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La visita di Shinzo Abe a Pearl Harbour, teatro dell’attacco giapponese alla flotta statunitense che diede il via nel 1941 alla guerra nel Pacifico, ha avuto un’ampia risonanza mediatica e simbolica. Si tratta di un viaggio pregno di significanza, non inedito (nel 1951 un altro Primo Ministro del Giappone, Yoshida, vi si recò in visita) ma alquanto meritevole di studio, e che ben simboleggia lo spirito delle relazioni tra Giappone e Stati Uniti con i governi di Abe e di Obama. Il viaggio del Primo Ministro asiatico sigilla un tentativo di riappacificazione “con la storia”, iniziato con la storica visita di Obama ad Hiroshima durante la quale aveva messo in discussione gli ordigni nucleari usati in Giappone. Oggi è toccato ad Abe esprimersi in modo analogo: «Non dobbiamo mai ripetere l’orrore della guerra. Questo è l’impegno». Questo forte richiamo ai valori umani e della pace forniscono il lato mediaticamente migliore degli intensissimi rapporti tra Tokyo e Washington, in forte e costante ascesa con il governo Abe.

La visita di stato giapponese è stata carica di simbolismo e memoria, due carte essenziali anche per l’opinione pubblica, che tra i due paesi (rivali per più di un quarto di secolo nel Pacifico, e poi in guerra per 4 anni) ancora rileva dei grandi contenziosi morali. Soprattutto, però, ha chiuso in grande stile quel processo di riappacificazione del quale abbiamo accennato e posto termine al mandato presidenziale di Obama, che non disdegna di poter apparire come un “uomo della riconciliazione”. Il gesto di Shinzo Abe si è distinto tanto per la inusuale profondità con la quale un Primo Ministro giapponese ha fatto i conti con la sua storia, sia per il radicale contrasto, che ancora impera in patria, dell’approccio nazionale circa i crimini di guerra e le azioni delle quali si è reso responsabile l’Impero del Sol Levante durante la Seconda Guerra Mondiale: se da questa parte il Primo Ministro Abe ha parlato di «condoglianze sincere ed eterne» per l’attacco, nel quale morirono 2.400 militari USA, ed ha visitato il USS Arizona Memorial di Pearl Harbour, dall’altra il Giappone continua sostanzialmente a negare e sminuire i suoi crimini verso le popolazioni occupate (Cina e Corea in particolare). Ha suscitato enormi polemiche e pesanti reazioni verbali a Seul e Pechino la visita del Ministro della Difesa giapponese, a poche ore dal rientro di Abe dalle Hawaii, al santuario di Yasukani, dove sono sepolti oltre 1.000 militari condannati per crimini contro l’umanità e contro la pace. Se è dunque vero che un minimo di coscienza e responsabilità storica starebbe riaffiorando in Giappone, è allo stesso modo vero che è ancora molto limitata, ed in particolare mostra più «responsabilità» verso crimini di natura strettamente bellica, nei confronti di militari ed avvenuti geograficamente più lontano, che verso i massacri di civili avvenuti a qualche centinaia di chilometri, sull’altra sponda del Mar del Giappone. Forse, invece, si tratta di una sorta di “legge del più forte”, che spinge Abe ad essere di gran lunga più accondiscendente verso gli Stati Uniti (anche in questioni poco più che simboliche, seppur di altissimo valore): bisogna considerare la presenza di basi USA in territorio giapponesi e la grande possibilità che ha Washington di far pressione politica su Tokyo, incredibilmente maggiore rispetto alla nemica Pechino e alla non sempre affidabile amica Seul.

Shinzo Abe, Primo Ministro conservatore dal 2012 (dopo una breve parentesi nel 2006-2007), ha rafforzato enormemente i rapporti, militari e politici, che legano il Giappone agli Stati Uniti. Si tratta di un periodo di stretta e forte alleanza, nata sia in virtù di quello che tanto Tokyo quanto Obama percepiscono come un “pericolo” comune, ovvero la Cina e le sue rivendicazioni territoriali, sia per l’eredità di paese “militarmente occupato” che il Giappone ha nei confronti degli Stati Uniti dal 1945. Lo stesso Abe ha concordato l’ampliamento e il rafforzamento della base di Okinawa, duramente criticata dalla popolazione locale, e stretto numerosi accordi, soprattutto per quanto concerne la difesa militare; il tutto cementato dalla fiducia reciproca dei due leader.

È facile tuttavia credere che Shinzo Abe potrà rimpiangere i rapporti da privilegiato che aveva con Obama. Il Presidente eletto Donald Trump, nonostante abbia incontrato proprio Shinzo Abe come primo Capo di un governo straniero dopo la sua elezione e nonostante la sua politica di contenimento e rivalità commerciale verso la Cina, sembra intenzionato a ridimensionare l’impegno militare e diplomatico statunitense nell’arcipelago. In particolare, il futuro Presidente degli Stati Uniti ritiene che sia il Giappone sia la Corea del Sud «approfittino» della protezione militare che Washington concede loro, ed è sicuramente favorevole ad una revisione dei trattati politico-militari che legano i due stati (anche se non è detto che ciò avverrà). La netta contrarietà di Trump al TPP (Trans-Pacific Partnership), accordo che vedeva il Giappone decisamente a favore, può solo ampliare il presistente solco tra i due uomini politici.

La futura politica estera del Giappone e i rapporti che dovrà intessere con le grandi potenze mondiali dopo il 20 gennaio appaiono dunque piuttosto incerti: in particolare le incertezze derivano da un radicale cambiamento interno nell’alleato “di sempre”, gli Stati Uniti in fase di «ripiegamento», e possono aprire scenari inaspettati. Shinzo Abe si è dimostrato un uomo estremamente pragmatico e realista, che ha coltivato e mantenuto vivo il dialogo anche con Stati storicamente mai amici del Giappone: primo tra tutti la Russia di Putin che, nonostante le mai sopite dispute territoriali per le isole Curilii e la vicinanza di Tokyo agli USA, ha decisamente riavvicinato Mosca sotto il profilo del dialogo. Prima di recarsi a Pearl Harbour, è stato anche l’ultimo leader straniero incontrato da Abe (terzo incontro di questo 2016), con il quale sta cercando di negoziare un trattato di pace 71 anni dopo la fine della II Guerra Mondiale. Chissà che non possa essere proprio il leader russo, amico di Trump e della Cina, ma in cattivi rapporti con Obama, a ricoprire un ruolo chiave (o da ago della bilancia o da protagonista vero e proprio) nel futuro scenario dell’Estremo Oriente. Se dunque la visita di Abe a Pearl Harbour suggella l’apice dell’idillio giappo-americano, questa rappresenta anche il canto del cigno di rapporti bilaterali che potrebbero conoscere ben presto un netto ridimensionamento.

Di Leonardo Olivetti

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