Donald Trump e Hillary Clinton, dibattito presidenziali usa 2016

Quando i due moderatori hanno dato il via al secondo faccia a faccia televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca, il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton, secondo molti opinionisti e molte testate l’esito delle elezioni dell’8 novembre era già scritto. Secondo molti altri lo è ancora. Eppure, le due personalità emerse da questa seconda sfida sono uscite senza che venissero mostrate prevaricazioni nette di uno dei due candidati; anzi, il candidato partito oggettivamente più svantaggiato (in termini di posizione politica e nei sondaggi) ha dimostrato di essere riuscito a risalire la china con colpi ben assestati.

Tutte le premesse di un dibattito infiammato dai recenti scandali, attizzato dalle accuse e dalle contro-accuse, sono state pienamente rispettate. E a ben guardare, più che il dibattito che affossasse definitivamente Trump (come era stato programmato, e come alcuni analisti hanno comunque sentenziato), è stata la possibilità di concretizzare il suo “comeback”, la sua ripresa della corsa alle presidenziali, lasciandosi dietro la settimana del veleno e dell’incertezza: molto meglio piazzato rispetto al primo dibattito, più “radicale” (e puntuale) nelle risposte, ha colpito una Clinton che è parsa artefatta e convenzionale.

Gli stili estetici e oratori con i quali i due candidati si sono mostrati sono stati in continuità con quelli del primo dibattito; se non che i temi, che nel primo scontro hanno vertito su argomenti più politici ed economici, in questo hanno ampiamente passato in rassegna gli scandali, le accuse, se non il vero e proprio gossip, dei due candidati, conferendo al dibattito un andamento a tratti burlesco. È d’altronde noto che gli scandali, se non i veri e propri pettegolezzi, spesso catturino l’attenzione dei media e del pubblico statunitense più dei seri problemi del paese: in queste presidenziali, questa tendenza (sempre presente nelle varie tornate elettorali) si è allo stesso tempo polarizzata ed esasperata.

Ad aprire il dibattito non potevano che essere le dichiarazioni volgari e dal vago sapore misogino di Trump del 2005: un ciclone che ha portato Trump ad essere abbandonato da personaggi quali John McCain e Condoleeza Rice, ad essere criticato dal suo vice Pence e dalla moglie Melania, e ad essere addirittura invitato da esponenti del suo stesso partito a lasciare la corsa. Uno scandalo che, secondo taluni media, aveva irrimediabilmente affossato le speranze di vittoria del tycoon, compromettendo ogni possibilità di rimonta nei sondaggi e di convincere gli indipendenti e gli indecisi (percentualmente ancora tantissimi). Le uscite di Trump (che non analizzerò in questa sede) hanno fatto da cornice di apertura al dibattito: eppure il tycoon ha saputo incassare il colpo, sdrammatizzando quanto detto, e piegando le peggiori insinuazioni e rispedendole al mittente. Ricalcando la sua dichiarazione di scuse pubbliche, Trump ha iniziato: «Queste erano chiacchiere da spogliatoio. Non ne vado fiero. Chiedo scusa alla mia famiglia, chiedo scusa al popolo americano». Poi ha ribadito la necessità di non dar peso a delle chiacchiere da “maschio alpha” (come le aveva definite Farage), di fronte ai problemi enormi, strettamente reali che travagliano il mondo: «viviamo in un mondo dove l’ISIS taglia teste, […] dove ci sono guerre e posti terribili, davvero terribili, ovunque e potete vedere quante cose orribili stanno accadendo, come ai tempi del medioevo». Insomma, Trump ha giustamente giocato su mentalità tipica dei media statunitensi, quella di “vedere il dito e non la Luna”.

La Clinton, come era prevedibile, ha dato maggior vigore alle parole “sessiste” usate da Trump, che lo connotano come un uomo che odia le donne. «Lo abbiamo visto insultare le donne. Lo abbiamo visto dare voti alle donne per il loro aspetto, classificandole da 1 a 10, lo abbiamo visto mettere in imbarazzo le donne in TV e su Twitter», ha incalzato la candidata democratica, dichiarando che proprio quello è il “vero Trump”, che inoltre «prende di mira gli immigrati, gli afroamericani, i latinoamericani, le persone con disabilità, i prigionieri di guerra, i musulmani e molti altri».

