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USA: stagflazione, incremento della povertà e petrolio a prezzi stracciati sono problemi non di poco conto, e potrebbero riversarsi anche sull’Europa.

Gli USA tornano a importare molto petrolio (siamo ai livelli del 2013) e a esportarne molto poco, questo nonostante la fine delle restrizioni nelle esportazioni di greggio americano.

Gli USA stanno importando al ritmo di circa 8 milioni di barili al giorno, sopratutto da Arabia Saudita e Venezuela che, da sole, costituiscono circa il 25% dei fornitori.

Il bisogno è  così grande, da spingere gli USA a importare persino il greggio nigeriano, la cui leggerezza lo rende molto simile allo shale.

Le esportazioni sono ridotte ormai a una media di soli 325 mila barili al giorno, riducendo la tanto proclamata liberalizzazione a una operazione pubblicitaria.

Le importazioni nette a dicembre, infatti, superavano i 7,5 milioni di barili al giorno.

Il tutto a causa dell‘eccesso di offerta – nei primi mesi del 2016 sauditi e russi hanno superato i 10 milioni di barili esportati al giorno – e di inefficienze interne, oltre alla scarsa qualità dei giacimenti americani.

Tuttavia, all’orizzonte vi è un nemico molto peggiore, per gli americani: la stagflazione.

Il Dipartimento per il Lavoro americano, infatti, questo mese ha riportato che il “core inflation” (che misura l’aumento medio dei prezzi di tutti i prodotti, eccetto quelli alimentari e dell’energia, nonché la perdita di potere d’acquisto della moneta N.d.a.) è aumentato del 2,3% rispetto all’anno scorso. Di per sé, non sarebbe molto, tenendo presente che la media degli ultimi 60 anni era del 3,7%, e che nel 1980 superò il 13%. Tuttavia, i salari americani sono fermi al palo, così come i consumi.

Nel 2014, il reddito medio delle famiglie americane è stato pari a 53.657 dollari: praticamente inalterato rispetto al 2013. Nel 2015 è aumentato a 57.288: un incremento dell’1%, pari cioè a meno della metà dell’incremento del core inflation.

In altre parole, gli americani possono spendere meno rispetto all’anno scorso o, a parità di acquisti, i loro risparmi si erodono maggiormente.

Il che è proprio a definizione di stagflazione, vale a dire la stagnazione unita all’inflazione.

Due fattori, in particolare, incidono sulle loro spese: le spese domestiche e quelle mediche.

Le spese domestiche sono legate al forte aumento del numero di affitti, a causa del gran numero di persone che, per via della crisi del 2008, ha perduto il proprio appartamento e adesso non può permettersene uno nuovo e nemmeno di accendere un mutuo. Questo spiega anche perché molte abitazioni rimangano invendute, circa il doppio rispetto a prima della crisi, nonostante i prezzi siano inferiori a quelli del 2007.

Semplicemente, una buona metà degli americani è gravata da troppi debiti, o da crediti inesigibili, per poter comprare.

Le spese mediche – negli USA c’è il sistema delle assicurazioni private per cui i costi per i singoli sono molto superiori a quelli italiani – sono incrementate a causa dell’Obamacare, e aumentano del 5% annuo.

A parte che per la benzina, dato che il petrolio è ormai attorno ai 40 dollari al barile, gli americani spendono di più più, senza però incrementare i propri consumi. L’unico lusso che gli americani si concedono è il fastfood: + 10% annuo di incremento della spesa.

Solo il prezzo basso della benzina evita che i prezzi salgano ulteriormente, distruggendo in maniera ancora più seria il potere d’acquisto degli americani che già contano circa 500 mila senzatetto in pianta stabile e oltre 47 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà (cioè il 14,9% della popolazione – sale al 20% se si guarda alle sole donne o alle minoranze).

Americani che, lo ricordiamo, spendono quasi 600 miliardi di dollari l’anno in armamenti, ma non riescono a fornire casa, cibo, assistenza sanitaria e istruzione degne di questo nome all’intera popolazione.

LNon è un mero problema interno americano: gli USA sono la prima economia mondiale, e la crisi del 2008 è nata da loro, così come quella del 1970. La stagflazione da loro significa che, prima o poi, tenendo anche conto di quanto siano indebitate le famiglie americane (in media di 130 mila dollari a famiglia – 11,85 trilioni in totale ed è in continua crescita), dovremo attenderci una nuova crisi finanziaria di dimensioni planetarie, cosa denunciata da più parti, compreso Donald Trump, candidato repubblicano alla Presidenza USA, che se ne aspetta una di qui a pochissimi anni.

Massimiliano Greco

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