e profili gestiti da militanti della setta dediti a vendere abbonamenti al loro quotidiano, oltre a spammare link e video di sua produzione: alcuni diventano virali, venendo condivisi anche da persone del tutto ignare del raggiro mediatico che stanno subendo. Nella grande lotta alle “fake news”, alle “bufale”, che s’è scatenata negli ultimi mesi, ben di rado però il materiale del Falun Gong è stato additato e cassato dai vari censori, che probabilmente hanno chiuso un occhio in virtù del loro contenuto anticinese, ad essi spesso e pur sempre gradito.

Del resto, la stessa pagina italiana di “The Epoch Times” su Facebook ha tantissimi iscritti e “followers”, che ne condividono i contenuti: solitamente sono contenuti almeno all’apparenza innocua (immagini o video di cuccioli, di natura, oppure dediche e massime carine), ma fra di loro non mancano link che rimandano al giornale vero e proprio, e con contenuti inequivocabili nella loro portata politica. I video e le immagini diventano così lo “specchietto per allodole” con cui si crede di attirare un pubblico inesperto che poi si berrà anche tutto il resto: decisamente una grossa mancanza di rispetto e di stima verso quest’ultimo!

Tale è ormai la popolarità di “The Epoch Times”, racconta l’autore Alberto Flores d’Arcais, da potergli consentire di rivaleggiare persino con le altre due grandi stelle del firmamento mediatico più conservatore, ovvero “The Daily Caller” e “Breitbart News”. Del resto lo stesso Bannon, lo stratega e l’ideologo del “fenomeno Trump”, ha dichiarato parlando di “The Epoch Times”: “Tra due anni saranno il primo sito di notizie nel mondo conservatore. Hanno un peso molto superiore agli altri, saranno una forza da non sottovalutare”.

E tale è ormai anche l’attenzione che “The Epoch Times” e di conseguenza anche il Falun Gong hanno su di sé per tutto questo successo ed insieme di “endorsements”, da aver costretto la setta stessa a mettere le mani avanti: “La comunità del Falun Gong e il fondatore del Falun Gong, il signor Li Hongzhi, non hanno legami politici negli Stati Uniti o altrove. Infatti, il signor Li ha ripetutamente invitato i praticanti del Falun Gong a non coinvolgere la pratica in politica. Naturalmente, gli individui all’interno della comunità del Falun Gong hanno le proprie convinzioni che abbracciano tutto lo spettro politico, da quello molto liberale a quello molto conservatore, e tutto ciò che sta nel mezzo. Tuttavia, la comunità dei praticanti non coinvolge sé stessa, come gruppo o comunità, nella politica, né sostiene alcun politico”. Tutte parole a cui, in realtà, è ben difficile credere, se non fosse altro perché lo stesso “The Epoch Times”, coi suoi abbondanti contenuti, ne è la prova contraria.

Resta da chiedersi solo a quanto ammonti l’influenza di “The Epoch Times” anche sui “sovranisti all’italiana”, Lega e Fratelli d’Italia in testa (ma naturalmente non sono gli unici, dato che vi sono pure altri movimenti ed esponenti minoritari). Che il giornale in sé rappresenti per tutti costoro una sorta di “vademecum” da seguire alla lettera giorno per giorno o quantomeno da studiare con attenzione, come invece già avviene per molti sovranisti-conservatori americani, è decisamente difficile asserirlo: nei fatti, gran parte di loro neppure lo conoscono. E’ invece vero che molti “influencers” e ideologi o strateghi del sovranismo italiano lo conoscano e che soprattutto ne pratichino assai bene i contenuti riversandoli poi a loro volta su coloro che ne seguono consigli e direttive: dai vari leader politici fino agli elettori e ai militanti, senza dimenticare poi la vasta platea dei giornalisti (prevalentemente online) e dell’associazionismo ad essi legato. Su ciò indagheremo a breve con nuovi articoli appositamente dedicati al tema.

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