Nel 1994 un Silvio Berlusconi appena insediatosi a Palazzo Chigi, dovendo formare la sua squadra di ministri, invitò Di Pietro e Davigo a ricoprire il ruolo di ministri della giustizia o comunque a rivestire qualche carica importante nel suo nuovo esecutivo. Del resto nella squadra della neonata e vittoriosa Forza Italia c’era già Titty “la Rossa”, ovvero Tiziana Parenti, l’eretica del pool Mani Pulite che già aveva cominciato a smarcarsi da Di Pietro e dagli altri soprattutto perché riponeva troppa attenzione ai problemi di casa PDS, contro il parere dei suoi colleghi.

Come sappiamo Di Pietro lasciò scivolare la proposta, ma non lasciò scivolare quella di candidarsi per l’Ulivo di lì a poco, nelle elezioni suppletive che riguardavano il collegio del Mugello, contro il forzista Ferrara. Vinse facilmente ed andò a fare il ministro delle infrastrutture nel governo Prodi, ovvero delle autostrade nel frattempo regalate ai Benetton e non solo. Anche quella scelta fece ben presto capire chi aveva realmente beneficiato di Mani Pulite e per quale motivo il suo uomo-simbolo dovesse a quel punto esserne ricompensato proprio dagli stessi beneficiari e beneficiati.

In Brasile non è andata molto diversamente. La mano di Washington, del resto, era presente a Milano nel 1992 e negli anni seguenti così come del resto è stata presente in Brasile con l’inchiesta Lava Jato di Sergio Moro, l’equivalente della Mani Pulite di Di Pietro in Italia. In entrambi i casi si è avuta una Tangentopoli che ha liquidato dei sistemi di potere ritenuti scomodi a chi, nell’Italia di allora come nel Brasile di oggi, voleva vedere soprattutto delle pedine fedeli e senza troppe fantasie d’autonomia politica ed economica.

Infatti Sergio Moro, il super-giudice brasiliano che con la sua inchiesta Lava Jato ha destabilizzato il governo del PT, facendo incarcere senza prove dimostrate Ignacio Lula da Silva e quindi facendo deporre Dilma Rousseff, oggi è guardacaso il ministro della giustizia di Jair Bolsonaro, il nuovo presidente dell’ultradestra fedelissimo a Washington, nostalgico del regime militare del 1964-1986 e noto per la sua decisa intenzione di rimuovere qualsiasi aspetto del Brasile come paese autonomo dagli USA e vicino a Russia e Cina sullo scacchiere internazionale. Insomma, Moro andava ricompensato per la sua solerte opera di distruzione della sinistra di governo brasiliana, e così è stato: e Moro del resto ha prontamente gradito ed accettato.

“Nao, jamais, jamais”, diceva Sergio Moro nel 2016 al giornalista Fausto Acevedo di “O Estado de Sao Paulo”, in merito ad una sua possibile entrata in politica. Aveva anche aggiunto, senza esitazioni: “Io faccio un altro mestiere” e “Rispetto la politica e chi fa politica, ma sono un uomo di giustizia. E giustizia e politica devono restare separate”. Ma d’altronde, in un Brasile dove grazie anche allo stesso Moro il concetto di democrazia va sfumandosi assai rapidamente, anche questa considerazione non ha più molta importanza: a Bolsonaro piacciono regimi dove i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo non sono separati ma tutti dipendenti dal primo, e non ne ha mai fatto mistero. Probabilmente anche Moro, se a quel tempo già non mentiva, dal 2016 ad oggi ha cominciato ad apprezzare questa visione dello Stato.

Petrobras, la grande azienda di Stato del petrolio, su cui Moro iniziò ad indagare per eliminare Lula e la Rousseff e con loro il PT dal governo, andrà sotto il controllo dei militari, grandi patrocinatori di Bolsonaro, dai quali del resto proviene: anche questo un premio niente male, che riporta il Brasile ai tempi della dittatura tanto cara al nuovo presidente (e, probabilmente, anche al suo nuovo superministro). Le altre oligarchie brasiliane potranno invece tornare ad ingrassare con le ingenti privatizzazioni già annunciate dal nuovo governo. Su tutto questo il superministro Moro apporrà il suo marchio di “giustizia”: per l’esattezza, la giustizia della finanza compradora in salsa militar-liberista, non di certo la giustizia sociale.

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