E veniamo dunque alla quarta parte di questa nostra trattazione, quella dedicata a come l’informazione internazionale (cominciando da quella ufficiale, il cosiddetto “mainstream”, ma lo stesso purtroppo vale anche per i media dediti all’approfondimento) risulti infiltrata, contaminata ed eterodiretta da sette e gruppi religiosi e dai loro relativi “organi ufficiali” o “media di propaganda”, il cui lavoro disinformativo viene spesso scambiato per analisi dettagliata e documentata di think tank ed esperti del settore.

In merito alla BRI (la Belt and Road Initiative, ovvero la Nuova Via e Cintura della Seta di cui parlavamo già nel precedente articolo), bisogna riconoscere come l’informazione sempre più stravolta in disinformazione si sia prodotta in un autentico “capolavoro”. Tutti i vari “capi d’imputazione” rivolti in questi anni alla Cina si sono infatti condensati in un solo ed unico tema, quello della Nuova Via della Seta, che ora ne comprende anche altri: la persecuzione degli uiguri dello Xinjiang, Huawei che dopo aver messo in pericolo il mondo col suo 5G adesso avrebbe sviluppato anche un software capace di riconoscere e schedare gli uiguri stessi, infine il fatto che questa popolazione ed in generale un po’ tutti i musulmani cinesi siano sempre più soggetti ad un trattamento discriminatorio e vessatorio, che prevede campi di concentramento, sperimentazioni mediche sui loro corpi, ecc. Se ben vi ricordate, queste accuse erano già state precedentemente rivolte a Pechino, pari pari, anche in merito ai tibetani, ai fedeli cristiani, ai seguaci del Falun Gong ed infine quelli della Chiesa di Dio Onnipotente, così come d’altre sette e gruppi religiosi numericamente meno importanti o comunque meno conosciuti. La farina, insomma, è quella del solito vecchio sacco.

Huawei ha sviluppato un riconoscimento facciale per scoprire gli uiguri“, dichiara in Italia l’AGI, accompagnato da un’orchestra di nomi di non poco peso come “Il Giornale” della famiglia Berlusconi (e ben si sa come Forza Italia, per bocca del suo stesso fondatore Silvio Berlusconi, porti avanti ormai da tempo una linea politica ed elettorale sempre più sinofoba), e non di meno fanno i quotidiani un tempo appartenenti al Gruppo GEDI di De Benedetti ed oggi controllati dalla famiglia Elkann come “La Repubblica” e “Huffington Post“, anch’essi da sempre caratterizzati da una linea editoriale marcatamente atlantista. Anche il “Corriere della Sera“, anch’esso controllato in buona parte dagli Elkann e da sempre connotato dalla medesima linea politica ed editoriale, non è ovviamente da meno, e così un po’ tutto il resto dei grandi e piccoli media italiani, fino ad arrivare alla giovane e popolare testata online “Open“. Non mancano, nel mazzo, nemmeno testate decisamente a destra, come “Il Primato Nazionale”, o testate dedicate al calcio e al mondo sportivo che pongono in particolare l’accento sulla scelta di Antoine Griezmann, attaccante del Barcellona e della Nazionale Francese, di rompere il proprio contratto di sponsorizzazione con Huawei in segno di solidarietà alla causa uigura (un gesto che aveva trovato i suoi precedenti nelle medesime prese di posizione d’altri giocatori come Ozil e Koulibaly).

