Anche quest’anno l’ultimo tecnico italiano ad aver alzato la prestigiosa Coppa UEFA (oggi Europa League) dovrà accontentarsi di sedersi sulla panchina di qualche parco della natia Verona. Stiamo parlando di Alberto Malesani, la cui parabola calcistica può ricalcare il Napoleone manzoniano “dalla polvere all’altare, dall’altar alla polvere”: da sconosciuto rappresentante della Canon di Verona a terzo miglior tecnico d’Europa (1999 d.C., 45 d.M.), da collezionista di esoneri nel post-Verona a idolo e antieroe per torme di adolescenti e pre-adolescenti che probabilmente non hanno mai visto una squadra allenata dal Male, colui che ai tempi di Fiorentina e Parma era conosciuto come “l’Uragano della Panchina” e che ora è diventato semplicemente “il Mollo”.

Raccontare la parabola di Malesani in questi termini però rischierebbe si annacquare una storia densa e viva come l’Amarone che l’ex tecnico del Parma oggi produce assieme alle sue due figlie Giulia e Valentina nella sua splendida magione di Trezzolano, alle porte di Verona, La Giuva (acronimo di Giulia e Valentina, le figlie di Malesani, mentre La sta a indicare “Alberto”).

Nato nel 1954 a Montorio veronese, lo stesso anno in cui nelle case degli italiani comparve la televisione, Malesani vanta una carriera assolutamente irrilevante da calciatore (San Michele Extra, Primavera del Vicenza): il Male (così lo chiamano) era sì un giocatore dai piedi buoni, ma troppo compassato per reggere un calcio che sta diventando sempre più veloce, così diventa presto rappresentante della Canon di Verona (sponsor che decorerà le maglie del Verona di Bagnoli, campione d’Italia a sorpresa nel 1984/85).

Nel 1983 scatta il primo click della carriera di Malesani: nell’anno in cui la Roma di Liedholm vince uno scudetto utilizzando la zona integrale, il Male va a giocare una tournée in Olanda con la squadra della sua azienda (ecco i vantaggi di lavorare per una multinazionale…). I batavi, tutti rigorosamente panciuti, giocano a zona e coprono meglio il campo della squadra di Malesani, ancora ferma (come tutta l’Italia calcistica) alle classiche marcature a uomo con il libero dieci metri staccato. In Italia nessuno gioca ancora con una tattica così rischiosa: c’è il Barone Liedholm, c’era Vinicio a Napoli, ci sono due colleghi di Malesani come Arrigo Sacchi e Gigi Maifredi, rappresentanti (uno di scarpe, l’altro di vini) che però allenano nelle serie inferiori e nelle giovanili.

Nel 1987, altro segnale del destino, il Milan acquista il rappresentante Arrigo Sacchi e si appresta a diventare leggenda, mentre l’Olimpia Domiero fa sedere sulla sua (meno confortevole) panchina un altro rappresentante: il trentatreenne Alberto Malesani (gli anni sono quelli di Cristo, altro segnale premonitore!). L’anno dopo, Malesani passa nel settore giovanili del Chievo e, dopo aver abbandonato la Canon nel 1990, decide di rischiare il tutto per tutto trasformandosi in una sorta di allenatore-manager-factotum della piccola squadra clivense: lavora in azienda e organizza la campagna abbonamenti e la gestione dei biglietti la mattina, mentre il pomeriggio allena la Primavera con metodi avanguardistici, sconosciuti al 90% dei colleghi non solo di Verona ma di tutto il Triveneto: difesa a zona, pressing e squadra corta. Nel 1993 arriva l’agognata promozione in B come capo allenatore del Céo: il Chievo malesaniano gioca un calcio aggressivo, spumeggiante, con il classico 4-4-2 di stampo sacchiano, modulo che Malesani utilizzerà fino al 1996/97, ultima stagione che trascorre alla guida dei Mussi Volanti.

Nel 1997/98 Malesani corona il suo sogno e va allenare in A alla Fiorentina che sotto la guida di quello che viene ribattezzato “uragano della Panchina” gioca uno dei migliori calci della Serie A, grazie ad un 3-4-3 che non si è mai visto alle latitudini del nostro calcio. Gli ottimi risultati in riva all’Arno spingono il veronese sulla panchina del Parma, dove l’ex rappresentante della Canon può disporre di un autentico squadrone con gente del calibro di Buffon, Thuram, Cannavaro, Veron, Crespo. Nella stagione 1998/99 Malesani porta a casa la doppietta Coppa Italia/Coppa UEFA e, alla fine del 1999, dopo aver incamerato anche la Supercoppa italiana viene incoronato come terzo miglior tecnico d’Europa dopo i mostri sacri Ferguson e Lobanovsky. A questi successi però seguono due anni di magre e delusioni, nonostante il forte organico a disposizione e così, l’8 gennaio 2001, dopo una netta sconfitta contro la derelitta Reggina, Alberto Malesani diventa il primo allenatore esonerato dalla famiglia Tanzi.

