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Berlusconi, Meloni e Salvini alla manifestazione anti-Renzi dello scorso Novembre

Nelle analisi post-voto si sono sprecati i complimenti alla Lega e ai Cinquestelle per il risultato elettorale. Se la crescita del MoVimento di Beppe Grillo e della famiglia Casaleggio era prevedibile da anni, senz’altro Matteo Salvini con queste elezioni si prende definitivamente il proscenio della politica italiana, completando la sua evoluzione da leader locale a leader nazionale a tutti gli effetti.

Tuttavia in questi giorni di inutili consultazioni presidenziali (una prassi che mai capiremo) e di dialogo tra le forze politiche, emerge un dato che è stato sottovalutato da molti: Matteo Salvini è il leader politico di un’area che è uscita sconfitta dalle elezioni del 4 marzo scorso. Il centrodestra unito, costituito dalle sue tre anime storiche, ha conquistato qualche seggio in più del Movimento Cinquestelle (che si presentava da solo), ma in un contesto nel quale la sconfitta del centrosinistra e del PD dopo 5 anni di inciuci e inciucetti e di una ripresa economica che stenta ad arrivare, avrebbero dovuto far avere alla destra il vento in poppa e permettergli di raggiungere almeno il 40%.

Purtroppo per Salvini, il grande capolavoro della Lega è avvenuto soprattutto a discapito dei berlusconisti, erosi dal consenso nazionale della Lega, mentre il progetto nostalgico di Giorgia Meloni, decisa da anni a riformare quel partito finiano che per anni è stato il braccio destro di Berlusconi, può considerarsi definitivamente fallito, nonostante il lieve guadagno di voti rispetto a cinque anni fa. Il leader del carroccio è diventato perciò il capo di un’area che esattamente come quella del centrosinistra, è in procinto di implosione, con un Grande Capo, Berlusconi che ormai non è certo in grado di prendere quel 20% che un tempo era il consenso fisso di Forza Italia, e che avrebbe consentito oggi al centrodestra di governare, esattamente con lo stesso 42% con il quale il Polo delle Libertà vinse le elezioni politiche del 1994.

Salvini, che in queste settimane si sta dimostrando un politico capace anche nel vestire i panni del diplomatico o del pompiere, è stato bravo a prevedere la caduta di Forza Italia a favore del suo partito, ma ha avuto meno coraggio nel sancire la fine definitiva del bipolarismo. Al contrario di quanto dice Umberto Bossi, per criticare la svolta nazionale dell’attuale segretario del Carroccio, una non alleanza tra Salvini e Berlusconi a livello nazionale non avrebbe minimamente influito sulle elezioni locali, che rispondono solitamente a tutt’altre logiche e Forza Italia stessa ha bisogno di occupare poltrone anche nei governi locali. Inoltre il Movimento Cinquestelle ha cannibalizzato almeno il 90% dei voti provenienti dai delusi della sinistra, mentre la Lega, ha continuato a pescare dalla sua stessa area politica di riferimento.

Una non alleanza con l’ex Cavaliere a nostro avviso avrebbe in primis consentito alla Lega di compiere un exploit anche maggiore rispetto a quello stabilito il 4 marzo. Dopo cinque anni proeuropeisti marchiati da Napolitano-Monti-Renzi il vento soffia in direzione di quei partiti che si sono dimostrati più critici nei confronti della cessione sovranità che alcune forze politiche hanno concesso all’Unione Europea negli ultimi anni. Se esisterà un altro e nuovo bipolarismo sarà basato su questa frattura tra populisti e globalisti. Berlusconi con i suoi tentennamenti pro-europeisti e una campagna elettorale balbettante ha in qualche modo frenato Salvini stesso, i cui elettori potenziali hanno forse preferito affidarsi a Di Maio pur di non votare i soliti volti del centrodestra.

In secondo luogo l’alleanza con Berlusconi sembra condannare Matteo Salvini alla palude, dalla quale ora cerca furbescamente di scappare: il leader del Carroccio ha ieri sera detto no a qualunque forma di mandato esplorativo, dichiarando che non ci sarebbero i numeri per farlo. Salvini sa bene che un incarico senza maggioranza, dove bisogna andare in giro a prendere consensi promettendo tutto il possibile lo logorerebbe pesantemente, come accaduto a Bersani nel 2013.

Il segretario della Lega farebbe immediatamente un governo con Luigi Di Maio hic et nunc, sapendo che i programmi delle due forze politiche in questione sono quelli più affini per un programma di governo. Ma un tradimento nei confronti di Berlusconi bollerebbe a vita Salvini come un uomo del quale non aver fiducia, non solo presso gli interlocutori politici, ma nell’elettorato stesso.

Salvo quindi miracoli e sconvolgimenti dell’ultim’ora, a questo giro la Lega dovrebbe restare ancora fuori dal prossimo governo. Un nulla di fatto che potrebbe tuttavia favorire la Lega: l’ipotesi di un inciucio tra Di Maio e Franceschini, che sembra nelle ultime ore la più accreditata, darebbe l’opportunità alla Lega di crescere stando all’opposizione.

In attesa di scoprire cosa succederà in seguito ad un eventuale incontro faccia a faccia tra Salvini e Di Maio, senza inciuci il ritorno alle urne sembra la cosa più logica e naturale. Ma anche una ripetizione del voto dovrebbe prevedere prima un accordo su una nuova legge elettorale, c’è da chiedersi dunque se un’intesa gialloverde non possa esserci proprio su una nuova legge elettorale e il ritorno al voto. Anche perché di fatto senza uno dei due partiti in questione, nessun governo è numericamente possibile se non uno di minoranza.

E intanto l’Italia perde altro tempo…

 

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