donald trump

La vittoria inattesa e insperata di Donald Trump ha stravolto le speranze dell’establishment nordamericano ed europeo che tutto aveva puntato sulla vittoria di Hillary Clinton. Per mesi l’apparato propagandistico occidentale ha avviato una ferocissima campagna denigratoria nei confronti del neo-Presidente statunitense cercando, ma non riuscendoci, d’indirizzare e plagiare l’elettorato. Sì, quell’elettorato accusato di razzismo e d’ignoranza dalla stessa macchina del fango che ha premiato l’outsider repubblicano riuscendo a far breccia in quell’America profonda e rurale che mal sopporta le avventure militari in giro per il mondo, e la crescente invadenza dello Stato federale.

La classe medio – bassa, bianca e protestante (zoccolo duro dell’elettorato di Trump) ha inferto un duro colpo all’élite “culturale” che non ha perso occasione di mostrare il suo volto classista verso tutti coloro che hanno votato secondo coscienza non conformandosi al dogma del “politically correct” dei ceti alti.

La vittoria di Trump evidenzia lo stato comatoso in cui versa l’informazione occidentale, asservita irreversibilmente  al pensiero unico dominante e screditata agli occhi di cittadini sempre più propensi a un’informazione non eterodiretta.

Quali scenari internazionali potrebbero essere ipotizzabili con la nuova presidenza USA a guida Trump? Stando alle sue dichiarazioni in campagna elettorale, la “nuova” politica estera sarebbe uno spartiacque col passato. In primo luogo il fronte caldo, caldissimo del Vicino Oriente: nell’ultimo ventennio gli Stati Uniti d’America sono stati i protagonisti della destabilizzazione violenta del mondo arabo, sostenendo attivamente (in alleanza con le monarchie assolutiste del Golfo) il terrorismo di matrice wahabita (Daesh e al-Qaeda) con l’intento di rovesciare quei governi insofferenti all’egemonia imperialista di Washington.

Ebbene, Trump sembrerebbe intenzionato a capovolgere tale situazione, bloccando il flusso di armi e denaro alle orde barbariche che da anni insanguinano la Siria e l’Iraq, tentando un accordo stabile e duraturo con la Russia di Putin che ponga fine alla balcanizzazione dell’intera area. Se ciò si dovesse concretizzare, gli equilibri internazionali subirebbero stravolgimenti impensabili.

Se il disimpegno progressivo dalla NATO e del conseguente ruolo di “poliziotto del mondo” divenisse realtà, per l’Europa, e in primis per l’Italia, si aprirebbero scenari e prospettive interessanti da non sottovalutare. Dopo l’aggressione manu militari della Libia che ha portato al rovesciamento del governo amico del Colonnello Gheddafi, e la successiva misteriosa vicenda dell’assassinio di Giulio Regeni in Egitto, l’Italia s’è suicidata geopoliticamente abdicando al suo storico ruolo nel Mediterraneo, lasciando campo libero alle incursioni franco-britanniche. Se gli USA attenuassero la presa sulla Libia, il nostro Paese potrebbe cogliere la palla al balzo per riproporsi nel ruolo di attore protagonista in un Nord’Africa che ha sempre visto nell’Italia un prezioso partner economico e diplomatico.

Inutile negarlo: il Vicino Oriente è la nostra sfera d’influenza e la presenza dell’ENI certifica l’importanza strategica per i nostri interessi nazionali, messi in pericolo dai nostri “alleati” europei.

In situazioni incerte e delicate come quelle che vivremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni, non potremo, in ogni caso, continuare a percorrere l’impervia strada della subalternità a Bruxelles, poiché ciò comporterebbe la nostra resa incondizionata agli interessi di altre nazioni europee che mai hanno coinciso con i nostri.

Discorso diverso è quello che potrebbe riguardare l’America Latina. Se Trump si dimostra insofferente per la a presenza militare statunitense in giro per il pianeta, l’America Latina è da sempre considerata “il giardino di casa” per l’America anglofona. Con il ripiegamento su posizioni isolazioniste e protezioniste che lascerebbe più libertà all’Europa, Washington potrebbe puntare nuovamente, e con più ferocia, gli occhi sulle nazioni latinoamericane con l’intento di porre fine ai processi di emancipazione in corso nella Regione. Il voto nello Stato della Florida (dove non si muove foglia che la comunità cubano-americana non voglia) fa presagire che la mafia degli “esuli” cubani abbia puntato sul tycoon per sferzare il colpo deciso ai tentavi di apertura politica e di normalizzazione diplomatica tra USA-Cuba. Vero incubo per coloro che in tutti i modi hanno tentato di abbattere il governo rivoluzionario di Castro. Lo stesso dicasi per il Venezuela di Maduro, definito da Trump “un governo oppressivo”. Nonostante le farneticazioni infondate sul sistema bolivariano, il Presidente ecuatoriano Correa ha più volte indicato la Clinton come la materializzazione dei mali che avrebbero afflitto l’America Latina qualora fosse stata eletta Presidente.

Al momento possiamo solo ipotizzare le future prospettive internazionali, ma di sicuro possiamo affermare che il mondo che abbiamo conosciuto fino al 9 novembre 2016 non sarà più lo stesso.

Antonello Tinelli

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