A queste accuse, Trump ha ribadito inizialmente che «erano solo delle parole, gente» e che ha grande rispetto per le donne, salvo poi, come era stato ampiamente previsto dagli analisti, portare lo scontro sugli scandali sessuali di Bill Clinton. La contromossa che, come un boomerang, ha passato all’avversario gli scandali. Appunto per quel motivo, Donald Trump aveva fatto sedere tra il pubblico quattro donne che, in passato, avevano accusato il marito della Clinton di violenza sessuale. Paula Jones, Kathleen Willey, che hanno accusato l’ex Presidente di molestie sessuali (la prima ha ottenuto un risarcimento di 850.000 $), Juanita Broaddrick che lo accusò di stupro e Kathy Sheldon: nei suoi confronti Hillary Clinton fu avvocato difensore del suo stupratore. Trump, con un’azzardata manovra, ha rimesso nel gioco i vecchi spettri della famiglia Clinton, conducendo una sorta di “paragone lenitivo” tra le sue pesanti dichiarazioni e le numerose accuse ed indagini verso il marito di Hillary. Alle accuse la candidata democratica non ha effettivamente risposto, sviando prima l’argomento su delle passate discutibili dichiarazioni di Trump su musulmani e messicani, e limitandosi a citare Michelle Obama, con un “when they go low, you go high” (“quando volano bassi, tu vola alto”).

A quel punto, in un serrato e grottesco incalzare di accuse, su frasi dette e non dette, Trump ha estratto dal cilindro un altro degli scandali effettivamente duri che hanno colpito la Clinton: l’emailgate e Wikileaks. La scomparsa delle 33.000 email era già stata utilizzata da Trump nello scorso dibattito, ma in questo il tycoon si è spinto a dichiarare: «Se vinco, comanderò al procuratore generale di iniziare un’inchiesta speciale per esaminare la tua situazione», alla quale poi è seguito il famoso siparietto tra i due: «è terribilmente positivo che qualcuno con il temperamento di Trump non sia responsabile del diritto del nostro paese»«Anche perché saresti in galera!». Riguardo alla questione delle email, Hillary Clinton ha nuovamente deluso, dichiarando che è tutto assolutamente falso, ed invitando tutti a vedere con il fact-checking quale è la realtà su Hillaryclinton.com.

Dopo altre ripetuti interventi riguardo all’emailgate, ai conflitti con l’FBI e altre frecciatine, finalmente, i due sfidanti si sono dedicati ad una discussione su temi effettivamente politici. Il primo dei temi trattati è stato quello dell’Obamacare, la riforma della sanità pubblica voluta dalla presidenza Obama. Hillary Clinton, ritenendo nel complessa buona la riforma voluta dall’attuale Presidente, ha dichiarato che, per migliorarla e renderla efficace, è necessario abbassare i costi, promuovere trattamenti maggiormente egualitari e una complessiva semplificazione del sistema. Donald Trump, invece, ha definito un «disastro» la riforma promossa da Obama, poiché è finita per essere un peso economico nei confronti del Congresso e troppo costosa per i cittadini. Ha poi proposto di voler promuovere una maggiore competizione tra le diverse compagnie assicurative, poiché i limiti imposti dall’Obamacare creano dei monopoli.

Il seguente problema, che ha poi acceso un serrato dibattito sui grandi problemi di politica internazionale, è stato sollevato da uno spettatore presente in sala, Hamed, musulmano, che ha posto ad entrambi i candidati la questione della presenza e della tutela degli islamici negli Stati Uniti. Un deciso punto di faglia tra i due candidati, che hanno sempre mostrato approcci tanto vigorosi quanto radicalmente opposti sulle questioni riguardanti l’Islam. Stavolta è toccato al candidato repubblicano iniziare per primo, che ha dichiarato, innanzitutto, che l’islamofobia «è una vergogna», ma che ha ribadito il dovere delle comunità islamiche di riferire e denunciare alle autorità i comportamenti e le idee violente che possono essere presenti tra i musulmani. Il segretario di Stato Clinton ha mostrato invece una visione più “integrazionista” dell’elemento islamico: «Abbiamo bisogno che i musulmani siano parte dei nostri occhi e delle nostre orecchie sui prati davanti a noi», ritenendolo parte integrante della storia statunitense (dai tempi di Washington, ha detto), e quindi «Part of our homeland security».

La questione dei musulmani ha chiaramente portato i due candidati sulle vicende attualmente più importanti del pianeta: la guerra in Siria, l’ISIS, il flusso di rifugiati e l’intervento russo. La posizione di Hillary Clinton, ribadita in più di un intervento, si è mossa lungo la continuità assoluta con la linea obamiana sul problema dei profughi: «dobbiamo fare la nostra parte», perché si ha di fronte «una guerra catastrofica, in gran parte, credo a causa dell’aggressione russa». Gli USA, dunque, devono accollarsi il peso dei rifugiati insieme agli Stati europei, e continuare le premesse analitiche e la politica finora adottata in Siria: «La situazione in Siria è catastrofica […] c’è un intenso sforzo da parte dell’Aviazione Russa di distruggere Aleppo per eliminare gli ultimi ribelli siriani che stanno resistendo al regime di Assad». Le soluzioni geopolitiche adottate dalla Clinton ricalcano il modello che Obama segue da diversi anni nel Medio Oriente e che lei si è impegnata ad attuare come Segretario di Stato: «propongo tutt’ora una no-fly zone e delle zone sicure. Dobbiamo mettere pressione ai russi perché non voglio sedersi al tavolo diplomatico per una risoluzione diplomatica a meno che non ci siano pressioni […] Prenderò in considerazione di armare i curdi. I curdi sono sono stati il nostro migliore alleato in Siria, così come in Iraq».

