Anticipare eventi futuri è molto difficile. Chi tenta di farlo non solo si espone a delle figuracce ma, nel caso di fatti tragici, anche al rischio di essere additato come “una Cassandra”, dal nome della sacerdotessa e veggente del mito greco, inascoltata ed odiata per via delle sue previsioni, per altro regolarmente esatte.

Il presidente della commissione ‘Grandi rischi’ Sergio Bertolucci ha dovuto smentire che esista un “rischio Vajont” per la diga di Campotosto (AQ), dopo che era circolata la notizia di una siffatta previsione nell’ambito di una relazione comunicata dalla commissione stessa alla Protezione Civile: proprio i fatti del Vajont rappresentano un esempio di tragedia che qualcuno aveva annunciato, rimanendo però inascoltato.

Se le cassandre sono ancora più odiate proprio quando i fatti dimostrano che avevano ragione, nel momento in cui si verifica una tragedia si trova sempre chi è pronto a vantarsi di averla prevista, oppure ad incolpare chi avrebbe dovuto farlo e non ne è stato capace, così è accaduto anche in occasione dell’ultimo terremoto, quando Matteo Salvini ci è andato giù tanto duro da farsi accusare di sciacallaggio perfino da altri rappresentanti dell’opposizione. Il segretario della Lega ha usato forse i toni più accesi in questo frangente, ma non è stato di certo l’unico ad alimentare la polemica (vedi http://www.opinione-pubblica.com/bertolaso-bacchetta-errani-e-curcio-e-si-gode-la-rivincita/).

Era impossibile, senza avere doti divinatorie, prevedere che nuove scosse coincidessero con nevicate di entità straordinaria proprio nelle zone più colpite dal sisma, eppure erano considerate tutt’altro che basse le probabilità disgiunte tanto dell’uno che dell’altro evento: non ci si può nascondere che nei soccorsi non tutto abbia funzionato.

Nella sua teoria sulla ‘pedagogia delle catastrofi’, Serge Latouche afferma che tali eventi mostrano con chiarezza le disfunzioni presenti in ciò che egli chiama ‘megamacchina’, ovvero il sistema che talvolta le causa, talaltra non sa prevenirle o gestirle: così è accaduto stavolta, poiché la burocrazia ha ingolfato e ritardato alcuni interventi. Non si può affermare che le cause siano tutte lontane nel tempo: si scontano anche gli effetti nefasti della presunta abolizione delle Province, inoltre anche la soppressione del Corpo Forestale dopo queste giornate ci sembra, ancora più di prima, un’idea tutt’altro che brillante.

In questi giorni bui ha portato luce e suscitato grande emozione quello che è stato chiamato “il miracolo del Rigopiano”, ovvero il salvataggio di quelle undici persone che quasi tutti davano oramai per spacciate. L’uso del termine rappresenta un’esagerazione, ma rende molto bene l’effetto che queste vite risparmiate ha fatto sulla grande maggioranza delle persone.

Ora televisioni e giornali stanno dedicando molto spazio alla spiegazione scientifica di ciò che è accaduto, parlano diffusamente di ‘effetto igloo’, ‘bolle d’aria’ ecc., resta però il fatto che per i non addetti ai lavori sussistono buoni motivi di parlare di miracolo, se non altro  nel senso di evento positivo che dapprima sembrava impossibile. Purtroppo si contano ventinove vittime, ma anche salvare una sola vita qualche giorno fa poteva sembrare, visti i presupposti, qualcosa di “troppo bello per essere vero”.

Coloro che hanno effettuato gli interventi decisivi erano probabilmente preparati anche da un punto di vista teorico, conoscevano la possibilità di trovare persone vive anche molte ore dopo il crollo dell’edificio, sapevano che si poteva ragionevolmente sperare. Forse una parte di loro in realtà sperava anche senza il supporto di motivazioni razionali.

Altri ancora, magari, hanno agito senza pensarci troppo, semplicemente perché sentivano che così andava fatto: forse potremmo introdurre concetti come eroismo e sacrificio.
Ciò che ha reso possibile questo fatto, che possiamo chiamare miracolo o se preferiamo con qualche altro nome, comunque è che hanno continuato a scavare.

Ringraziamo tutte queste persone per averci ricordato che agire col massimo impegno, senza preoccuparsi continuamente degli esiti, talvolta può portare a compiere imprese sorprendenti e a risultati superiori alle più rosee aspettative. Chi dovesse imparare a comportarsi davvero così in tutto ciò che fa, oltretutto, non avrebbe mai a che fare con uno dei più diffusi problemi psicologi del nostro tempo: la famigerata ansia.

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