Naturalmente il tema non sono le scelte dei singoli giocatori, ma ciò che vi è a monte e che si materializza proprio nel nutrito “coro mediatico” che abbiamo menzionato (una lista da cui, sottolineiamo, mancano comunque ancora un sacco di nomi tutt’altro che di scarso peso). Huawei è già sulla graticola da parte dell’Amministrazione Trump e da parte della NATO per la questione del suo 5G, che viene ostracizzato perché secondo analisti politici e militari occidentali ed americani in primis permetterebbe all’azienda cinese d’accedere a numerosi “dati sensibili” anche in materia di sicurezza, di difesa e d’intelligence. Tuttavia gli unici precedenti accertati e dimostrati di violazioni di dati sensibili relativi ai governi ed imprese europee e all’UE si riferiscono al “Datagate” che, com’è ben noto, aveva i suoi colpevoli da ben altra parte della cartina geografica mondiale: per l’esattezza, tra Washington e Langley (sede della CIA), a tacer poi del controllo sia diretto ed indiretto che numerose corporations americane hanno dei dati di cittadini e di governi, anche al di fuori dell’Europa, tramite i loro prodotti come Windows (Microsoft), Google, Facebook-Instagram-WhatsApp (un unico gruppo), Telegram, Apple, che hanno una posizione dominante quando non addirittura pressoché monopolistica nel mercato. Nel caso di quelle corporations tali dati diventano quindi appannaggio di privati, oltreché d’entità pubbliche, giacché comunque tutte le varie aziende della Silicon Valley hanno un forte collegamento con l’apparato di sicurezza e d’intelligence del loro paese, gli Stati Uniti. La vicenda di WikiLeaks e del suo fondatore Julian Assange, letteralmente “sepolto vivo” nel senso carcerario del termine, dovrebbe suggerirci qualcosa.

Insieme alla questione del 5G, Huawei è stata attaccata anche per la sua “competitività”, col bando da parte dell’Amministrazione Trump che ha interrotto la sua collaborazione con Google costringendo l’azienda cinese a prendere delle immediate contromisure (in primo luogo la velocizzazione dello sviluppo del suo nuovo sistema operativo alternativo, HarmonyOS, destinato a rimpiazzare Google-Android, e successivamente la vendita ad un consorzio d’azionisti cinesi del suo marchio “low-cost” Honor, avvenuta proprio di recente). L’accanimento verso Huawei si spiega soprattutto per la necessità, da parte del protezionista Trump, di difendere a tutti i costi i colossi dell’elettronica e dell’informatica USA in difficoltà a tenere il passo con la sua concorrenza e, più in generale, anche con quella di tutti gli altri grossi nomi cinesi. Il paradosso è che a trarre vantaggio di queste misure volute dalla Casa Bianca, nel mercato consumatori, non sono state proprio le aziende americane ed occidentali, quanto piuttosto gli altri colossi cinesi come in primo luogo Xiaomi (il cui fondatore oltretutto ha, com’è noto, ottimi rapporti col governo del proprio paese e col partito che lo guida, esattamente come Huawei; e Xiaomi, oltretutto, è la seconda azienda cinese dopo Huawei nel settore e quindi anch’essa fra le prime al mondo per entità) ma anche Oppo, Lenovo, ecc. Tutto questo mentre Google e le aziende di chip e componentistica occidentali o taiwanesi (come Mediatek-MTK) si trovano di fronte alla perdita di un grosso cliente come Huawei, col quale fino a quel momento avevano lavorato benissimo, e che ora hanno tutto il desiderio di recuperare prima che si renda totalmente autonomo nella realizzazione dei loro stessi prodotti (software e hardware), cosa che da “cliente d’oro” lo trasformerebbe in “concorrente temibile”. Il protezionismo trumpiano, teso a chiudere ad una globalizzazione dove gli Stati Uniti non possono recitare più il ruolo di unici padroni di casa (con l’intenzione, comunque, di riprenderne un pieno possesso nel medio o lungo periodo), si sta di fatto ritorcendo contro coloro che l’avevano voluto e quel che è peggio anche contro le aziende che ne avrebbero dovuto beneficiare.

Ecco dunque spiegato questo nuovo “capo d’accusa”, ovvero che Huawei abbia sviluppato un nuovo software per il riconoscimento facciale degli uiguri, utile a rendere sempre più “infallibile” la “caccia alle streghe” che il governo di Pechino, secondo fonti mai verificate essendo solo accuse provenienti da gruppi religiosi e politici autoreferenziali, starebbe attuando verso le popolazioni dello Xinjiang e le popolazioni musulmane cinesi in generale. Chi ne sa un po’ di più potrebbe ricordare come, in Cina, vi siano ben dieci etnie musulmane su un totale di 56 che compongono l’intera popolazione nazionale, e come esse siano in realtà del tutto rispettate e riconosciute dalla stessa Costituzione e dalle istituzioni, godendo come nel caso dello Xinjiang anche di una forte autonomia di governo locale.

