Riprendiamo dunque la nostra trattazione da dove l’avevamo lasciata, ovvero al linguaggio a dir poco enfatico e retorico del Segretario di Stato Mike Pompeo, un linguaggio che come dicevamo non di rado suona come settario.

Si parla di un “documento riservato” rilasciato dal governo americano, parte della National Security Strategy, ovvero la dottrina di difesa degli Stati Uniti da parte di pericoli interni ma soprattutto esterni, e qua subito viene tirata in ballo la Cina come “principale nemico” di Washington, più addirittura della Russia e di chiunque altro (possiamo immaginare, in tal senso, paesi come l’Iran o il Venezuela). Ma, dicevamo, anche la Russia e quei vari paesi considerati come “chiunque altro” bene o male sono profondamente legati alla Cina da un insieme di stretti legami politici, economici e militari, e tutti i tentativi attuati nei quattro anni dell’Amministrazione Trump per dividerli non sono mai approdati ad alcunché. L’idea che la Russia possa abbandonare il suo fecondo rapporto alla pari con la Cina, basato su serie convenienze reciproche in termini di collaborazioni strategiche, scientifico-tecnologiche e militari e di forniture energetiche, oltre all’ingente interscambio economico-finanziario, per unirsi agli Stati Uniti e all’Europa in nome di “comuni radici giudaico-cristiane” come ipotizzato a suo tempo da Steve Bannon è sempre stata un’ingenua utopia, su cui a Mosca hanno costantemente glissato con signorile ironia. Anche perché la stessa Russia, oltre ad avere radici “giudaico-cristiane”, ne ha anche di musulmane e di buddiste, oltre ai culti sciamanici asiatici e siberiani: tutte religioni riconosciute e rispettate dalla sua Costituzione. Già questa costituisce una risposta più che buona, fin troppo pragmatica, alle fantasie di certi strani ideologi.

Ecco perché quando Pompeo rivolge certe affermazioni appare più in preda ad una strana forma di delirio che non dedito ad una seria ed attendibile analisi politica o geopolitica che dir si voglia. I suoi ripetuti moniti al cosiddetto “mondo libero”, dove descrive la Cina come “sempre più autoritaria”, ricordano assai da vicino il frasario maccartista tanto in voga negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, e che creò non poche vittime innocenti in quegli anni di vera e propria “caccia alle streghe”, non soltanto in Nord America ma pure nella nostra Europa. Peraltro, le affermazioni di Pompeo sul crescente autoritarismo cinese si baserebbero su quanto diffuso proprio da media come “Epoch Times” o “Vision Times”, organi di propaganda del Falun Gong, o da altri media vicini alla Chiesa di Dio Onnipotente o, addirittura, ai movimenti separatisti e fondamentalisti uiguri, responsabili di gravi attentati anche al di fuori dello Xinjiang, e che godono di cospicui appoggi tanto negli Stati Uniti di questa amministrazione uscente come in numerosi paesi europei, dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, fino alla Turchia che ha sempre avuto un “occhio particolare” per la sua penetrazione nell’Asia Centrale. Paesi apparentemente divisi su alcune serie questioni internazionali o politiche o di “diritti umani” come quelli appena citati si ritrovano poi concordi non appena si tratta di sostenere i comuni nemici del loro comune nemico, secondo il ben noto principio per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Insomma: marciano divisi per colpire uniti. Ma di certo le informazioni diffuse dai media vicini o controllati dal Falun Gong, dalla Chiesa di Dio Onnipotente e dai movimenti fondamentalisti uiguri, non di rado affiliati anche alla galassia di ISIS ed al Qaeda, sono tutte fuorché attendibili: sono semplicemente inventate di sana pianta.

D’altronde, è pure difficile che un osservatore che non covi in sé un profondo e radicato odio per la Cina o per il “Comunismo” (magari quel tipo di persona per la quale tutto è Comunismo, non soltanto l’URSS o la Cina Popolare, ma anche magari metà dei Repubblicani USA e tutti i Democratici, oltre ai vari liberali, democristiani tendenti a sinistra, socialdemocratici, fino ad arrivare per giunta anche ai radicali di Bonino e del fu Pannella!) possa ritenere come serie, meditate e profonde delle dichiarazioni come “Se il mondo libero non cambierà la Cina comunista, la Cina comunista cambierà noi”, ed altre affermazioni del genere, che ben starebbero in bocca anche ad un redivivo Goebbels.

