Putin Trump Assad

Il 4 e 5 luglio si terranno nella capitale kazaka di Astana nuovi colloqui volti a dare delle soluzioni alla questione siriana. L’ultimo incontro tra le potenze coinvolte nella guerra civile aveva prodotto l’accordo su un cessate il fuoco in quattro zone del territorio siriano.

L’intesa del 4 Maggio scorso, tuttavia, è stata siglata soltanto tra i paesi alleati del governo siriano (Russia e Iran) e la Turchia. Gli Usa, nonostante l’avvento di Donald Trump alla presidenza, sono venuti meno alle promesse fatte dal nuovo inquilino della Casa Bianca in campagna elettorale. Il tycoon è infatti passato in cento giorni scarsi di amministrazione, da un moderato sostegno ad Assad quale baluardo contro il terrorismo, ad una nuova demonizzazione del leader del governo baathista.

L’escalation a bassa tensione aperta dagli Usa di Trump in Siria, ha infatti allontanato quasi definitivamente un’intesa tra Mosca e Washington, tanto sventolata (e temuta) dalla stampa negli ultimi mesi, a partire dall’elezione del miliardario repubblicano. Gli Stati Uniti, infatti, a partire dallo scorso aprile, se da un lato hanno continuato a dichiarare la loro intenzione di distruggere il terrorismo, dall’altro hanno condotto una campagna mediatica nei confronti del governo di Assad, accusato di usare armi chimiche, di far fuori civili e compagnia suonando.

Sul lato militare, invece gli Usa e la coalizione occidentale continuano a fare orecchie da mercante e nella considerazione discordante dai russi dei cosiddetti ribelli moderati, che continuano a sostenere, e nel seguire Russia e Iran, in questo momento le uniche due potenze che stiano sul serio recando danni allo Stato Islamico. Come nel periodo Obama, le sortite dell’aviazione militare di Washington contro l’ISIS sono sporadiche e hanno l’obiettivo precipuo di ottenere le prime pagine della stampa internazionale senza colpo ferire ai nemici di Assad. Inoltre più di un jet e/o drone dell’aviazione siriana sono stati abbattuti dagli americani, quando si avvicinavano alle zone controllate dai ribelli moderati addestrati dalla coalizione occidentale.

Difficile quindi aspettarsi un cambio di rotta, nonostante l’invito ufficiale da parte del ministro degli Esteri del Kazakhstan, Kairat Abdrakhmanov delle delegazioni di Stati Uniti, Giordania e delle Nazioni Unite. Il summit del prossimo luglio dovrebbe essere ancora una volta all’insegna di Russia, Iran e Turchia che cercheranno di consolidare il loro accordo per la tregua in alcune regioni della Siria, dove non è presente la minaccia ISIS.

Non saranno perciò i colloqui di Astana a dirci di un eventuale avvicinamento tra Mosca e Washington, bisognerà aspettare il G20 del 7-8 luglio ad Amburgo per saperne qualcosa di più. Per ora il governo russo non ha ancora sciolto le riserve sulla possibilità di un incontro bilaterale tra Vladimir Putin e Donald Trump in margine al G20 ospitato dalla Germania. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha tuttavia fatto sapere ai media che semmai avesse luogo l’incontro non verrà annunciato e non avrà luogo alcuna conferenza stampa.

Al di là del fronte siriano, quello in medio oriente non è l’unico tema presente sul tavolo di Mosca e Washington. È ancora attesa da parte dell’Amministrazione Trump una posizione ufficiale sulla questione ucraina e sulle sanzioni alla Russia, mentre altri temi in sospeso sono quelli relativi ai rapporti tra la Russia e la NATO e in generale la sicurezza internazionale, tema caro a entrambi i leader.

Casi urgenti che danno adito di ritenere che, malgrado non corra buon sangue in questo momento tra le due presidenze, un incontro tra i due presunti amici probabilmente ci sarà.