“L’uomo, con la propensione a creare simboli che gli è propria, traduce inconsciamente oggetti e forme in simboli e li esprime nella religione e nelle arti visive”. Aniela Jaffé, L’uomo e i suoi simboli (1964).

I simboli, in base alla provenienza geografica e al soggetto, possono essere suddivisi in due categorie principali: i simboli sacri e i simboli di identità. Lo sviluppo delle varie civiltà corrisponde con l’elaborazione di un proprio codice simbolico distintivo, fatto di segni e di immagini, al fine di raffigurare ed esprimere concetti sacri, aspetti di identità individuale e collettiva, affermazione sociale e di categoria.

Senza voler fare un trattato specifico e annoiarvi con un saggio storico culturale che risulterebbe unicamente pretestuoso, vi basti pensare a ciò che rappresenta l’attuale società moderna, che nulla ha di differente da quella del passato nella comunicazione attraverso immagini e simboli allegorici rappresentativi di gruppi a cui afferiscono specifiche categorie e che sono diventati emblema di un (fittizio o reale) progresso verso un’idea di libertà e di uguaglianza che, ormai, è solo un concetto passivo acquisito. La comunicazione attraverso i simboli e le immagini riconoscibili è ancora oggi la più efficace, specie se si tratta di contesti complessi da comprendere e da analizzare e, soprattutto, permette un controllo attivo sulle coscienze e sulla conoscenza.

In Occidente, oltre a servirsi delle manifestazioni e di dimostrazioni di protesta come lo sciopero della fame le donne, pensando anche all’impatto simbolico, hanno iniziato a cambiare il loro modo di vestire, accorciando le gonne e alcune iniziando ad indossare i pantaloni. Un messaggio chiaro nel periodo storico in cui è nato, ma che nel tempo ha influenzato la visione della donna con la pretesa di estensione ad ogni contesto culturale anche se con una storia e tradizioni completamente differenti. Per la solita mania di occidentalizzare il mondo nella convinzione di essere nel giusto.

Ne abbiamo decisamente la prova proprio oggi, epoca in cui in Occidente il velo islamico è perlopiù considerato simbolo della repressione della donna e in cui non v’è discernimento critico su quanto accade nelle varie situazioni che paiono analoghe (basti pensare a “Allahu Akbar” – Dio è il più grande -, divenuto ormai il simbolo identificativo del “terrorista islamico”.) Ed è proprio in questi contesti che il lettore comune occidentale preferisce fermarsi al simbolo riconoscibile senza andare oltre, per cui ogni donna che indossa un semplice velo è considerata repressa e sottomessa dall’uomo e alla religione (e, dunque, va salvata), perché sarebbe troppo complesso dover indagare sulle distinzioni tra i vari paesi arabi, sulla differenza tra stati con fondamento religioso e stati laici in cui la maggior parte degli abitanti è di confessione musulmana (e tra questi possono esserci ulteriori distinzioni).

Ed è proprio questo uno degli aspetti a cui si è attaccata la campagna mediatica delle cosiddette “Primavere arabe”, sotto l’egida fasulla di una rivolta democratica quando in realtà si andava lasciando in mano a frange integraliste (i Fratelli Musulmani) paesi in cui il socialismo nazionalista panarabo aveva portato laicità e libertà di culto. Eppure non sono tanto lontani i tempi in cui Al-Qaida, creata e foraggiata dalla Cia, travolgeva l’Afghanistan in una guerra che era anche contro le donne, radicata nelle convinzioni e nelle ideologie politiche, non nell’Islam o nelle norme culturali. Una guerra che mirava alla distruzione civile e all’eliminazione di elementi che avrebbero disturbato l’obiettivo malato di questa crociata senza destinazione certa, mettendo la gente contro lo stesso Islam.

Ed è stato facile dunque far credere che la Siria, stato laico in cui coesistevano pacificamente diverse etnie e confessioni religiose e in cui un programma di impronta socialista ha trovato piena applicazione, fosse un “regime totalitario” culla della repressione, in particolare per le donne. Proprio su questa linea si basano le numerose didascalie del mainstream che vogliono la donna di questa immagine come liberata ad Aleppo dall’Isis per mano dell’Esercito Libero Siriano (i tanti adorati “ribelli moderati”), ovvero quelli che Aleppo l’hanno invasa, distrutta e occupata per tre anni con i propri “soci” di Fronte Al-Nusra (ramo siriano di Al-Qaida) e Ahrar Al-Sham (Fronte islamico), mistificando ancora una volta la storia. Una Aleppo in cui l’Esercito Arabo Siriano ha creato canali per l’evacuazione di civili dalla parte occupata dai terroristi e in cui questi ultimi, ieri, si sono infilati non a salvare ma a uccidere ancora persone innocenti.

Per concludere, questa immagine scelta per accompagnare l’articolo ha un unico vero significato: la libertà di scelta. Una donna si toglie il niqab, simbolo dell’integralismo religioso e della negazione dei diritti e sotto indossa uno hijab (velo). Non una minigonna. E direi che il messaggio è sufficientemente chiaro.

Barbara Francesca Passera

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