Con il netto 3-1 rifilato al Giappone il Qatar si è laureato campione d’Asia per la prima volta nella sua storia. Un risultato eccezionale se consideriamo che fino a pochi anni fa la squadra nazionale del piccolo Emirato arabo difficilmente raggiungeva la fase ad eliminazione diretta della manifestazione continentale. Analizzando però la storia recente del calcio qatariota la vittoria non può meravigliare. Grazie ad un progetto a lungo respiro, a risorse economiche illimitate e a sotterfugi legali neppure troppo nascosti la federcalcio locale ha tra le mani un gruppo di calciatori tra i più promettenti dell’intero continente asiatico.

Ma andiamo per gradi. Da un punto di vista prettamente calcistico la vittoria del Qatar è limpida, quanto mai meritata. Il tecnico spagnolo Felix Sanchez, già artefice di ottimi risultati con le nazionali minori, ha plasmato a sua immagine e somiglianza un gruppo giovanissimo, talentuoso, che ha la fortuna di parlare all’unisono lo stesso linguaggio tecnico e tattico. Il tutto è frutto dell’enorme progetto denominato Football Dreams, sotto l’egida della statale Aspire Accademy: un capillare, quasi maniacale, monitoraggio di giovanissimi talenti provenienti dall’Africa nera e dal Medioriente, volto a dare una precisa identità calcistica (e in secondo luogo qatariota) ai suoi allievi. Scovati nelle “bidonville” e strappati dalla povertà, i migliori talenti, appena adolescenti, africani e mediorientali vengono portati a Doha o nella sede distaccata di Dakar, dove trovano strutture futuriste, metodi di allenamento all’avanguardia e un corpo tecnico da far invidia a qualsiasi nazionale sviluppata. Un progetto che non può non meravigliare e sorprendere, per lungimiranza e capacità.

Ma proprio qui stà l’anomalia qatariota: di fatto il Qatar è la prima squadra di club a vincere una competizione per nazionali!

Le selezioni nazionali hanno infatti il ruolo di riunire l’elitè calcistica del paese in una rosa capace di rappresentarlo al meglio, delegando alle squadre di club il ruolo di reclutamento “dal basso” di giovani talenti, che vengono successivamente incanalati nel professionismo. Uniche parziali eccezioni sono i “centri federali”, che però hanno un terzo diverso ruolo.

Il Qatar ha baypassato questo passaggio, andando direttamente alla selezione dal basso allargando lo spettro di eleggibili praticamente al mondo intero. In futuro non sarà impossibile infatti vedere un “nuovo Messi” di nascita argentina militare nella squadra di Al Thani: basterà intercettarlo prima degli altri grandi club mondiali.

Questa non vuole essere una critica, ma una semplice constatazione della realtà: il Qatar non ha scritto una pagina della storia del calcio, ma ha scritto la prima pagina di una NUOVA storia del calcio.

Bisogna solo capire se la sostanziale immunità di Al Thani, forte del suo ruolo di potere nelle gerarchie del calcio mondiale verrà rinnovata anche in futuro o troverà uno “stop” da parte del “contropotere” FIFA. Sia in campo UEFA, con la sostanziale libertà totale nel Fair Play Finanziario del PSG, sia in campo AFC, con il “non vedo, non sento, non parlo” in merito alle nazionalizzazioni di Ali Almoez e Bassam Al Rawi dopo la protesta degli Emirati Arabi Uniti, il Principe Qatariota gode di totale libertà di movimento.

La posizione del passaporto dei due talenti qatarioti è certamente una forzatura del regolamento FIFA, che per la nazionalizzazione dei calciatori prevede che venga rispettato almento uno dei due requisiti previsti: almeno 5 anni di residenza nel Paese dopo il compimento dei 18 anni di età o almeno uno dei due genitori deve essere dalla nascita cittadino del Paese. Avendo il sudanese Almoez e l’iracheno Al Rawi meno di 23 anni è evidente che il primo requisito non è soddisfatto, mentre il passaporto qatariota delle due madri è evidentemente un documento falso emesso dalle autorità di Doha. L’AFC però dopo aver fatto finta di nulla per un lustro (Almoez è nazionale qatariota da 5 anni!) ha deciso per il “non luogo a procedere” visto anche l’incombente Mondiale del 2022 ospitato proprio dal Qatar.

 

Fin qui gli aspetti calcistici, legislativi e di potere in seno agli organismi mondiali. Ma dietro al “sogno calcistico” dell’Aspire Accademy si sono spesso sollevate questioni riguardanti i temi etici legati al traffico di giovanissimi calciatori. E’ indubbio che non è una questione riguardante il solo Qatar, ma anche altre top club europei, che utilizzano allegramente (scuste il termine fuoriluogo) la fame (non solo calcistica) di giovanissimi calciatori provenienti dalle regioni più povere di Afica e Sud America. Ed è altrettanto indubbio che la prospettiva di avere un futuro nel calcio sia più alettante che fare la fame nei sobborghi di Karthoum, ma l’andirivieni di questa mano d’opera calcistica a bassissimo costo pare qualcosa di più vicino allo sfruttamento che ad un ascensore sociale. Per ogni Almoez che arriva in nazionale ce ne sono altre decine che vengono rispediti come un pacco postale nel loro paese.
Ad indagare su questo modus operandi è stato, fra gli altri, Sebastian Abbot nel reportage “Fuori Casa. L’Africa, il Qatar e la costruzione delle stelle del calcio” recentemento edito a LUISS UNIVERSITY PRESS (256 pagine, 25 euro, acquistabile qui). Il giornalista americano, corrispondente dall’Egitto, ha avuto il coraggio di raccontare la storia di “potenziali nuovi Messi” finiti nel tritacarne dell’Aspire che una volta scaricati si sono ritrovati senza più nulla, con i sogni distrutti, a raccimolare qualche dollaro per continuare a vivere. Ragazzini di poco più di 13 anni, l’età giusta secondo il padre putativo del progetto, Josep Colomer (lo scopritore di Messi), non troppo vecchi per il mercato e giovani il giusto per cominciare a lavorare sulla loro formazione, si trovano catapultati in un progetto che pare troppo perfetto per non funzionare: infatti per larghi tratti non funziona. Troppe individualità, appese al sottile filo della prosperità economica, difficoltà caratteriali, la consapevolezza di avere il mondo in mano per ritrovarsi poi con un pugno di bricciole. Amarissime, fra l’altro.

In un mondo del calcio (e, ribadisco, non è il solo caso del Qatar) che vive nel continuo equilibrio tra buoni propositi e programmatori senza scrupoli quale futuro avrà l’Aspire Academy, il Qatar, il Mondiale del 2022 e questa NUOVA storia del gioco più popolare del Mondo?

Diverrà la normalità o verrà rigettata dalla solida gerarchia calcistica mondiale?

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