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L'ultima sessione del Consiglio di Sicurezza ONU, in cui sono state votate le sanzioni alla Corea del Nord.

Sulla questione della Corea del Nord, probabilmente quest’ultima, forse non sempre col linguaggio più appropriato, cerca comunque di farci capire alcune cose:

1) La Corea del Nord non è la Libia del 2011, l’Iraq del 2003 o la Serbia del 1999. Non si può pensare d’attaccarla con la stessa facilità, perchè a differenza loro dispone d’armamenti non convenzionali e di un esercito sicuramente più preparato, oltre che di uno Stato più solido e meglio organizzato. E’ certamente un osso più duro da spezzare, per gli americani, dei precedenti; e in ogni caso è difficile credere che la Cina, ma anche la Russia, se ne resti ferma ed in silenzio, a guardare.

2) La politica delle cannoniere è finita o deve comunque finire. Se vogliamo che cessino le tensioni nella Penisola di Corea e nel Mar del Giappone (ed è soprattutto questo che vuol farci capire Pyongyang), allora bisogna dialogare con quest’ultima e farle delle proposte all’altezza delle sue aspettative per inserirla maggiormente nel panorama internazionale, anzichè sanzionarla, escluderla ed isolarla. Dunque, più dialogo e meno sanzioni, più proposte e meno dimostrazioni muscolari.

Non è certamente rafforzandone lo status di “nazione paria” che si risolverà la questione della Corea del Nord, ma al contrario cominciando a trattarla alla pari, cosa che del resto già fa la Cina. Il problema però è che in questo caso Giappone e Corea del Sud si lamenterebbero, perchè si sentirebbero scavalcati e messi all’angolo. Gli Stati Uniti hanno un loro prestigio da difendere presso i propri alleati storici della regione, ed anche per questo non possono aprire più di tanto alla Corea del Nord. E i loro alleati storici, Giappone e Corea del Sud, non capirebbero o accetterebbero; perlomeno, non subito.

Non va poi nemmeno dimenticato come gli Stati Uniti, aprendo alla Corea del Nord, in quel caso ufficializzerebbero soprattutto il grande ruolo mondiale della Cina (e della Russia), che già oggi in Asia è de facto il più importante attore non solo in termini geografici, politici e militari, ma anche e soprattutto economici. Possono permetterselo a Washington? Pare proprio di no: gli americani la giudicherebbero come una mossa autolesionista, a detrimento della loro potenza ed immagine di potenza.

Ultima cosa: anche le frequenti ramanzine sui diritti umani alla Corea del Nord, come anche ad altri paesi quali ad esempio il Venezuela o l’Iran, non servono a granché quando coloro che le impartiscono vanno in Arabia Saudita o in Qatar, paesi amici che però dei diritti umani non sanno che farsene, ben guardandosi in quel caso dal dire alcunché sull’argomento. Il terzo ed ultimo messaggio che ci manda la Corea del Nord, infatti, è proprio questo: se non si è coerenti non si può pretendere d’essere pure credibili.

Vale per i diritti umani, ma anche per tutto il resto.

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