I principi legati alla decolonizzazione e alla presa di coscienza del nazionalismo panafricano si riversarono da subito anche nel campo calcistico.

Dopo un primo incontro, a margine di un congresso FIFA a Lisbona, a Khartum, capitale del neo-indipendente Sudan, i rappresentanti di quattro nazioni, riuniti presso il locale Grand Hotel, decretarono la fondazione della Confédération Africaine de Football (CAF).

È l’8 febbraio 1957 e da lì a due giorni inizierà la prima Coppa delle Nazioni d’Africa. Gli stati fondatori sono il Sudan, come detto indipendente da poco più di un anno (1° gennaio 1956), l’Egitto, da ormai alcuni anni alla guida del mondo arabo secondo le direttive del presidente Gamal Abd El Nasser, l’Etiopia, ultimo paese africano ad essere colonizzato (dall’Italia fascista nel 1936) e di fatto il primo a ritornare indipendente (formalmente il 31 gennaio 1947), e il Sudafrica.

Quando la Coppa avrà inizio, solamente altre tre nazioni africane sono indipendenti: Liberia (dal 26 luglio 1847), Libia (dal 24 dicembre 1951), Tunisia (20 marzo 1956) e Marocco (2 marzo 1956). In questo contesto incentrare la competizione sulla parola “Nazioni” d’Africa ha un valore ancora più forte da un punto di vista politico e ideologico. La coppa sarà dedicata ad Abdel Aziz Abdallah Salem, egiziano, il primo presidente della Confederazione.

Come si può notare dalla lista dei paesi fondatori il primo problema irrisolto è la questione riguardante il regime segregazionista sudafricano: la federazione di Johannesburgh si rifiutò di presentare una squadra multirazziale è fu immediatamente cacciata sia dalla CAF sia dalla manifestazione. Da parte sudafricana però si tende a nascondere questa pagina di storia adducendo come scusa un boicottaggio contro l’Egitto e la crisi in corso per il controllo del Canale di Suez (ottobre 1956 – marzo 1957).

Si può certamente dire che fu la vittoria di Yidnekachew Tessema, il santone del calcio etiopico, ex calciatore e capo carismatico del calcio locale. Cavalcando la volontà di indirizzare l’assolutismo di Selassiè in chiave panafricana, Tessema divenne, fino alla morte (1987), il factotum delle Confederazione africana, superando indenne anche le purghe sucessive all’avvento al potere del DERG, il Consiglio etiopico che defenestrò il potere negussita.

La manifestazione era stata pensata su due turni (semifinali e finalissima), ma quando il Sudafrica fu squalificato Egitto e Sudan proposero di giocare un torneo triangolare, l’Etiopia però rifiutò la proposta, visto che era stata sorteggiata per giocare contro il Sudafrica e quindi avrebbe conquistato la finalissima senza spendere una goccia di sudore. L’accordo non fu raggiunto e quindi la prima Coppa delle Nazioni d’Africa fu giocata in due sole partite, che furono giocate in Sudan e non in Egitto, come inizialmente previsto, proprio a causa della Crisi di Suez.

Il 10 febbraio 1957 allo Stadio Municipale di Khartum sono di fronte Egitto e Sudan, quasi un derby. Per Nasser e Isma’il al-Azhari, primo presidente sudanese, l’unità della “Valle del Nilo” è stata per molti anni una progetto da portare avanti. Una volta al potere al-Azhari dovette mettere da parte (a malincuore) la proposta unitaria e mantenere il suo paese sovrano, visto che si rese conto che buona parte della popolazione era contraria all’unità con gli egiziani.

Il sogno panarabo passò fra le mani di Gheddafi, che tra il 1972 e il 1977 riuscì ad unire la Libia, l’Egitto, il Sudan e la Siria in una Federazione delle Repubbliche Arabe: il progetto però non decollò e rimase una chimera.

Ritorniamo al campo: il Municipale è pieno in ogni ordine di posto, con 30.000 sudanesi stipati sugli spalti. Il portiere dell’Egitto è greco. Si, greco, avete letto bene. Si chiama Paraskos Trimeritis, detto Brascos. Anche il Sudan avrebbe non uno, ma due portieri greci, Giorgios Lengis e Skandros Minas, ma il tecnico ungherese József Háda preferisce schierare l’autoctono Faysal Al-Sayed.

