Un'immagine di Damasco sventrata e distrutta dalla guerra.

Tre autobombe sono esplose stamane a Damasco, col luttuoso bilancio di 18 morti e 12 feriti. Nel frattempo, dopo un nuovo tiro di mortaio partito dal territorio siriano e caduto sulla parte israeliana delle Alture del Golan, l’esercito israeliano ha colpito una postazione delle truppe di Damasco, presso Naba’a al Fawar.

Entrambi gli episodi sembrano due chiari intenti di voler mantenere alta la tensione in un paese dove, malgrado tutto, il processo di pacificazione e di normalizzazione sta andando avanti. L’ISIS ha ormai da tempo abbandonato la provincia di Aleppo, mentre secondo l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati almeno 440mila cittadini avrebbero spontaneamente fatto ritorno alle loro case nel corso del 2017.

Il nunzio apostolico in Siria, il cardinal Zenari, sostiene che vi siano troppi eserciti e troppe bandiere in azione in Siria. Nel frattempo, però, l’ISIS ha praticamente smesso d’esistere come Stato, visto che i suoi uomini stanno evacuando anche dalla sua capitale Raqqa. La minaccia dell’ISIS, sostiene il nunzio, non è oggi paragonabile a quella che poteva apparire anche solo un anno e mezzo fa.

Secondo il cardinal Zenari, quello in Siria “è stato definito dall’Alto Commissariato per i Diritti umani di Ginevra, il disastro umanitario provocato dall’uomo più grave dalla seconda guerra mondiale. Una catastrofe umanitaria. Più di 5 milioni di rifugiati, 6 milioni e mezzo di sfollati interni, sfollati più volte perché si spostano in forza di quello che accade sul terreno. L’85% della popolazione secondo le statistiche, vive in povertà, più di metà degli ospedali è fuori uso, una scuola su tre è fuori uso, due terzi della popolazione civile non ha accesso all’acqua potabile sicura. La gente deve bere, questa dell’acqua è una “superbomba’” E poi c’è un altro aspetto: io ho visto Aleppo, Homs, e certo i bombardamenti lasciano solo scheletri di quartieri, ma c’è anche un impatto interno, quello che colpisce gli animi, questo disastro dei bambini, chi può sanare queste ferite? Un palazzo prima o poi con i petrodollari lo ricostruisci ma chi può ricostruire un animo?”.

Nel frattempo continuano le tensioni fra Mosca e Washington, proprio in merito al bollente dossier siriano. Il Cremlino ha definito “inaccettabili” le “minacce” rivolte dalla Casa Bianca al presidente siriano Assad riguardo un attacco chimico preparato ed effettuato dall’Esercito Arabo Siriano ed ancora tutto da dimostrare. Nel comunicato diffuso dalla Casa Bianca si legge che “Come abbiamo precedentemente affermato, gli Stati Uniti sono in Siria per eliminare lo Stato Islamico (…) se tuttavia Assad conduce un nuovo attacco di massa usando armi chimiche, lui e i suoi militari pagheranno un caro prezzo”.

Nikki Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, ha affermato che “La responsabilità di nuovi attacchi contro la popolazione siriana verrà addossata ad Assad, ma anche alla Russia e all’Iran, che appoggiano l’uccisione da parte del presidente della sua stessa gente”, esprimendo la chiara volontà di non voler colpire tanto Assad quanto piuttosto i suoi potenti alleati e difensori. Immediata la risposta di Dmitrj Peskov, portavoce del Cremlino: “Non abbiamo alcuna informazione in tal senso, penso che le mie controparti dei servizi d’intelligence e del ministero della Difesa avrebbero condiviso la loro preoccupazione se tali informazioni fossero emerse”, ha detto riferendosi all’utilizzo di armi chimiche, aggiungendo quindi che “i gruppi terroristi che operano in Siria hanno perpetrato diversi attacchi chimici e potrebbero tornare a farlo”.

Dopo l’abbattimento di un caccia Su-22 siriano da parte di un F-18 statunitense, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha chiesto esplicitamente al Segretario di Stato USA Rex Tillerson “di adottare le misure necessarie per evitare provocazioni contro le truppe del governo siriano che combattono contro i terroristi”, anche se non sembra che da parte statunitense l’invito sia stato preso particolarmente in considerazione.

Contemporaneamente il fronte occidentale contro la Siria, che fino ad oggi sembrava ben saldo ed unito, comincia a mostrare le prime crepe. In un’intervista a “Le Monde”, Jean-Yves Le Drian, ministro degli esteri francese, ha parlato di “una finestra di possibilità con la Russia”. Il ministro francese allude al rischio che la Russia, che finora sta conducendo con successo le operazioni in Siria e che con altrettanto ha riaffermato il proprio ruolo in Medio Oriente, possa però a questo punto “impantanarsi”. A questo punto un’intesa con la Francia per condividere insieme il peso della ricostruzione e della pacificazione della Siria potrebbe far comodo a Mosca.

Tale dichiarazione lascia un po’ esterrefatti, perchè sembra tutto fuorchè realistica. Infatti va letta in un altro modo: la Francia intende prendere sia pur cautamente le distanze da Washington pur di non ritrovarsi completamente fuori dai giochi in Siria, dato che ormai il paese di Assad è sempre più destinato ad avere un rapporto esclusivo con Mosca e nessun altro.

Di sicuro una simile mossa può accentuare le divisioni in seno all’amministrazione statunitense, dove pesano ancora le polemiche e le lotte intestine causate dal “Russiagate”. Trump sembra essere sempre più in difficoltà, mentre parte dei repubblicani continuano a fare la fronda coi democratici a suo danno. La vasta maggioranza repubblicana al Senato e al Congresso appare ormai vieppiù fittizia, e la Casa Bianca acquisisce di giorno in giorno le sembianze di un fortino politicamente assediato. L’inaffidabilità di certi alleati considerati strategici come quello francese aumenterà le polemiche fra i repubblicani e i membri dell’amministrazione Trump, accentuando l’indebolimento di quest’ultimo. Il problema è che, a prima vista, ne beneficeranno i falchi, ancora più falchi di lui.

Un primo segnale del funzionamento di questi equilibri s’avrà al prossimo vertice del G20, dove sulla questione siriana statunitensi, europei e russi s’incontreranno e si sfideranno, alla presenza di un altro attore di cui troppo poco si parla ma che sull’affaire Siria è oltremodo importante: la Cina. I fatti dal 2013 in avanti, quando vi fu la prima crisi delle armi chimiche, dopotutto stanno lì a dimostrarlo.

UN COMMENTO

  1. Una politica realistica non può fare a meno di un compromesso con il regime, né migliore né peggiore degli altri nel M.O e combattere i veri terroristi al di là delle favole della C.I.A.

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