“Voglio essere sola ma con te” titolava un articolo(1) pubblicato sulle pagine dell’Huffington Post di qualche settimana fa, articolo che ha destato non poco scalpore ed interesse, raggiungendo quasi le trentamila condivisioni e centocinquantasettemila “like”. Potremmo discutere dell’infinità di cliché e dei pensierini da post-it in esso contenuti e che infiammano i cuori di tanti giovani dissennati in attesa del sogno d’amore da pellicola strappalacrime, tuttavia non sarebbe un’operazione utile.
Tralasciando completamente l’aspetto linguistico che già da sé mette in evidenza l’incompatibilità terminologica, per non dire l’aperto contrasto, del concetto di “solitudine in compagnia”, l’articolo pone in essere problematiche ben più drammatiche, che non si lasciano ridurre ad una sterile polemica legata ad un uso astruso del dizionario e che richiamano la concezione della famiglia in quest’epoca di trasvalutazioni continue.
Secondo la formula dell’economista statunitense Steven Horwitz, l’evoluzione della struttura familiare, può essere riassunta immaginando un movimento che dialetticamente porta dalla casa e dal focolare al Mercato ([cit.] «from the household, to the Market»). Non è certamente semplice stabilire delle periodizzazioni certe in merito allo sviluppo del sistema capitalistico, né è operazione facile quella di rilevare dei caratteri generali per ogni singolo momento di questo percorso storico. Tuttavia, se cercare di formulare delle ipotesi è certamente un’operazione che rischia di divenire riduttiva (in particolar modo quando si analizza macroscopicamente un problema), non provarci neppure è una forma di resa intellettuale.
Possiamo dunque affermare che in un’era pre-capitalistica, il nucleo centrale era certamente la famiglia allargata, la quale era da considerarsi un microcosmo sociale e pilastro stesso della Comunità (era un nucleo “etico”, utilizzando un lessico prettamente hegeliano). Essa non aveva una funzione meramente sociale, ma anche e soprattutto economica: essendo scarsa la base monetaria della quale poteva disporre il nucleo familiare, diveniva di fondamentale importanza la manodopera e la forza lavoro. Conseguentemente era del tutto auspicabile, per la sopravvivenza stessa, avere una famiglia allargata ed una prole numerosa.
Un cambiamento significativo della struttura dell’attività economica, tuttavia, modificò enormemente il ruolo della famiglia nella Società. Quest’evoluzione, che corrispose – sempre approssimando – all’ascesa di una forma di capitalismo “industriale” che liquidava quelle forme di creazione di tipo familiare, fece del tutto venir meno la necessità di mantenere una forma di produzione comunitaria, sostituendola con una più individualistica (l’archetipo era il lavoratore di fabbrica salariato che “vende” la propria forza lavoro e non ha bisogno di alcun gruppo sociale a sostegno della propria attività di sussistenza). La famiglia, dall’essere cuore pulsante della vita individuale e collettiva e pilastro socio-economico della Società, diventa un nemico della produzione capitalistica o, al più, un qualcosa di superfluo che la società legittima culturalmente in quanto – sempre utilizzando una formulazione horwitziana – «istituzione psicologica» caratterizzata da emozionalità, affetto e completamente sganciata da ogni utilità pratica.
Questo processo di marginalizzazione ha subito un’improvvisa accelerata con l’imporsi della “Società dei consumi”, nemica del vecchio impianto valoriale borghese e proletario, legittimata culturalmente “da sinistra” dal Sessantotto. Essa ha trasformato i nuclei familiari da liberi produttori ad isterici ammassi di individualità ossessionate dal consumo, dall’acquisto della lavatrice e del televisore, sino alla recente corsa collettiva agli ultimi modelli di smartphone (Senza scomodare l’antimodernismo pasoliniano e la sua analisi dei movimenti studenteschi e della galassia “di sinistra” di quegli anni, basta riprendere l’idea previana del Sessantotto come momento di “falsa coscienza” e di affermazione filosofica del concetto deleuziano di “desiderio”).
Ed oggi? In un’epoca globalizzata, che per l’Europa occidentale, in confronto all’irresistibile ascesa economica dei Paesi BRICS, non faticheremo a definire apertamente post-industriale, qual è la funzione della famiglia? Nell’epoca che impone come nuovo modello di vita la libera circolazione di capitali, merci ed esseri umani nel superamento di ogni barriera fisica e culturale – seguendo pedissequamente l’orizzonte politico, economico e valoriale del “villaggio globale” – la famiglia è, a un tempo, un impedimento ed un problema (La famiglia è un modello «inefficiente». Cfr. Charles P. Kindleberger), o, viceversa, forza katéchonica che “frena” le soverchianti potenze che vogliono distruggere ciò che rimane delle comunità di senso e le loro naturali resistenze.
È, dunque, a partire da questa breve ed approssimata ricostruzione che possiamo inquadrare pienamente la tragicità di tutta una generazione che si riconosce in un sentimentalismo “di comodo”, quello che vuole l’individuo aperto alle esperienze e libero di vivere naturalmente le proprie emozioni, tuttavia sganciato da ogni vincolo “forte” rappresentato da una promessa amorosa o dalla volontà di instaurare una relazione duratura. In piena epoca postmoderna tutto ciò che appare rigido, in contrasto con la fluidità di tempi incerti e vaghi, spaventa (la rigidità dei legami è addirittura disprezzabile per coloro i quali sostengono che nel futuro si nascerà in un Paese ma si vivrà eternamente in “diaspora”)(2); scandalizza e appare come un arcaismo l’impegno a costruire qualcosa che non sia momentaneo o, secondo una felice formulazione del sociologo Zygmunt Bauman, «fluido»(3). Si supporta questa scelta “comoda”, inoltre, facendo bella mostra dei modelli negativi (magari prendendoli in prestito dalla cronaca nera), evidenziando come si compiano crimini all’interno di strutture familiari definite “tradizionali”, generalizzando e “gettando il bambino con l’acqua sporca” (L’argomento è più o meno il seguente: se avvengono crimini, seppur circoscritti a drammatiche e specifiche realtà familiari, non sono dovuti ad esempio ad una naturale inclinazione umana alla violenza, ma sono causati da repressive ed arcaiche strutture di convivenza da abbandonare e liquidare!).
Se oggi migliaia di giovani si ritrovano a disprezzare la famiglia (ed in certe occasioni ad avversarla apertamente, come nelle recenti manifestazioni liberal in favore dei “nuovi diritti individuali”, associandola ad una visione del mondo ormai desueta rispetto ai “tempi che corrono”), vi è un motivo specifico legato ad un sistema economico che ha bisogno di soggetti anaffettivi, liberi di inseguire i “richiami” del proprio ego e le proprie pulsioni, ovverosia tutto ciò che trasforma un essere umano e la sua complessità, in un banale consumatore. Format televisivi, film e telefilm convergono nel consolidare quel modello culturale dominante nel quale vi è il singolo a spiccare in maniera determinante sulla collettività; un individuo che si relaziona con gli altri ma che pretende di non aver bisogno di nessuno.

di Guido Bachetti

Fonti

(1)http://www.huffingtonpost.it/isabelle-teissier/voglio-essere-single-ma-insieme-te_b_7832294.html

(2) https://www.youtube.com/watch?v=E7QePDmPHfk

(3) Zygmunt Bauman, Amore Liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, 2006.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48912