In Egitto e Sudan, ma anche in Etiopia, i mercanti greci hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo del calcio. La squadra greca Younan di Alessandria, l’Olympiacos di Adis Abeda e la squadra greca di Khartoum hanno giocato per anni nelle prime divisioni dei rispettivi campionati nazionali (un torneo internazionale in Sudan, ancora colonizzato).

Altri punti di forza dell’Egitto sono il centrocampista Rifaat El Fanagily, centrocampista della squadra del Popolo, l’Al-Alhy, e Raafat Ateya Helmy, centrocampista degli arcirivali dello Zamalek, la squadra della borghesia e degli stranieri del Cairo. Ma soprattutto c’è Mohamed Diab Al-Attar, detto El-Diba (l’artigliere o il bombardiere), attaccante principe dell’Ittihad di Alessandria. Con la nazionale ha già giocato in due Olimpiadi: a Londra nel 1948, quando l’Egitto venne sconfitto per 3-1 dalla Danimarca nel primo turno, e ad Helsinki nel 1952, con la nazionale dei Faraoni capace di superare per 5-4 il Cile nel turno preliminare, prima di cadere ad opera della Germania (unita) nel turno successivo (3-1).

I sudanesi, come detto allenati dall’ex portiere del Ferencváros e della nazionale magiara, József Háda, hanno in Siddiq Mohamed Manzul e Boraî Amhed El-Bashir, rispettivamente attaccanre dell’Al-Hilal Omdurman e difensore dell’ Al-Merreikh, i pilastri. Il capitano fa coppia nella linea d’attacco con Manzul ed è Ibrahim Ali Kheir-Alla detto “El-Jak Agab”, bomber dell’Al-Ittihad Baharia.

La gara si sblocca al 21esimo, quando l’arbitro etiope Gebeyehu Doube indica il dischetto del rigore assegnando la massima punizione agli egizi. Sul dischetto va Ateya che spiazza Faysal e porta in vantaggio i suoi. La reazione dei padroni di casa è spinta dai 30.000 del Municipale e frutta il pareggio timbrato al 58esimo proprio da Boraî. Passano solo 14 minuti e gli egiziani mettono di nuovo il naso avanti, con El-Diba, il bomber, che segna il gol del definitivo 2-1. I ragazzi del cairota Mourad Fahmy, già stella dell’Al Ahly e successivamente pezzo grosso del calcio africano, possono festeggiare la prima vittoria nella Coppa continentale.

Ad attenderli ora c’è l’Etiopia, che come detto, è ben che riposata. Per garantire un recupero omogeneo anche agli egiziani la gara si gioca il 15 febbraio, 5 giorni dopo la semifinale. L’arbitro sarà Mohammed Youssef, sudanese.

Gli egiziani cambiano un solo uomo con Hanafi Bastan che prende il posto di Sayed Abu-Bakr, gli etiopi hanno un fuoriclasse in porta, l’asmarino Gila-Michael Tekle Maria, una leggenda da quelle parti tanto da meritarsi una lunga citazione in uno dei racconti del popolare scrittore e drammaturgo eritreo Alamseged Tesfai.

La partita non ha storia. Dopo due minuti El-Diba segna il primo gol e si ripete al settimo. L’Egitto è in pieno controllo, forte del doppio vantaggio. Gli etiopi non riescono a reagire e subiscono altre due reti, messe ancora a segno dallo scatenato El-Diba, al 68esimo e all’89esimo.

Per l’Egitto è un trionfo e soprattutto la conferma di essere il carro trainante del calcio africano ed arabo, forte di una tradizione che l’aveva portato a partecipare già al Mondiale del 1934 e alle Olimpiadi del 1920, del 1923 (quarto posto), del 1936 e, come abbiamo visto, del 1948 e del 1952. Ma soprattutto sarà un punto di partenza fondamentale per tutta l’Africa, calcistica e non: finalmente c’era la consapevolezza di poter organizzare autonomamente un grande evento sportivo e, grazie alle successive decolonizzazioni, aumentarne il prestigio.

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