Ma d’altro canto anche questa storia, bene o male, ha delle antiche radici: è, insomma, un attacco su cui in tanti lavoravano da tempo. Si guardi per esempio a cosa diceva il Partito Radicale il 30 novembre 2019, in un articolo dove accusava Bytedance (la società creatrice della popolare app cinese TikTok) e Huawei di “lavorare a stretto contatto col PCC nello Xinjiang“. Già all’epoca, infatti, non soltanto montava la battaglia trumpiana ed euro-atlantica contro Huawei, ma pure verso app cinesi di social e messaggistica come TikTok e WeChat. La fonte? Il “Sydney Morning Herald“, diramazione australiana del più noto “The Washington Post”. Curiosamente, proprio come allora, anche oggi è il “Washington Post” a lanciare l’accusa del software di riconoscimento facciale sviluppato da Huawei (ed è sempre stato questo giornale a portare avanti una linea molto oltranzista nei confronti di Pechino). Le fonti sono sempre le solite imprecisate “ONG presenti sul posto”, mentre a cofirmare il pezzo è Eva Dou, giornalista sino-americana già attiva col “Wall Street Journal” tra Pechino e Taipei. 

Negli Stati Uniti si ha molto a cuore la strumentalizzazione della questione uigura, perché oltre a rappresentare una nuova arma di delegittimazione politica del sempre più temibile avversario cinese è considerata anche come un utile strumento per la destabilizzazione dello Xinjiang, ovvero quella regione autonoma della Cina che permette a quest’ultima il collegamento via terra col resto dell’Asia Centrale fino al Medio Oriente e all’Europa, proprio attraverso la Nuova Via della Seta: e qui finalmente si capisce perché essa venga a sua volta così tanto demonizzata e raffigurata come un pericolo per tutto l’Occidente. Proprio per questo motivo, con la chiara decisione di portare avanti il lavoro lasciatogli in eredità dall’Amministrazione Trump, anche il nuovo Presidente USA Joe Biden ha dichiarato di voler ricollocare il rispetto dei diritti umani in Cina al centro dell’agenda del governo americano, soprattutto in merito al Tibet e allo Xinjiang. Già in campagna elettorale aveva affermato di voler incontrare personalmente il Dalai Lama e di voler imporre ulteriori nuove sanzioni ai funzionari cinesi considerati responsabili di violazioni dei diritti umani verso tibetani e uiguri. E qui ben si spiega perché vi sia stato, subito dopo, tutto questo rinnovato fervore contro Pechino da parte dei vari media, mainstream o meno che fossero.

Del resto, il lavoro condotto sin qua in Occidente in materia di Xinjiang è stato tutt’altro che poco. Sfruttando l’onda lunga dei Black Lives Matter, mesi fa è sorto anche il movimento degli Uyghur Lives Matter, guidato dall’East Turkistan National Awakening Movement (ETNAM), a sua volta espressione “movimentista” dell’opaco East Turkistan Government in Exile (ETGE), ovvero il Governo del Turkestan Orientale in Esilio. Quest’ultimo, sostanzialmente, è un po’ come il Governo Tibetano in Esilio guidato dal Dalai Lama e con sede a Dharamsala, in India. Il movimento ETNAM ha subito incontrato un discreto seguito ed interessanti appoggi negli Stati Uniti, ed ha cominciato con rapidità a propagandarsi anche in Europa, sempre sulla scia dei Black Lives Matter, soprattutto nei giorni in cui infuriavano gli abbattimenti di statue e le proteste più infuocate. Mentre l’ETGE, insieme ai militanti dell’ETNAM, briga perché la Corte Penale Internazionale indaghi per genocidio e crimini contro l’umanità i vertici cinesi, compreso il Presidente Xi Jinping. Ovviamente, sulla base di prove fabbricate e narrazioni indimostrabili, il lavoro appare decisamente arduo, ma indubbiamente gli obiettivi sono molto ambiziosi. C’è di che supporre che di costoro, di cui tratteremo con abbondanza anche in futuro, in Occidente si sentirà parlare ancora molto a lungo, e sempre di più. 

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