1. Una doverosa premessa

Fervono le grandi manovre in vista della prossima riapertura, l’ 8 settembre, dei lavori a Palazzo Madama. La posta in gioco è alta: si tratta per il governo e la sua “maggioranza” di affrontare il passaggio decisivo per arrivare all’ approvazione delle riforme che riguardano il “superamento del bicameralismo perfetto” e le competenze Stato-Regioni. Se ne vedranno delle belle a livello di “mercato della politica”, considerando che già da tempo sono cominciati i “contatti”, lo “scouting”, le “trattative” per assicurare a Renzi ed ai suoi quel +1 che garantirebbe il varo del disegno di legge presentato dal governo. Nemmeno su temi così centrali interessano al premier grandi convergenze. L’ importante è prevalere anche soltanto con un voto in più, anche sotto la maggioranza assoluta di 162. E’ il suo stile, mutuato dalla figura mitica di riferimento, l’ indimenticabile Fonzie di “Happy Days”. Perciò gli “sherpa” del presidente del Consiglio vanno facendo opera di persuasione in queste ore verso i senatori dubbiosi, nel tentativo di pescarne- tra quelli di Sel, o tra gli ex- 5Stelle, o tra i Gal ed i “verdiniani” o finanche tra quelli di Forza Italia- alcuni disponibili a dare il consenso, a concedere almeno l’ assenza strategica benevola per abbassare il quorum. In ballo, del resto, ci sono cose grosse. In tutto si vanno a toccare una cinquantina di articoli della Costituzione, ossia più di un terzo del testo della legge fondamentale della Repubblica. Ma prima di analizzare la questione che attualmente tiene banco, cioè la sorte riservata proprio al Senato e alla sua elettività, non ci si può esimere dal ribadire ancora una volta che c’è qualcosa di allucinante e mostruoso nell’ intera vicenda. La Consulta aveva infatti rilevato- su ricorso presentato da alcuni cittadini- fin dal dicembre 2013 , con sentenza n. 1 poi pubblicata agli inizi di gennaio 2014, l’ “incostituzionalità” della legge elettorale nota con la denominazione spregiativa di “Porcellum”, in quanto essa palesemente non garantiva criteri di rappresentatività democratica nelle due assemblee. Dalle battute finali di quella sentenza si evinceva inoltre in modo chiaro che il “principio di continuità degli organi costituzionali” (che per la Consulta era ciò che consentiva ancora alle due Camere di continuare ad operare) poteva essere invocato solo per un breve periodo di tempo, quello cioè strettamente necessario ad elaborare e promulgare una nuova legge elettorale dove fossero superate le storture della precedente, al fine di consentire un rapido ritorno alle urne ed alla normalità della vita politica di uno Stato democratico. Niente di tutto questo è accaduto. La “maggioranza”- dopo l’ avvento di Renzi- si è autoproclamata “costituente” ed un governo nato da una congiura è diventato “governo di legislatura”! Ci si può chiedere veramente in quale altro Paese dell’ Occidente liberaldemocratico si sia mai assistito dopo il 1945 ad uno spettacolo simile. Solo una popolazione ormai narcotizzata ed assuefatta come quella italiana ha potuto accettare questo obbrobrio senza quasi battere ciglio (ove si eccettui un’ iniziale indignazione del Movimento Cinque Stelle). Dati i presupposti, gli ulteriori sviluppi della situazione non sono stati meno sconcertanti. Se infatti l’ agenda politica del neosegretario del PD Renzi (vittorioso alle primarie del suo partito tenutesi nel dicembre 2013), poi divenuto Primo Ministro (febbraio 2014), aveva effettivamente come punti qualificanti le “riforme istituzionali”, queste ultime non furono mai esposte nei loro contenuti concreti . L’ avvio venne dato da un accordo diretto tra Renzi stesso ed il capo di Forza Italia Berlusconi coadiuvati dai loro più stretti collaboratori-il famoso “Patto del Nazareno”- concluso a metà gennaio 2014. Qualche giorno dopo esso fu discusso, per modo di dire dato che nessuno sapeva di che cosa si stesse esattamente parlando, ed approvato a larghissima maggioranza all’ Assemblea Nazionale dei cortigiani di Renzi del PD. All’interno di Forza Italia- partito padronale per antonomasia- ovviamente non venne neppure effettuata alcuna votazione per l’accettazione del “Patto”, nonostante diversi suoi esponenti si fossero dichiarati contrari. Quindi nella bozza di accordo non erano inclusi gli aspetti qualificanti delle varie riforme, ma solo le “linee guida”. I contenuti reali furono discussi di volta in volta in una serie di incontri più o meno riservati tra “esperti” democratici e forzisti, per poi essere fatti ingoiare alle due Camere. Ma dopo la rottura, a partire dal gennaio di quest’ anno, del “Patto” tra il vecchio boss della politica italiana ed il suo giovane discepolo in seguito all’ elezione non concordata del nuovo presidente della Repubblica, il cammino ha cominciato a diventare impervio.