Non deve neppure meravigliare che l’enorme mole di “fake news” messe in circolazione dai media delle varie sette, oltre a fornire la base informativa di personalità politiche di grosso calibro come Pompeo, finiscano per influenzare ed essere prese per buone anche dalla stampa più “mainstream”, quella a cui solitamente molti di noi guardano con maggior fiducia, sebbene magari non proprio più con quella fiducia quasi incondizionata di un tempo. Così pure in importanti giornali e telegiornali capita, sempre più spesso, di rinvenire notizie e dichiarazioni più ideologiche che reali, dove l’unico collante di fondo è soprattutto la solita sinofobia sempre più “neo-maccartista”. Gli esempi, in tal senso, si sprecano: si pensi per esempio a quante cose sono state dette ed ancor oggi vengono da molte persone credute in merito al Covid e a com’è stato e viene tuttora gestito in Cina, oltre ai rapporti fra quest’ultima e l’OMS; o a quanto è stato detto su Hong Kong, dove ben ci s’è guardati dal far circolare il fatto che le rivolte in corso fossero soprattutto una riedizione più massiccia ed accurata della già vista ed ormai in Occidente dimenticata “Umbrella Revolution” di qualche anno fa, ovvero una “rivoluzione colorata” abbondantemente sostenuta proprio da Stati Uniti ed Inghilterra a suon di denaro e d’intelligence, pari pari a quanto già visto in Ucraina, in Georgia, in Kirghizistan, in Venezuela, in Bolivia, oggi in Bielorussia, senza dimenticare nel frattempo le ancor più sanguinose “Primavere Arabe”, con Libia e Siria in testa insieme a Tunisia, Egitto, Yemen, ecc.

Su Hong Kong, poi, vi è stata una narrazione capace di mettere d’accordo tanto le destre quanto le sinistre occidentali, ovvero tanto i conservatori sovranisti e populisti quanto i progressisti liberal e democratici: chi in nome di un redivivo “anticomunismo”, chi in nome dei “diritti umani”, ma sempre sostituendo l’approfondimento reale con la propaganda e la mistificazione, sono stati imbambolati tutti e due, entrambi canalizzandoli verso questa nuova “crociata”. Si sono così create delle situazioni a dir poco paradossali: mai s’erano viste, per esempio, le destre americane ed europee prendere così a cuore il rispetto dei “valori liberali” lasciati in eredità dagli inglesi con la “Basic Law” introdotta appena prima del passaggio di Hong Kong da Londra alla Cina nel 1997, ma che ovviamente quegli stessi inglesi ben s’erano guardati dall’applicare proprio ad Hong Kong fin da quando vi avevano stabilito il loro dominio ufficiale nel 1870 (ma a questo le destre occidentali, come le sinistre, non hanno voluto pensare). Ma anche in merito allo Xinjiang, mai s’erano viste quelle destre fino ad allora conosciute come islamofobe, abituate a mettere sullo stesso piano paesi arabi laici e socialisti con paesi arabi governati da monarchie teocratiche ed assolute, e del pari a mettere sullo stesso piano Sciiti e Sunniti o ancora a mettere sullo stesso piano i terroristi di al Qaeda o i Talebani con tutti i credenti musulmani in generale, prendere così all’improvviso a cuore le sorti dei musulmani di quella regione, soprattutto se uiguri o anche kazaki. Una cosa, anche questa, davvero mai vista prima.

Un altro capo d’accusa rivolto sempre più spesso alla Cina, e anche questo purtroppo è sempre farina del sacco dei “soliti noti” (si vadano a vedere i vari media controllati dalle sette di cui sovente parliamo), è quello di voler occupare il Mar Cinese Meridionale, ovvero un’area di mare che fino a pochi anni fa era sempre stata riconosciuta come soggetta alla sua sovranità, come del resto attestato anche da qualsiasi atlante geografico anche solo di quindici o vent’anni fa. Fu ai tempi dell’Amministrazione Obama che si cominciò a disconoscere alla Cina tale sovranità, per giunta accusandola di voler violare il diritto internazionale che invece per prima invitava a rispettare su tale questione come del resto anche su altre. Giunto Trump, per un po’ la questione si spense, ma è stata rispolverata proprio in questi ultimi tempi, e tutto fa pensare che essa troverà un prosieguo anche sotto la futura Amministrazione Biden: d’altro canto, Joe Biden era proprio il vicepresidente di Barack Obama. L’idea, poi, che una “occupazione” del Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino (che di fatto semplicemente occuperebbe qualcosa che è già suo e che come tale le viene riconosciuto proprio a livello internazionale) sia “propedeutica” ad una successiva occupazione od invasione di Taiwan, risulta ancora più surreale. Su Taiwan, o Taipei, in passato chiamata anche col suo vecchio nome portoghese di Formosa, le cose da dire sarebbero certamente molte, e di sicuro i rapporti fra le due entità, fra Pechino e Taipei, soprattutto in passato non sono sempre stati dei migliori. Ma, col tempo, complici anche le varie riforme interne che entrambe hanno conosciuto ciascuna per conto proprio, le loro economie hanno cominciato a rapportarsi e ad integrarsi sempre di più, con una forte collaborazione economica e tecnologica. Molti aspetti, storici e culturali, hanno così portato ad un riavvicinamento politico fra le due sponde e, sebbene ancor oggi non manchino periodiche increspature, in generale l’orizzonte futuro nelle loro relazioni appare più roseo che cupo.

Ma, del resto, il linguaggio settario che ha “ammaestrato” tanto la grande politica quanto la grande informazione occidentali rivolge le proprie letture ideologiche anziché pratiche pure ad altre rilevanti questioni internazionali che vedono un ruolo della Cina: si pensi, per esempio, alla questione della “Nuova Via della Seta”. Su tale argomento, dove come si potrà facilmente immaginare le farneticazioni abbondano e nemmeno poco, sarà però necessario tornare col terzo capitolo di questa nostra trattazione.

(A breve con la terza parte)

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