Siria

Da anni ormai siamo abituati al solito schema: si inizia con il demonizzare la leadership di un paese e poi, con il pretesto di portare la democrazia, ci si infila suoi affari interni, si destabilizza e si rovescia un governo. In altri casi il tessuto sociale è ben più resistente e resta fedele al proprio governo. È il caso della Siria, un paese dove convivevano cristiani e musulmani, siriani e curdi, multietnico e multireligioso.

Per chi ancora credesse alla favola della libertà e dei diritti umani propugnati dai ribelli, gli andrebbe ricordata la ninna nanna del poeta romanesco Trilussa, nella quale la guerra era solo “un gran giro de quatrini”. La Siria, ormai dilaniata da 5 anni di guerra no fa eccezione.

L’arcivescovo di Aleppo, Joseph Tobji, ascoltato lo scorso ottobre alla Commissione Esteri del Senato della Repubblica ha espressamente riferito che all’inizio della congerie, le manifestazioni di piazza fossero state essenzialmente pacifiche.

Solo in un successivo momento degli infiltrati avrebbero iniziato a sparare sull’esercito (inizialmente nemmeno armato per contenere la folla) e sui manifestanti. Una dinamica che ricorda delle vicende simili, che poi hanno scatenato diversi archi di crisi, come quello libico e quello scatenato da Euromaidan in Ucraina.

Da una paventata guerra civile, che mai è stata sul serio, siamo passati a fazioni governative e fazioni ribelli, che l’arcivescovo chiama, senza mentire, terroristi jihadisti.

I ribelli di al-Nusra e le altre sigle associate ad al Qaeda, e inseguito l’ISIS hanno raccolto spesso stranieri provenienti da ogni parte del mondo, Europa compresa,  che si sono introdotti in Siria via Turchia e Giordania. Queste fazioni anti-governative hanno avuto spesso il sostegno indiretto di potenze regionali, vi è infatti più di qualche indizio che suggerisce un coinvolgimento nella guerra siriana dei paesi arabi del golfo, mentre c’è chi addirittura suggerisce un ruolo importante anche da parte della Turchia di Erdogan.

Un indizio emblematico potrebbe giungere dall’inchiesta svolta congiuntamente da russi e siriani, riguardo all’utilizzo da parte delle milizie anti-governative di Toyota super attrezzati. La casa automobilistica, dopo un’indagine interna, avrebbe risposto che ben 22,500 sono stati comprati da una società dell’Arabia Saudita, 32,500 da Qatar e 4,500 sono arrivati dalla Giordania.

Un altro aiuto per comprendere se e come i miliziani in Siria ricevano il sostegno di forze interessare a rovesciare Assad ci viene fornito dalla potenza di fuoco in dote ai loro soldati. È stato appurato infatti che i miliizani ell’ISIS siano attualmente in possesso di sistemi anticarro Mandpas e Tow, che hanno permesso nelle ultime settimane di respingere gli attacchi degli MI-17 siriani.

Analizzando nel dettaglio il contesto geopolitico dell’area emerge come da parte di alcune potenze arabe vi sia più di una convenienza nel caso in cui Assad venga rovesciato. Su tutti un episodio dal significato lampante: nel 2009, prima del conflitto, il Qatar aveva intenzione di costruire un gasdotto che avrebbe dovuto arrivare in Turchia (e quindi in Europa) passando per il suolo siriano.

All’epoca Bashar al-Assad pose un secco rifiuto dal progetto, accettando una richiesta simile da parte dell’Iran, in merito allo stesso giacimento, uno dei più grandi al mondo, situato nel Golfo Persico.

L’ingarbugliato conflitto siriano ha dunque premesse del tutto economiche se non geopolitiche. Di qui le due fazioni che oggi si affrontano, spesso per procura, dove in sostanza vi è un blocco russo-sciita contrapposto agli interessi eterogenei, ma comunque interessati alla caduta di Assad come quello “sunnita”, legato alle petromonarchie e alla Turchia islamista.

Se infatti da un punto di vista politico vi è una lotta di egemonia nella regione fra diverse visioni dell’islam, vi è anche una lotta prettamente geoeconomica, laddove il discorso legato al combustibile la fa da padrone, con una Russia decisa a chiudere il mercato europeo del gas a potenze del combustibile fossile come il Qatar.

Un contesto nel quale si è aggiunto l’intervento di una parte dell’alleanza Nato ovvero Usa, Gran Bretagna e Francia, storicamente ingerenti in quei luoghi da inizio 900, che hanno deciso di far cadere Assad, e non hanno alcuna voglia di combattere il terrorismo.

Da qualunque punto di vista la si voglia va guardare non si può negare che questa guerra abbia lacerato una perla del medio oriente, nonché del Mediterraneo. Un paese di cultura millenaria, con uno stato laico dove convivevano tradizioni e culture più diverse, convivenza testimoniata dai tanti cristiani laici e non che hanno raccontato di una Siria nella quale le altre religioni avevano gran rispetto, cosa che di certo l’ISIS e Al Qaeda non potranno garantire  e che hanno causato l’esodo di circa 300 mila profughi cristiani da quelle terre.

L’auspicio è dunque che questa guerra finalmente si concluda senza assumere una portata ancora più grave di quello che è stata in questi cinque anni e che abbia come epilogo la pace per la Siria e il suo governo legittimo, così da riaffermare quel sacro principio di autodeterminazione dei popoli che, chi osanna alla televisione nella realtà spesso osteggia.

Francesco Rossetti

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