Trump ha ancora una volta ribadito il suo pensiero sulla crisi migratoria, il pensiero che più di tutti ha condizionato e dato identità alla sua campagna elettorale: «Persone stanno arrivando nel nostro paese e non abbiamo idea di chi siano, da dove vengano, quali pensieri abbiano sul nostro paese e lei [Hillary Clinton, ndt] vuole un aumento del 550% [degli arrivi, ndt]! Abbiamo già abbastanza problemi nel nostro paese». A questa grave situazione umanitaria, il tycoon ha suggerito un radicale mutamento di rotta, sia nelle premesse sia nelle proposte, rispetto al passato: «Credo sia necessario costruire zone sicure, e credo che altri debbano pagare, per esempio gli Stati del Golfo, che non si stanno accollando nessun peso e non hanno altro che soldi». La crisi siriana, invece, è stata spiegata da Trump in modo completamente diverso rispetto alla Clinton. Come già aveva fatto in campagna elettorale, il repubblicano si schiera per una soluzione di alleanze completamente diversa, che metta in risalto gli obiettivi comuni e la collaborazione piuttosto che la ricerca del conflitto geopolitico: «Lei parla duramente contro Putin e contro Assad. Parla a favore dei ribelli. Ma lei non sa nemmeno chi sono questi ribelli! Sapete, ogni volta che ci sono ribelli, in Iraq o in ogni altro posto, noi li armiamo. E sapete come va a finire? Va a finire che diventano peggio di prima. Guardate cosa ha fatto in Libia con Gheddafi. […] Non amo totalmente Assad, ma Assad sta combattendo l’ISIS. La Russia sta combattendo l’ISIS e l’Iran sta combattendo l’ISIS».

Le ultime fiamme del dibattito hanno riguardato la mera retorica dei due aspiranti Presidenti, la capacità di autopresentarsi e di evidenziare i difetti dell’avversario. Quando il moderatore Carter ha chiesto a entrambi «pensi di poter essere un Presidente devoto a tutto il popolo degli Stati Uniti», i “life patterns” dei due sfidanti sono emersi ampiamente nella loro gran diversità e opposizione; una diversità effettivamente nuova nel contesto elettorale statunitense. Trump ha solcato la sua linea di “ordine e lavoro”: «I’ll be a people that will turn our inner cities around and will give strength to people and will give economics to people and will bring jobs back», mentre Hillary Clinton ha ripreso la sua alterità dall’“inesperienza” e dalle “discriminazioni” di Trump per proporsi come modello di integrazionismo statunitense: «I have a deep devotion, to use your absolutely correct words, to making sure that every American feels like he or she has a place in our country».

Tali idiosincrasie nascono da basi ideologiche diversissime, così come da due immagini diverse (o forse entrambe rappresentative?) del paese. Quella trumpista, che intende affrontare i temi politico-economici con un approccio “manageriale” basato sulla riduzione delle spese e su un più acceso protezionismo economico e culturale: «Andate nei centri urbani, c’è il 45% di povertà. Gli afroamericani nei centri urbani vivono al 45% in povertà. L’educazione è un disastro. Il lavoro sostanzialmente è inesistente. […] Abbiamo una nazione molto divisa. Guardate a Charlotte, a Baltimora, guardate alla violenza nei centri urbani». Alla quale si contrappone la visione clintoniana, basata su una continuità col passato recente della presidenza Obama, su di integrazionismo economico-culturale e assistenzialismo in politica interna, e su un approccio da “falchi dem” in politica estera: «C’è molta paura […] Innanzitutto, farò tutto ciò che potrò per raggiungere chiunque. Democratici, repubblicani, indipendenti, chiunque in questo paese. Se non voterete per me, vorrò comunque essere il vostro Presidente. Voglio essere il miglior Presidente che posso per tutti».

Questo dibattito ha lasciato molto materiale ai media e agli opinionisti, sia in preparazione del terzo ed ultimo dibattito il 19 ottobre, sia per analizzare i futuri equilibri nei sondaggi. E se è vero che Trump è dato in svantaggio nei sondaggi (quasi sempre lo è stato), è vero anche che ha dimostrato di aver appreso l’arte del ritorno in scena, ad un mese dal voto. Nonostante le premesse, gli spergiuri e le previsioni che qualcuno già intenta, più che di una vittoria già scritta, si percepiscono i prodromi per ulteriori sconvolgimenti e sconquassi elettorali (in un senso o nell’altro).

Di Leonardo Olivetti

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