Ex Jugoslavia

Il 28 giugno di ogni anno, giorno di San Vito (“Vidovdan”), i serbi commemorano la sconfitta del 1389 ad opera dei Turchi sulla piana di Campo dei Merli (“Kosovo Polje”), a pochi chilometri dall’odierna Pristina.

Con quell’avvenimento l’antico Regno di Serbia, quello della dinastia dei Nemanja e dei monasteri medioevali, iniziava a disfarsi. Nel 1459, settanta anni dopo, aveva fine l’indipendenza della Serbia, spartita tra Ungheria ed Impero Ottomano.

Solo nel XIX Secolo, nell’ambito del Risorgimento guidato dai Karadjordje, come in Italia anche in Serbia il problema dell’indipendenza politica ritornava all’ordine del giorno. Per secoli il mito dei fatti sanguinosi di Kosovo Polje è stato al centro della tradizione orale dei “cantastorie”, i “guslar” (dal nome di un medievale strumento: gusla) e poi della letteratura scritta dei popoli slavi del Sud, di tutti i popoli slavi del Sud, non solo dei serbi. A partire dalla “Lode al Knez Lazar” del patriarca Danilo (1392), il sacrificio del principe Lazar e di Obilic furono celebrati per secoli, e non solo dai serbi ma anche da tutta la corrente jugoslavista, fiorente nell’Ottocento pure in Croazia e Slovenia e culminata con la creazione del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni al termine della Prima Guerra Mondiale…

Il poema epico del sovrano montenegrino Njegos, “Il serto della montagna” (1847) pure cantava i fatti del Kosovo, il sacrificio deliberato e cosciente della nobiltà e dei soldati serbi impegnati a difendere la propria terra e la propria gente dall’invasione straniera. Lo stesso attentatore di Sarajevo Gavrilo Princip ferì a morte l’arciduca Ferdinando in una data non casuale: il 28 giugno 1914, quasi a volersi inserire nella scia dei “giustizieri di tiranni”… E la tradizione patriottica jugoslava riprese ed usò i fatti ed i miti di Kosovo Polje tra le due guerre mondiali, in un senso non solamente “serbo” ma, anche, jugoslavo, di comunanza fra popoli impegnati a difendere la propria sovranità ed indipendenza. D’altronde, alla battaglia partecipò lo stesso sovrano della Bosnia Tvrtko, che combatté a fianco del principe Lazar, ed anche gli storici albanesi raccontano che i loro antenati diedero man forte ai serbi contro l’invasore turco.

Con la Seconda Guerra Mondiale i rapporti tra le popolazioni balcaniche venivano pero’ pesantemente, di nuovo incrinati, grazie al contributo fattivo del nazifascismo occupante. Seguiva la Guerra Popolare di Liberazione guidata da Josip Broz “Tito”, fonte di per se stessa di nuove memorie gloriose e di miti e valori fondanti della identità multinazionale jugoslava, conquistata con la dura resistenza partigiana. L’eroismo dei partigiani di tutte le nazionalità e la più recente memoria di altre, altrettanto dure battaglie per la libertà facevano passare in secondo piano i fatti lontani del principe Lazar e del sultano Murad… La chiesa serbo-ortodossa si faceva allora principale custode della memoria della antica battaglia di Kosovo Polje. Fino agli anni Ottanta, quando con la crisi della RFS di Jugoslavia, il movimento secessionista pan-albanese riprende quota, appoggiato in maniera sempre più palese dalle forze politiche occidentali, dai settori impegnati nei traffici di droga internazionali, poi dall’Albania del clan di Berisha e del nazionalismo irredentista post-’89. Poi dai media e dai servizi segreti di tutto il mondo occidentale, infine dalla NATO che aggredì la Repubblica Federale Jugoslava per 78 giorni a partire dal 24 marzo 1999, a forza di bombe, proprio per staccare il Kosovo dalla Federazione Jugoslava e consegnarlo alle bande “contras” dell’UCK. Il Kosovo, ricco di minerali e punto strategico dei Balcani, passo-chiave per la ricolonizzazione di tutta l’area dell’Europa sud-orientale. In questo stesso anniversario della battaglia di Kosovo Polje, truppe straniere di nuovo oggi si muovono su quel territorio, dopo che il nazifascismo italiano, tedesco e bulgaro ne era stato scacciato oltre 60 anni fa dallo sforzo comune dei partigiani kosovari serbi e kosovari albanesi.