2. Il destino del Senato

La proposta di legge presentata dal governo prevede dunque la riduzione del numero dei senatori da 315 a 100. Questi non saranno più eletti direttamente, bensì nominati dai consigli regionali e comprenderanno 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 personalità illustri scelte dal presidente della Repubblica, tutti non retribuiti. Il nuovo Senato avrà meno poteri: non potrà più votare la fiducia ai governi in carica ed avrà il ruolo principale di «funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica», che poi sarebbero regioni e comuni. Continuerà invece a votare le riforme e leggi costituzionali, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali degli enti locali, leggi inerenti a diritto di famiglia, matrimonio, nonché ratifiche dei trattati internazionali; potrà inoltre avere un ruolo consultivo sulle leggi presentate alla Camera e sulla legge di bilancio, proponendo delle modifiche che dovranno poi essere discusse da Palazzo Montecitorio. Viene inoltre modificato il Titolo V, che distingue le competenze dello Stato da quelle delle regioni. Sarà lo Stato a delimitare la sua esclusiva, decidendo cosa lasciare alle regioni. Per come è nata e si è sviluppata tutta questa vicenda, si fa fatica discutere su modifiche costituzionali di tale importanza che risultano illegittime- a nostro avviso- fin dalle fondamenta per i motivi che abbiamo esposto in precedenza. Se comunque si vuole entrare nel merito, è evidente la contraddittorietà del testo attualmente in discussione, scritto oltretutto con uno stile degno di un regolamento di condominio. Se l’ obiettivo era trasformare la “Camera Alta” in un’ assemblea rappresentativa delle istituzioni territoriali, il Senato viene privato del potere di legiferare su materie relative proprio alle autonomie locali, di verificare la corretta attuazione delle leggi statali e regionali che riguardano le autonomie e di valutare l’ impatto che gli enti locali subirebbero in conseguenza di decisioni del governo concernenti l’ Unione Europea. Paradossalmente però conserva la funzione di revisione costituzionale pur non essendo più (nel testo del governo e della sua maggioranza) elettivo. Ma l’ articolo 1 della Costituzione, nel momento in cui proclama la sovranità popolare, intende garantire per entrambi i rami del Parlamento (e non per uno solo), il suffragio popolare diretto (come del resto sottolineato dalla Consulta nella sentenza n.1 che abbiamo ricordato in apertura).

3. Verso una Repubblica oligarchica ?

Riepilogando: il DDL del governo sulla “riforma costituzionale”, approvato una prima volta in Senato senza modifiche sostanziali l’ 8 agosto 2014, dopo una animata discussione protrattasi per un mese e mezzo, con il voto contrario dei 5Stelle, di SEL, della Lega Nord e di alcuni componenti della “Sinistra PD”, ha passato più agevolmente il vaglio della Camera dei Deputati, dove la maggioranza degli adepti di Renzi è schiacciante ed ha espresso il suo consenso agli inizi di marzo di quest’ anno. Adesso sta per approdare in seconda lettura a Palazzo Madama. E qui si combatterà l’ ultima battaglia, attorno all’ articolo 2, che riguarda appunto la composizione del Senato e la sua durata. E’ inutile addentrarsi in questioni tecniche sull’ ammissibilità o meno della riapertura del dibattito su detto articolo. Esse animeranno abbondantemente, per gli appassionati, le prossime giornate politiche. Vedremo anche la resistenza della “minoranza PD” come sarà capace di manifestarsi in questa estrema occasione, dopo la quale non ci saranno altre chiamate per dimostrare di possedere un residuo di dignità. Piuttosto, una considerazione generale: ciò che suscita ripugnanza nell’ azione di Renzi è lo sfruttare una vasta e giustificata indignazione degli Italiani nei confronti della “Casta” politica (indignazione che peraltro finora non riesce ad esprimersi se non attraverso lo sfogo urlato nei talk-show televisivi, diventati il moderno “oppio dei popoli”, o l’ astensionismo di massa) per costruire una nuova Repubblica di tipo oligarchico, con un restringimento della partecipazione elettorale aperta a tutti i cittadini, sostituita da meccanismi di cooptazione interni alla “Casta” medesima, di cui peraltro Renzi in primis fa parte, degni delle antiche Repubbliche marinare di Genova e Venezia . La “soppressione” delle Province, cui sono subentrate nuove giunte e nuovi consigli territoriali formati da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni appartenenti alla zona geografica che forma la nuova giurisdizione “elettisi” tra loro spesso in “listoni” che comprendevano- per dire- PD, Forza Italia e Lega Nord, ne ha costituito un primo, agghiacciante esempio, benché poco noto e sottovalutato. Se anche i nuovi senatori saranno “eletti” in secondo grado nell’ ambito dei consigli regionali, ovvero scelti tra i politici peggiori e più screditati, protagonisti di scandali a ripetizione dalla Lombardia alla Sicilia (come dimenticare le gesta di Nicole Minetti, Renzo Bossi, Filippo Penati, Franco Fiorito detto “Batman”, renata Polverini, Totò Cuffaro solo per citare i primi nomi che vengono in mente, ma l’ elenco sarebbe interminabile…), lo squilibrio dell’ architettura su cui era stata fondata la Repubblica diverrà completo. Non bisogna infatti dimenticare che sullo sfondo sta la nuova legge elettorale “Italicum”, con la quale Renzi persegue un obiettivo ben preciso: eliminare i bilanciamenti esterni alla Camera dei Deputati (che in ultima analisi erano dati proprio dal Senato) al fine di assicurare la governabilità al partito più votato ed avvantaggiato da un sostanzioso premio di maggioranza. Ciò in ulteriore contrasto con la mai abbastanza citata sentenza n. 1 della Consulta, che a proposito del Porcellum aveva esplicitamente sottolineato come la governabilità non possa essere garantita a scapito della rappresentatività.

Filippo Ronchi

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