Il 2001/02 è l’autentico spartiacque della carriera da tecnico di Malesani che corona il sogno della sua vita, cioè sedersi sulla panchina del suo Hellas Verona. L’avventura di Malesani sulla panchina gialloblù è una favola che inizia con una folle curva sotto la Curva dei Butei, alla fine di un infuocato derby contro il Chievo, con tanto di crisi isterica. Ben presto però questa favola si trasforma in una sorta di horror firmato Dario Argento: a Natale l’Hellas è in zona UEFA, ma dopo un girone di ritorno in picchiata, il 5 maggio 2002, arriva un’incredibile sconfitta (3-0) contro il già salvo Piacenza. Quest’inopinato harakiri condanna all’inferno della Serie B la banda di Malesani, unica squadra della storia della Serie A a retrocedere all’ultima giornata senza mai essere stata tra le ultime quattro! Dopo un anno in B con il suo Verona, Malesani torna in Emilia al Modena (2003/04), dove però consoce il sapore amaro dell’esonero (ancora una volta è la Reggina, che insegue Malesani come la nuvoletta di Fantozzi).

Nel febbraio 2005, dopo troppe amarezze italiane, Malesani decide di emigrare e va in Grecia a sedersi sulla panchina del Panathinaikos: nonostante una qualificazione in Champions ottenuto con un buon secondo posto e un terzo posto conquistato la stagione successiva (2005/06), lo scapigliato Malesani, che durante il soggiorno ellenico incomincia ad assumere sempre di più le fattezze del grande poeta di Zacinto Ugo Foscolo, si rende protagonista di un autentico show in conferenza stampa , condito da ventitré “cazo!” e una “figa” e da frasi leggendarie come “Cos’è diventato il calcio, una jungla cazo!?”. Se Trapattoni in Germania nel 1998, pur nel suo tedesco sgrammaticato, fece tremare il polso al mondo intero, Malesani, con la sua sfuriata in salsa greca ha fatto semplicemente ridere tutt’Italia!

Il 16 gennaio 2007 Malesani torna ad allenare in Italia, sedendosi sulla panchina dell’Udinese al posto di un vero Profeta come Galeone, ma il feeling con i Pozzo non c’è. Così, nel 2007/08, Malesani subentra in corso al mostro sacro Gigi Cagni sulla panca dell’Empoli, anche se dura poco. Cagni, richiamato, comunque non riuscirà ad evitare la retrocessione del club toscano. Dopo un anno di pausa, nel 2009/10 l’Uragano della Panchina torna in Toscana, a Siena, ancora in una situazione al limite del possibile ma, nonostante un ottimo girone di ritorno, non riesce salvare i bianconeri dalla caduta in B.

Il 2010/11 è l’unico spiraglio di luce autentica nell’avventura calcistica del Malesani post-Verona: giunto ancora una volta a condurre una sorta di mission impossibile (il Bologna, infatti oltre che avere un organico modesto è letteralmente senza società), grazie all’esperienza del tecnico di Montorio, i felsinei giungeranno addirittura a metà classifica, togliendosi anche alcune belle soddisfazioni come espugnare l’Olimpico di Torino.

E’ però l’ultimo sprazzo di luce: l’anno successivo (2011/12), dopo sette anni di subentri, Malesani porta in ritiro una squadra, il Genoa, soffrendo però fin da subito gli sbalzi d’umore del presidente genoano Preziosi e dell’esigente tifoseria rossoblù. Pur conquistando 21 punti in 14 partite (miglior punteggio dall’epoca di Bagnoli), Malesani viene esonerato non prima di aver indetto un altro show in conferenza stampa ripetendo trentacinque volte il neologismo, che ora credo sia finito anche in dizionari come lo Zingarelli o il Devoto Oli, “mollo” (“Demotivato, mollo ma che mollo! Ma che mollo!). Inutile dire che da quel giorno, Alberto Malsani sarà conosciuti da tutti i suoi fans, che crescono a macchia d’olio in tutto lo stivale, semplicemente come “il Mollo”. Dopo il disastroso interregno Marino, Malesani tornerà a sedersi per qualche partita sulla panchina del Grifone. I venti giorni di Malesani, come Napoleone all’Elba, sono una Waterloo che si conclude nella farsa di Genoa-Siena 0-4, con gli ultras genoani che obbligano i propri giocatori a denudarsi davanti a loro. Gigi De Canio riuscirà all’ultimo a evitare la beffa della retrocessione

Il dopo-Genoa consegna al calcio un Malesani alla deriva completa: al Palermo (2012/13) sostituisce Gasperini ma dura la miseria di tre partite e tre punti (ahi Zamparini!). Al Sassuolo l’anno dopo, Malesani tocca il fondo: litiga con un giornalista alla presentazione, in cinque partite (Verona, Inter, Napoli, Lazio, Parma) non coglie nemmeno un misero punticino, tanto che Di Francesco, rientrato alla guida dei neroverdi, riuscirà a conquistare la salvezza.

Insomma, Malesani è alla frutta sportivamente parlando, in più è un personaggio scomodo, una persona che va a lavorare con serietà, che non si ammalia i giornalisti a son di bugie e di ruffianate e che inoltre non viene spinto dai soliti procuratori dalle lunghe mani. Così, Alberto Malesani si è ritirato anella Conca di Trezzolano, a un tiro di schioppo da Verona assieme alla sua famiglia, circondato da ridenti vitigni e da un paesaggio da favola: barba lunga, sandali francescani e abiti trasandati, dall’aspetto l’ultimo tecnico italiano vincitore della Coppa UEFA ha il fascino del buon selvaggio roussoiano come Ulisse che dopo mille peripezie ritorna alla sua Itaca. Nonostante il finale non sia stato lieto, la storia di Alberto Malesani, l’uomo che da rappresentante è diventato allenatore per finire vinaio, è stata una grande storia!

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