Carri armati turchi al confine con la Siria.

Nessuno vuol mai parlare troppo presto, prima del tempo, ma a giudicare dalle novità di quest’ultimi giorni davvero sembrerebbe che in Siria il conflitto interno durato quasi nove anni s’avvii finalmente all’epilogo, con una netta vittoria del legittimo governo siriano di Bashar al Assad e dei suoi più diretti alleati, ovvero quelli che insieme a Damasco compongono l’Asse della Resistenza (Iran e Hezbollah) e, ancor più, la Russia che, dopo l’intervento a gamba tesa iniziato nel 2015, ha ormai raggiunto a pieno titolo il ruolo di garante della pace in Siria e, più estesamente, degli equilibri in quella parte nevralgica di Medio Oriente. Era infatti piuttosto difficile, realisticamente parlando, immaginarsi un simile scenario nel 2011, quando la Siria cominciò ad andare a fuoco, soprattutto guardando al contemporaneo scenario mediorientale, in cui spiccava la deflagrazione appena avvenuta della Libia, causata sempre dai “soliti noti”.

Quel che ora si sta configurando in Siria appare, nella sostanza, come un autentico capolavoro politico e diplomatico, oltreché militare, giacché nessuno realmente si trova a vestire i panni del perdente all’infuori delle milizie islamiste che avrebbero dovuto rovesciare il governo siriano di Bashar al Assad insieme ai loro sponsor della vecchia amministrazione democratica statunitense Clinton-Obama che, d’altra parte, a loro volta in patria non stanno certo vivendo un momento politicamente roseo. Gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump, infatti, escono dallo scenario siriano con tutti gli onori o quantomeno senza troppi oneri, per così dire “a buon mercato”, secondo il principio del “a nemico che se ne va, ponti d’oro”; e anche la Turchia, malgrado il momentaneo e paventato isolamento, ha maggiori giustificazioni per compiere il suo cambio di rotta, già da tempo avviato, nelle proprie posizioni internazionali, costituite da un maggior avvicinamento a Russia e Cina a spese, più che degli Stati Uniti, dell’Unione Europea. Verso quest’ultima, in ogni caso, Erdogan manterrà sempre due forti argomenti che costituiscono molto del suo potere contrattuale: gli enormi investimenti dei vari paesi europei nell’economia turca, miliardi d’euro comunque cari ad entrambe le parti, e i quasi quattro milioni di profughi che la Turchia ospita nel proprio territorio e che Ankara non di rado minaccia di far affluire in Europa con l’ovvio riaprirsi della “rotta dei Balcani”.

Ecco perché proprio l’Unione Europea, forse, è ben più che moralmente l’unica vera sconfitta, seppur sempre in una percentuale pari alla sua azione nel conflitto siriano, rivelatasi in tutti questi anni ambigua e contraddittoria, vincolata all’iniziativa altrui e all’incapacità di cogliere la portata degli eventi in atto: i francesi per esempio dovranno evacuare le loro forze speciali dalla Siria il prima possibile, dopo aver per anni fatto i “soci di minoranza” accanto agli statunitensi, mentre i tedeschi dovranno fare i conti anche con le loro cospicue minoranze turche, curde e arabe in patria, che a Berlino fanno sentire Erdogan ancora più vicino di quanto già sia. Aver scommesso sui risultati del lavoro altrui, sperando di parteciparne ai frutti col minimo sforzo e talvolta persino con la politica della “mosca cocchiera”, e per giunta muovendosi a tentoni o con manifesta cecità, nella storia raramente è stato di giovamento a chi lo faceva.

Naturalmente la situazione siriana e soprattutto internazionale che ruota intorno a tutta questa vicenda è ben più complessa rispetto a quella che cerchiamo di descrivere in questo parziale riassunto, ma in linea di massima il grande problema, ora come ora, potremmo dire che sia soprattutto per i “comprimari” che nella guerra civile siriana erano stati “mandati avanti” dai loro vari padrini e dalle loro varie madrine: quindi, oltre alle forze francesi orfane del grande alleato d’oltreoceano, i miliziani del Free Syrian Army, per i quali bisognerà individuare un credibile destino o salvacondotto che sia, dato che le amnistie già fatte e quelle che arriveranno in futuro da parte delle autorità siriane saranno comunque sempre una risposta parziale al problema che le loro azioni hanno costituito per il paese e per i suoi vicini in tutti questi anni, ed ancora i superstiti dell’ISIS, la cui presenza residua dovrà essere bonificata ed esorcizzata con altre e nuove azioni militari e politiche; appare invece molto più facile, realisticamente, la situazione dei curdi che, frettolosamente riavvicinatisi al legittimo governo siriano e ai suoi alleati, si troveranno verosimilmente a guadagnare uno status d’autonomia regionale in seno alla nazione siriana, tale da non compromettere o porre comunque in discussione l’integrità e la sicurezza della Siria così come della vicina Turchia.

