Siria

Come abbiamo avuto modo di seguire in questi ultimi giorni, l’attacco compiuto con le armi chimiche a Douma e prontamente attribuito dall’Occidente e dai suoi alleati al governo della Siria ha subito portato ad un forte innalzamento della tensione non soltanto a livello diplomatico, in sede ONU, ma soprattutto nel Mediterraneo orientale.

Damasco ha rinnegato ogni responsabilità circa un utilizzo dei gas a Douma invitando l’OPAC ad indagare, mentre Washington ha invitato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU di votare la bozza di risoluzione per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente sull’uso delle armi chimiche in Siria e a Douma in particolare. Nel frattempo Stati Uniti e Francia hanno inviato due loro navi, un cacciatorpediniere e una fregata, a debita distanza dalle coste siriane, a mo’ di minaccia o d’avvertimento. Il cacciatorpediniere Donald Cook è stato prontamente sorvolato a bassa quota da alcuni jet russi Sukhoi: anche questo un segnale di risposta, decisamente poco equivocabile.

Che vi sia una forte tensione internazionale lo si può intuire anche dal fatto che Trump abbia scelto di disertare il Vertice delle Americhe, che prevedeva un suo viaggio a Lima, in Perù, per restare a Washington a sovrintendere “la risposta americana alla Siria”.

La bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza ha incontrato il veto immediato della Russia, oltre al voto contrario della Bolivia e l’astensione della Cina. Sono stati soprattutto gli inglesi ad accusare il colpo: “Questo è un giorno triste per il Consiglio di Sicurezza, per il regime di non proliferazione e soprattutto per la popolazione di Douma”, ha infatti dichiarato l’ambasciatrice britannica al Palazzo di Vetro, Karen Pierce.

La rappresaglia diplomatica dei paesi occidentali non s’è fatta comunque attendere: la bozza di risoluzione presentata dalla Russia, che chiedeva l’invio degli ispettori dell’OPAC a Douma per indagare sul presunto attacco chimico, è stata analogamente bocciata da loro. L’ambasciatore russo all’ONU, Vassily Nebenzia, ha detto al riguardo: “Confermiamo la nostra disponibilità a facilitare il lavoro degli investigatori sul terreno. Questa è un’iniziativa strettamente pratica, ed è la priorità ora”.

Nelle stesse ore il cacciatorpediniere statunitense Donald Cook, partito secondo il giornale turco Hurriyet dal porto cipriota di Larnaca, giungeva a circa cento chilometri dalla costa siriana e soprattutto dalla base russa di Tartus. Gli americani sono rimasti comunque molto vaghi circa le manovre compiute dal loro mezzo, che di fatto ha compiuto poco più che un’azione dimostrativa. Sapendo che stavolta la provocazione non cadrebbe nel vuoto, ma che al contrario sarebbe prontamente affrontata da una massiccia risposta da parte russa, gli americani hanno preferito, al pari dei francesi, accontentarsi di mandare un piccolo mezzo della loro flotta giusto per salvarsi la faccia e dare ad intendere di non essersi presi proprio del tutto paura. Ma la realtà è che non conviene stuzzicare più di tanto il cane che dorme. I Sukhoi russi hanno sorvolato per quattro volte il cacciatorpediniere, lasciando ben capire che certe libertà non saranno più tanto facilmente tollerate.

Donald Trump continua a promettere una risposta alla Siria nell’arco di 24-48 ore, ma intanto il tempo passa e le scaramucce di un certo peso, come al solito, sembrano essere soprattutto verbali e diplomatiche, più che militari. Il presidente americano ha promesso una risposta “con forza”, guardandosi però bene dal fornire qualsiasi altro dettaglio, e già questo lascia capire molte cose.

“Non credo che vi sia il rischio di un conflitto armato fra la Russia e gli USA in Siria”, ha infatti commentato Mikhail Bogdanov, viceministro degli Esteri ed inviato speciale di Vladimir Putin in Medio Oriente. “Alla fine il buon senso dovrebbe prevalere sulla follia”, ha quindi continuato, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia russa TASS.

Nel frattempo un alto funzionario iraniano in visita in Siria, Ali Akbar Velayati, ha garantito che il raid aereo israeliano su una base siriana “non rimarrà senza risposta”, dal momento che ha causato anche la morte di sette iraniani. Secondo Mosca, che intenderebbe svolgere un ruolo di mediazione fra Israele ed Iran su questa vicenda, l’attacco alla base siriana sarebbe avvenuto mediante il sorvolo di due caccia israeliani F-15 sul Libano.

Non sarà comunque facile trovare un’intesa con Israele, che in questi giorni ha rinnovato i propri attacchi non soltanto militari ma anche politici alla Siria. Secondo il suo ministro degli Esteri “la Siria continua ad essere in possesso di armi chimiche e anche a costruirne di nuove” e “a violare in modo massiccio i suoi obblighi e le decisioni della comunità internazionale in questa materia”.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha ribadito che gli ispettori dell’OPAC “devono visitare Douma” per compiere degli accertamenti assicurando che la Russia può “garantire” la loro sicurezza. A questo proposito Mosca proporrà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una nuova risoluzione per “istituire un’indagine” sui fatti di Douma, come riportato anche dall’agenzia Interfax. Anche la Siria ha invitato gli osservatori dell’OPAC per indagare sul sospetto attacco chimico dei giorni scorsi nella Ghouta orientale. L’Opac a tal proposito ha fatto sapere che manderà “presto” in Siria una squadra per le indagini.

Nel frattempo l’Agenzia Europea per la Sicurezza Aerea (EASA) ha diramato un’allerta sulle rotte aeree del Mediterraneo orientale. L’allarme è stato emesso “a causa del possibile lancio di raid aerei con missili aria-terra e/o cruise entro le prossime 72 ore”. Va inoltre tenuta presente anche “la possibilità di un’interruzione intermittente delle apparecchiature di radionavigazione”, disturbate dall’azione dei militari.

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