Vi è poi un altro 28 giugno da non dimenticare, un ennesima umiliazione e violenza morale (comunque la si pensi) del popolo serbo: infatti il 28 giugno 2001, proprio nel giorno di “Vidovdan” è toccato a questo popolo vedere il rapimento del proprio presidente, Slobodan Milosevic, quando un elicottero Nato, violando confini e sovranità, preleva e rapisce un cittadino jugoslavo in disprezzo di qualsiasi concetto di Diritto Internazionale e di indipendenza di un paese: quindi un operazione di banditismo internazionale.

Indelebili resteranno le parole di Milosevic che, prima di salire sull’elicottero, rivolgendosi ad un agente dei servizi segreti serbi gli disse: “…capisco loro – riferendosi agli agenti segreti americani – ma tu che sei serbo, figlio di questa terra, come puoi nella tua coscienza essere complice, nel giorno di Vidovdan e di Lazar, di un atto così ignobile che non è contro di me, ma contro tutto il nostro popolo. Vergognati, di questo non potrai mai vantartene nella tua famiglia o tra la tua gente… Potrai festeggiare solo con gli invasori e gli occupanti. Vergogna…”.

Oggi il Kosovo è stato pulito etnicamente, umiliato, violentato; i monasteri del Kosovo sono stati attaccati e distrutti (oltre 148) dalle bande di terroristi armati ed addestrati dall’Occidente. Oggi il Kosovo è stato ricolonizzato, sotto tutti punti di vista: militarmente, politicamente, economicamente, etnicamente e anche culturalmente; prima del Kosovo erano venute Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro. Poi toccherà al Sangiaccato, alla Vojvodina… Perciò la memoria della battaglia di Kosovo Polje è oggi più attuale che mai, vive nelle enclavi assediate, vive in ogni uomo, donna, bambino che caparbiamente continua a resistere, vivendo lì e che non accetta la resa totale all’ingiustizia, alla violenza prevaricatrice dei terroristi albanesi al soldo degli USA. Per loro, per la loro “Resistenza”, nella lotta per non essere assassinati o cacciati, per difendere la loro storia, la loro dignità, il loro DIRITTO di esistere e vivere sulla propria terra, nelle proprie case, ai propri focolari… Per loro Kosovo Polje non è una ricorrenza lontana è la memoria storica per non arrendersi OGGI e DOMANI.

L’attualità per noi, sta nella necessità di sostenere nel nostro paese un impegno per riaffermare i diritti e gli interessi dei popoli, sia nelle sedi istituzionali, negli organi informativi e nei movimenti contro la guerra e per la pace, un compito inserito in un quadro più generale di sostegno e supporto ad un impegno di Giustizia e di Verità, che non è attinente di certo, solo al “problema Kosovo”.

L’unica possibilità di costruire un vero processo di Pace e Riconciliazione per il Kosovo, nel quadro sopra delineato, è che tutte le parti (albanesi, serbi, rom, e le altre minoranze) giungano a una soluzione che difenda in modo equo e paritario gli interessi e i diritti di tutti reciprocamente, soluzione che non può che essere il risultato di trattative paritarie tra le parti sotto l’egida dell’ONU; senza pressioni, ricatti o ingerenza di potenze o lobby esterne alla realtà locale, ma “interessate” a loro mire e interessi.

Questo riteniamo sia il vero impegno e lavoro per costruire un mondo migliore per tutti.

L’espulsione del popolo serbo dal Kosovo [dove all’inizio del secolo i serbi rappresentavano più del 40 per cento della popolazione] è la rappresentazione grandiosa della sua sconfitta storica. Nella primavera del 1981 è stata dichiarata al popolo serbo una guerra del tutto speciale… Se una autentica sicurezza e una uguaglianza di diritti per tutti i popoli che vivono nel Kosovo Metohija non vengono instaurate, se non vengono create condizioni solide e durature per il ritorno della popolazione scacciata, questa parte della Repubblica di Serbia, sarà sempre un problema europeo con conseguenze destabilizzanti e portatrici di conflittualità e violenze. Il Kosovo e’ una delle questioni più importanti aperte nei Balcani e in Europa. La diversità etnica in numerosi territori balcanici corrisponde al profilo etnico della penisola balcanica. L’attuazione di un Kosovo etnicamente puro non e’ soltanto una pesante e diretta minaccia per tutti i popoli che vi si trovano in minoranza, ma, se si affermerà, rappresenterà un pericolo reale e quotidiano per tutti i popoli della Jugoslavia e dei Balcani…” (“Memorandum” dell’Accademia delle Arti e delle Scienze della Serbia, 1986; LIMES 1/2-1993)

Enrico Vigna

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