Risultati delle elezioni generali in Spagna

PP 28.7% 123 deputati
PSOE 22% 90 deputati
Podemos 20.7% 69 deputati
Ciudadanos 13.9% 40 deputati
Unità Popolare-Sinistra Unita 3.7% 2 deputati
Sinistra Repubblicana della Catalogna 2.4% 9 deputati
Democrazia e Libertà (Catalogna) 2.3% 8 deputati
Partito Nazionalista Basco 1.2% 6 deputati
Altri (Paesi Baschi e Isole Canarie) 1.2% 3 deputati

Affluenza 73.2% (+4.3% rispetto al 2011)

Come previsto, il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy, uno dei più fedeli alleati europei di Angela Merkel, si conferma come primo partito di Spagna, ma perde oltre 15 punti rispetto alle elezioni del 2011 (peggior risultato dal 1989) e non chiaramente non ottiene la maggioranza assoluta di seggi di cui godeva fino ad oggi.

Il Partito Socialista riesce a mantenere il secondo posto, ma con appena il 22% dei consensi, che è il peggior risultato della sua storia. Così i due partiti che hanno fatto la storia recente della Spagna raggiungono insieme poco più del 50%, sancendo così la fine del bipartitismo.

A scompigliare il quadro politico sono intervenute le due nuove formazioni populiste, sebbene ideologicamente molto diverse, Podemos e Ciudadanos. Podemos diventa il terzo partito di Spagna, insidiando i socialisti e ottenendo un exploit simile a quello del Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni politiche in Italia. Il partito di Pablo Iglesias fa il pieno di voti nelle grandi città e in Catalogna, dove arriva davanti a tutti superando anche le varie formazioni indipendentiste. Buona parte del tradizionale elettorato socialista e di sinistra ha votato Podemos, come si evince anche dallo scarso risultato della coalizione di sinistra ridenominata Unidad Popular, che dimezza i voti e ottiene solo 2 deputati. L’altra metà del voto populista è rappresentata da Ciudadanos di Albert Rivera, che sfiora un ottimo 14% pur al di sotto di quanto gli assegnavano i sondaggi.

Il Congresso dei Deputati è così diviso in quattro gruppi principali, cui si aggiungono i partiti nazionalisti e regionalisti di Catalogna, Paesi Baschi e Isole Canarie. Per la prima volta il nuovo governo e il nuovo premier non vengono automaticamente individuati dopo il risultati delle elezioni, una circostanza inedita per la Spagna che ha fatto gridare molti a un risultato “italiano”, dove l’ultima parola spetterà alle coalizioni e alle intese che si riusciranno a trovare tra i vari partiti.

Intanto l’incertezza post-elettorale ha già scatenato le fibrillazioni sia nei mercati finanziari sia nei quartier generali dell’Unione Europea, timorosi che non si riesca a formare una maggioranza solida in grado di far restare la Spagna sui binari del rigore economico caro ai governi di Berlino e Bruxelles. Podemos, nonostante abbia molto moderato il proprio programma, rimane il soggetto più “temuto”: vorrebbe cambiare la Costituzione per far diventare la Spagna uno Stato plurinazionale, venendo incontro alle esigenze di aree come la Catalogna, vuole blindare sanità e istruzione pubblica e democratizzare la politica introducendo la possibilità di revocare le cariche politiche a metà mandato, come avviene in Venezuela, non a caso l’esperienza bolivariana di Chavez e Maduro viene vista come un modello da seguire per molti esponenti di Podemos (mentre la stampa ostile ha martellato più volte sui presunti legami illeciti tra il partito e il Venezuela e l’Iran).

Una volta confermati i risultati ufficiali, inizieranno le trattative per un nuovo governo, che comunque non saranno brevi (il parlamento verrà convocato il 13 gennaio; poi saranno a disposizione almeno due mesi se non si dovesse formare un governo in prima battuta); si prevede che per la prima volta il Re dovrà avere un ruolo fondamentale, esercitando effettivamente quel ruolo di arbitro e moderatore che la Costituzione gli assegna. Felipe VI dovrà mediare per evitare di far tornare il Paese alle urne in tempi brevi.

A questo punto bisogna considerare le varie ipotesi in campo. Nè i popolari – sommati a Ciudadanos – posseggono la maggioranza assoluta, fissata a 176 seggi, né un ancor più improbabile intesa tra il PSOE e Podemos (Iglesias ha attaccato duramente i socialisti, considerati niente affatto migliori della destra, ed è stato ricambiato da questi e in particolare dallo storico leader ed ex premier Felipe Gonzalez). Il segretario socialista Sanchez ha già detto che spetta al premier uscente il compito di provare a formare una maggioranza. Ciudadanos di Albert Rivera ha fatto sapere di essere disponibile a parlare con tutti gli altri partiti “compatrioti”.

Dunque se Rajoy, in qualità di leader del partito con la maggioranza relativa, riceverà l’incarico di formare il nuovo governo, non solo dovrà cercare un accordo con Ciudadanos, che ideologicamente è più affine al centrodestra, ma anche la benevolenza dei socialisti, che dovranno scegliere se permettere la formazione di un governo di minoranza di centrodestra, magari astenendosi (nel sistema spagnolo l’astensione vale come un silenzio-assenso che favorisce la maggioranza parlamentare). I socialisti potrebbero però chiedere a Rajoy di lasciare il posto di premier a un suo compagno di partito, d’altronde lo stesso Sanchez dopo questa sconfitta non è più saldo alla guida del PSOE e potrebbe essere sostituito. Sul fatto che Rajoy non possa continuare la sua esperienza alla Moncloa sono d’accordo sia Iglesias che i socialisti. Iglesias rivendica per il suo partito il ruolo di vero protagonista del cambiamento e lancia l’idea di un compromesso per un governo di rottura. Per ora però resta improbabile l’idea di un governo di centrosinistra (sull’onda di quanto successo in Portogallo) tra i socialisti, Podemos e Unidad Popular, con l’appoggio dei catalani.

Sullo sfondo rimane l’ipotesi di un governo di grande coalizione tra i popolari e i socialisti, che in realtà potrebbe essere la scelta più gradita all’Unione Europea e alla Germania. Alla fine il PSOE potrebbe acconsentire, per “responsabilità europea” a un governo che veda ancora Rajoy in primo piano.
In ogni caso un ruolo preponderante lo avranno i partiti nazionalisti e regionalisti che in tutto controllano 26 seggi e che già in passato hanno garantito l’appoggio a questo o a quel governo. Nei grandi e piccoli paesi europei si stanno affermando ovunque nuovi soggetti fortemente critici verso l’attuale sistema politico ed economico.

Il successo di Podemos e Ciudadanos s’inquadra nel contesto di un’Europa stanca di una politica ormai estranea, rappresentata in particolare dai partiti che da anni governano, corrotti al loro interno e proni a poteri esterni che sempre meno hanno a che fare con la democrazia e le istituzioni tipiche dello Stato sociale.

Anche nella Penisola Iberica (considerando anche le recenti elezioni in Portogallo) finisce quindi l’era della cosiddetta “governabilità” in salsa liberale sempre invocata dai fautori del mercato e dell’UE, una governabilità che a conti fatti è solo il paravento per garantire lo status quo di un sistema sempre più logoro e avulso dalla sovranità popolare: forse c’è solo da essere contenti se questa situazione stia finalmente cambiando.

Giulio Zotta

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