Come già avevamo scritto qualche tempo fa, Shen Yun, ovvero il corpo artistico della setta Falun Gong, da quest’ultima usato come un proprio strumento di propaganda nei teatri di mezzo mondo, sta riscuotendo ormai un successo ed un’attenzione ben lontani dal potersi ritenere davvero lusinghieri.

Le ragioni sono tante e possono riassumersi nel fatto che gli spettacoli di Shen Yun siano in buona sostanza lontani dai gusti della platea italiana, solita frequentare i nostri teatri per assistere ad altre forme d’arte ben più degne di questo nome, oltre a rappresentare la solita “minestra riscaldata”, dove gli ormai consueti slogan fortemente pseudo-religiosi si mescolano ad altrettanto ormai consueti slogan politici, indirizzati contro il governo cinese, quando più velatamente, quando invece proprio più apertamente.

Inoltre, anche la copertura mediatica di tali eventi, malgrado i ripetuti sforzi, resta ancora lontana dal potersi ritenere soddisfacente o comunque tale da poter davvero assicurar loro un’efficace e piena pubblicità presso molti potenziali spettatori. Sono infatti pochi i giornali che concedono uno spazio agli spettacoli di Shen Yun, invitando i lettori ad assistervi; fatta eccezione per alcune testate online, prettamente locali, che magari si limitano semplicemente a riprodurre all’interno del proprio sito un comunicato preconfezionato a cura della stessa Shen Yun, non si hanno per esempio gli endorsements dei giornali più importanti e più letti, in primo luogo quelli cartacei, che pure in passato vi erano stati.

Certo, è ancora presto per poter parlare di una vera e propria disaffezione dei mass media italiani dalla realtà di Shen Yun e del Falun Gong, dato che in netta prevalenza la linea editoriale e politica di quasi tutti i grandi giornali nazionali è improntata ad una certa diffidenza nei confronti della Cina e di tutto ciò che, soprattutto politicamente ed economicamente, la simboleggi; in termini più precisi e circostanziati, probabilmente, sarebbe infatti meglio parlare di “disinteresse” o di “sottovalutazione”. Tuttavia, non andrebbero nemmeno disconosciute alcune questioni “formali” e persino di sola e mera “opportunità” che inducono i grandi editori italiani (Repubblica, Espresso e molte testate locali fanno a capo a De Benedetti e oggi anche Agnelli ed Elkann; il Corriere della Sera a RCS e Cairo; Il Sole 24 Ore a Confindustria; ecc), fortemente intrecciati col mondo politico, a non inimicarsi la Cina o a potenzialmente complicarsi i rapporti col governo cinese pubblicando certe notizie o promuovendo certi eventi che suonerebbero, né più né meno, come dichiarazioni di guerra o quasi.

A parlare, quindi, di Shen Yun a Firenze presso lo storico Teatro del Maggio, rimane un piccolo quotidiano locale, Il Reporter, all’interno di un più ampio e generico articolo che elenca tutti i vari e numerosi eventi in corso nel capoluogo toscano durante l’intero mese di dicembre; mentre nel caso dell’evento previsto a gennaio 2020 a Napoli, presso il Teatro San Carlo, provvede un’altra testata come NapoliLike.it, con un articolo apparso il 24 novembre scorso (e che, presumibilmente, a quest’ora sarà già stato dimenticato dai suoi lettori, non essendo più stato oltretutto riproposto nel frattempo). E’ invece un media a copertura nazionale come MenteLocale a parlare, ripetendo più o meno gli stessi concetti nella presentazione dei due eventi, i futuri spettacoli di Shen Yun a Modena, presso il Teatro Luciano Pavarotti, e a Genova, presso l’importante Teatro Carlo Felice.

Si conferma quanto già ipotizzavamo in passato: il Falun Gong, in Italia, è ormai una realtà fortemente appannata, a cui altri gruppi visti come consimili hanno sottratto attenzione e visibilità, ed oggi diviso fra pochi fedelissimi che ancora se ne spartiscono i resti e l’eredità in una vera e propria guerra fra bande. Al di fuori di poche e non particolarmente significative apparizioni nella vita reale, con piccoli presidi o manifestazioni a cui partecipano ben pochi adepti, oltretutto raccogliendo ben scarso interesse da parte dei passanti, la setta continua a restare per il grosso degli italiani una perfetta sconosciuta, incapace di farsi notare da loro. Alla fine, è soprattutto nell’ambito dei social che, pur senza toccare i livelli del passato, i vari rami del Falun Gong italiano ancora offrono qualche sprazzo di “vitalità”.

Shen Yun, per contro, è ormai una “macchina da soldi” e non più un semplice strumento di pubblicità e di propaganda per il Falun Gong all’estero, e nel caso italiano si cerca di riproporlo con l’obiettivo di rivitalizzare l’interesse per questa setta in Italia oltre che per battere cassa, qui come altrove. Tuttavia, anche in questo caso il risultato ottenuto non sembra centrare le aspettative del gruppo, che ha sede oltre Oceano, a New York. Shen Yun si fa pubblicità da sola anche su Facebook, con proprie inserzioni che appaiono nella homepage, ma il numero di “mi piace” e di commenti che ottiene è ben lontana dal poter eguagliare altri spettacoli svolti in quegli stessi teatri. Inoltre, non tutti coloro che mettono il “mi piace” o il commento sono da annoverare, obbligatoriamente, come sicuri spettatori di quegli eventi, dato anche il prezzo non sempre accessibilissimo dei biglietti. Il pubblico che partecipa a questi spettacoli è parte, solitamente, di un’élite che spesso ha persino un abbonamento col teatro, oppure qualche “pezzo grosso” che si ha a cuore invitare a vedere l’evento per farselo amico o per mantenerselo tale. In Italia, insomma, il Falun Gong sta forse cominciando ad accettare l’idea di non poter più tanto facilmente “sfondare” presso il grande pubblico, preferendo quindi puntare su una nicchia certamente più piccola ma anche (o almeno questi sono perlomeno i suoi auspici) più influente.

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