Anche i promotori arabi delle milizie “ribelli” e del Califfato, situati nelle ricche ma al contempo fragili petromonarchie del Golfo, non possono certo aspirare alla figura di vincitori, ma in ogni caso nessuno, fosse anche solo per elementari questioni di convenienza, farà notar loro il peso di certe responsabilità di cui si sono macchiati. Peraltro, l’Arabia Saudita probabilmente oggi come oggi vive il cronicizzarsi della guerra allo Yemen e dentro lo stesso Yemen come il suo problema principale, rispetto a quanto avviene in Siria, non fosse altro perché quella che, nel 2014, si configurava come una facile “operazione di polizia” in realtà è finita col diventare una problematica militare e geopolitica tale da mettere in subbuglio tutti gli equilibri locali e regionali, e persino il ruolo di Riyad come principale fornitore mondiale d’energia.

Sullo sfondo, a causa tanto degli sviluppi sul fronte siriano quanto, soprattutto, di quelli sul fronte meridionale yemenita, s’afferma la crescente potenza dell’Iran in tutta la regione, cosa che certamente desta timore negli ambienti della monarchia saudita e che sta già dimostrando come, nella comprensibile situazione d’agitazione che ne derivi, qualche colpo di testa possa e debba pur essere messo in conto. A corollario della non facile situazione in atto nella Penisola Arabica, andrebbe ricordato il Qatar, che ha rivaleggiato con Riyad nello stabilire una sua egemonia in Medio Oriente negli anni di Obama e che, con l’arrivo di Trump, è stato “scaricato” finendo proprio nelle braccia dei rivali iraniani, e l’incendio che ancora cova sotto la cenere in Bahrain, dove la popolazione a maggioranza sciita non ha mai molto amato la locale monarchia sunnita filosaudita, dandone prova con la rivoluzione del 1981 e con le rivolte scatenatesi dopo il 2011.

Ad ogni modo, tornando alla Siria, ora come ora il nodo più complesso, ma tutto sommato risolvibile affidandosi agli strumenti della politica e del diritto internazionali, risiede soprattutto nel delineare la “zona di sicurezza” fra Siria e Turchia, che soprattutto a quest’ultima garantirà tranquillità oltre a non fornire ragioni credibili per future ingerenze nella vita interna del suo vicino, e soprattutto nello scegliere chi dovrà comporre le “forze d’interposizione” che la dovranno vigilare. Al momento sembrerebbe che Erdogan continui ad alzare la posta, ad esempio con le violazioni del “cessate il fuoco”, ma l’intesa è di fatto delineata e se, per raggiungerla, sarà necessario ritoccare un po’ le trattative nessuno, data la posta in gioco, lascerà andare tutto in fumo solo per qualche questione di principio. Sarà dunque proprio sulla capacità di raggiungere questo tipo d’intesa e di farla valere nel tempo che si misurerà l’abilità dei suoi promotori e la sua effettiva solidità.

4 COMMENTI

  1. Va bene, però l’accordo fra Putin e Erdogan sembra produrre l’invasione dei loro territori Siriani. Finiranno in una riserva? Nè mi pare che Assad ne esca benissimo: la Turchia gli entra in casa. Ma magari mi sfugge qualcosa

    Mah, non ci sono dei “loro territori siriani” nel senso che quel territorio è della Siria come tutti gli altri territori di quel paese, in cui vivono altre varie etnie e gruppi religiosi, molti dei quali (cominciando dai cristiani) fino a poco tempo fa hanno subito proprio la pulizia etnica da parte dei curdi dell’YPG che miravano a costruirsi un proprio Stato a spese della Siria. I più perseguitati dai curdi, a tal proposito, furono i cristiano-assiri, ma non solo loro. Già in Iraq dopo il 2003 è capitato di vedere dinamiche simili, e a tal proposito proprio i cristiani iracheni hanno dovuto ridursi a vivere in una vera e propria riserva, nella zona di Ninive (quelli che non sono fuggiti in Siria, dove hanno goduto di qualche anno di pace finché non è arrivato il 2011). Quindi c’è una situazione in pieno svolgimento. Non parlerei di “accordo fra Putin ed Erdogan” perché certe decisioni sono state prese insieme agli Stati Uniti coi numerosi incontri di Astana, e semmai in questa situazione abbiamo Erdogan che agisce in maniera autonoma violando proprio parte di quegli accordi a tre; ma chiaramente se lo fa è perché sa di avere spazi di manovra ampi legati alla liquidità della situazione regionale, alle spinte interne in Turchia e anche a qualche altro fattore ancora come i profondi e rapidi cambiamenti di rapporti di forze in atto anche al di fuori della regione mediorientale stessa.
    Cordiali saluti, FB

  2. Va bene, però l’accordo fra Putin e Erdogan sembra produrre l’invasione dei loro territori Siriani. Finiranno in una riserva? Nè mi pare che Assad ne esca benissimo: la Turchia gli entra in casa. Ma magari mi sfugge qualcosa

  3. Come scritto nell’articolo:

    “appare invece molto più facile, realisticamente, la situazione dei curdi che, frettolosamente riavvicinatisi al legittimo governo siriano e ai suoi alleati, si troveranno verosimilmente a guadagnare uno status d’autonomia regionale in seno alla nazione siriana, tale da non compromettere o porre comunque in discussione l’integrità e la sicurezza della Siria così come della vicina Turchia.”

    Non mi pare che “ci rimettano”.
    FB

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