Martedì 6 novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di midterm che vedranno nuovamente contrapporsi repubblicani e democratici, in un clima ormai sempre più inquinato e con un quadro interno a dir poco liquefatto.

Queste elezioni, che avvengono ogni quattro anni, a due anni dall’inizio di ciascun mandato presidenziale, vedranno eletti 36 governatori su un totale di 50 Stati, ma soprattutto 435 membri del Congresso ed un terzo dei 100 membri del Senato. Al Congresso la maggioranza è formata da 218 deputati, mentre al Senato si limita a 51 senatori. Gli equilibri quindi sono decisamente molto risicati e poco può bastare a fare di un Presidente fino a quel momento potentissimo un’anatra zappa, come si suol dire nel gergo politico a stelle e strisce.

Queste elezioni, tradizionalmente, hanno una valenza anche come indicatore del gradimento dell’Amministrazione eletta due anni prima, e non di rado vengono “personalizzate” dal Presidente: lo stesso Trump, per esempio, appellandosi ai suoi elettori, li ha invitati a votare come se sulla scheda vi fosse scritto il suo nome, ovvero trasformando le midterm 2018 in un referendum sulla sua persona. E’ anche vero, però, che in caso di cambiamento della maggioranza, l’agenda del governo federale potrebbe risultare bloccata o fortemente snaturata dall’azione di un parlamento a quel punto ostile verso l’inquilino della Casa Bianca.

Al Senato al momento i repubblicani sono 51, mentre al Congresso sono 240: non tutti, però, sono allineati con Trump, e pertanto costituiscono una maggioranza “fittizia”, spesso e volentieri entrata in crisi (anche se in altre occasioni, invece, ha agito compattamente), contrapposta ad un’opposizione democratica anch’essa venata da non poche crepe. Pure questo è un elemento che dovrà essere considerato, soprattutto quando s’andrà a formare la nuova geografia parlamentare statunitense: infatti la polarizzazione politica nella società USA oggi come oggi non è soltanto fra repubblicani e democratici, ma anche e a maggior ragione al loro interno.

Matematica alla mano, per conquistare la maggioranza al Congresso i democratici dovrebbero guadagnare non meno di 24 seggi, un risultato che negli ultimi cinquant’anni hanno ottenuto solo due volte, nel 1974 e nel 2006, ovvero in momenti di profonda crisi dei repubblicani, travolti da scandali di vario genere, sia con Nixon e Ford, sia con Bush jr. Anche al Senato non è una partita molto facile, giacché in questo caso i democratici dovrebbero difendere addirittura 26 dei loro seggi esistenti, contro i 9 dei repubblicani.

Secondo i sondaggi, comunque, i democratici avrebbero un lieve vantaggio sui repubblicani, garantito probabilmente anche dagli ultimi fatti di cronaca che hanno visto Obama, Clinton, Soros, ecc, ricevere pacchi bomba per opera, secondo gli inquirenti, di un ultrasostenitore di Trump. Tuttavia, a causa anche del non semplice sistema elettorale statunitense, una risicata maggioranza sarebbe possibile al Congresso, ma non al Senato, dove invece i repubblicani manterrebbero saldamente la loro supremazia.

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