Con buona pace di tutti quelli che credono che la moneta sia solo uno strumento per facilitare gli scambi e non abbia nessun effetto sulle economie reali, va detto che in realtà la moneta, fin dai tempi più antichi, è stata prima di tutto un metodo di dominio. Fin da quando i sistemi monetari erano legati ai metalli preziosi, ogni sovrano faceva coniare le monete con l’immagine del proprio volto e con inciso il proprio nome; la moneta, infatti, era il mezzo più rapido e più efficace per far conoscere al popolo chi era a comandare. Anche se oggi le valute non hanno più legami con i metalli preziosi e sono accettate solo come convenzionale sistema di pagamento e di scambio, tuttavia quella funzione primitiva volta al dominio (che noi oggi rivendichiamo come “sovranità monetaria”) non è per niente scomparsa, ma anzi si manifesta più indirettamente negli effetti economici nell’area in cui quella determinata valuta è sovrana.

Tempo addietro, recensendo il libro “Anschluss” dell’economista Vladimiro Giacchè, abbiamo raccontato le conseguenze che la cosiddetta “riunificazione tedesca” ha portato nell’ex Germania Est. Giusto un mese fa, invece, il rapporto Svimez 2015 (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) ci ha fatto ricordare che per trovare esempi non molto riusciti di unificazioni politiche e monetarie, non bisogna andare troppo lontano, potendo rimanere benissimo a guardare in casa nostra. Coloro che invocano continuamente il “più Europa”, dovrebbero anzi tenere ben presente e rammentare la storia del nostro amato Sud.

Il nostro Meridione ci fornisce la palese dimostrazione che le unioni monetarie incrementano gli squilibri, portando benefici solamente all’area più forte e indebolendo le altre. Il Nord e il Sud Italia hanno per secoli vissuto in contesti storico-politico-geografici diametralmente opposti: mentre al Sud Federico II accentrava il potere statale, sul modello di tutti gli Stati più moderni europei, al Nord, si sviluppavano i liberi comuni e le arti corporative. Anche l’aspetto geografico è di vitale importanza, perché il commercio è più facile quando si fa con i propri vicini. Allora notiamo che il Nord è geograficamente posto nel mezzo dell’Europa e più facilmente portato a commerciare con paesi quali la Francia, la Svizzera, l’Austria, la Germania, mentre lo sbocco economico del Sud è principalmente il Mediterraneo, che negli ultimi secoli non ha vissuto il suo massimo splendore, anche a causa di una politica estera, in determinati momenti, sbagliata (e l’attualità ben ce lo dimostra).

In un’unione monetaria, quindi, l’unico modo per ripianare gli squilibri economici è solamente quello di creare un sistema di trasferimenti monetari dall’area più sviluppata a quella più in difficoltà. Sui trasferimenti Nord-Sud nel caso italiano potremmo parlarne per ore dicendo che hanno certamente prodotto corruzione, assistenzialismo, sperpero di denaro. Tuttavia è anche vero che non tutto il denaro è finito allo sviluppo del Sud: sappiamo ormai per certo che i finanziamenti alla Cassa del Mezzogiorno sono andati ad arricchire soprattutto le imprese del Nord.

Come ben spiegava Claudio Borghi Aquilini per dimostrare ai leghisti duri e puri che accusano il Sud di essere una palla al piede per il Nord e che quest’ultimo, senza il Sud, sarebbe potuto benissimo rimanere nell’Eurozona e crescere come la Germania, il Nord ha beneficiato della “zavorra” del Sud: il valore della Lira si basava sulla media tra i reali valori delle economie del Nord e del Sud Italia, per cui la Lira per il Nord era una moneta “svalutata” e questo fatto permetteva alle piccole e medie aziende del Veneto e della Lombardia di esportare i propri prodotti in Europa e di vincere la concorrenza delle aziende tedesche. L’altra faccia della medaglia però era che il Nord doveva finanziare il Sud attraverso i trasferimenti fiscali.

Se la Lira Italiana risultava già essere per il Sud una moneta troppo forte, l’introduzione dell’Euro ha aggravato ancor di più la situazione ed il rapporto Svimez ce ne da il drammatico quadro: L’Italia nel suo complesso è stato il Paese con meno crescita dell’area Euro con il 20,6% a fronte di una media del 37,3%. Al Sud, tra il 2000 e il 2013, la crescita è stata solo del 13%, inferiore di oltre 40 punti percentuali rispetto alla media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28, che è al 53,6% ( perfino la Grecia ha segnato un +24%).

Sul fronte delle nascite, la Svimez prevede che il Sud è destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, perché il tasso di fecondità è già arrivato a 1,31 figli per donna, inferiore quindi all’1,43 del Centro-Nord e di molto distante dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica. Inoltre, dal 2001 al 2014, sono migrate dal Mezzogiorno verso il Nord oltre 1,6 milioni di persone, di cui rientrate solamente 923 mila, con un saldo migratorio netto di 774 mila persone, di cui 526 mila sotto i 34 anni e 205 mila laureati. In 10 anni la popolazione nazionale è cresciuta di circa 3,8 milioni, di cui solo 389 mila appartengono al Sud.

Per quanto riguarda il Prodotto Interno Lordo, nel 2014 per il settimo anno consecutivo il PIL del Mezzogiorno è ancora negativo, attestandosi al -1,3%, e il PIL pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 è il 53,7%, il più basso degli ultimi 15 anni. Il 62% dei meridionali guadagna meno di 12 mila euro annui (al Centro-Nord sono il 28,5%).

Dal 2011 e il 2014, le famiglie povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Nord. Nel 2013, il 18% della popolazione italiana era esposto al rischio povertà, con rapporto di 1 su 10 al Centro-Nord e 1 su 3 al Sud. Le regioni col più alto rischio di povertà sono: la Sicilia, col 41,8%, seguita dalla Campania con il 37,7%. La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro Nord. Negli ultimi tre anni, al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190 mila nuclei, passando da 511 mila a 704 mila.

Nel 2014 gli occupati al Sud sono al livello più basso almeno dal 1977, cioè 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni. Tra il 2008 e il 2014, il Mezzogiorno registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord. Delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576 mila sono residenti al Sud. Solo nel 2014 il Meridione ha perso 45 mila posti di lavoro.

In tutta Italia i giovani Neet, cioè coloro che né lavorano e né studiano, sono 3 milioni e 512 mila, aumentati del 25% rispetto al 2008. Tra questi, 2 milioni sono donne e quasi 2 milioni sono meridionali. Il lavoro femminile, tra i 35 e i 64 anni, nel Mezzogiorno è fermo al 35,6% nel 2014, a fronte del tasso di occupazione femminile medio europeo del 64% . Per le donne under 34, a fronte di una media nazionale del 34% ( di cui il 42,3% appartiene al Nord) e di una media europea del 51%, il Sud è fermo al 20,8%. Tra i 15 e i 34 anni al Sud lavora una donna su 5.

Nonostante tutto questo, sia lo Stato italiano sia le Istituzioni europee continuano a trattare il nostro Mezzogiorno come una colonia, aggravando i problemi già esistenti e facendone nascere di nuovi. Innanzitutto negli ultimi anni, anche a causa delle politiche di austerità, i trasferimenti di risorse e gli investimenti al Sud sono drasticamente diminuiti. Al contempo, ha assunto carattere più intensivo lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas naturale nelle zone della val d’Agri in Basilicata e nell’area di Crotone in Calabria, che, complice una classe politica locale non all’altezza, stanno causando il dissesto del territorio circostante e l’impoverimento dei contadini e della popolazione locale. Infine è da menzionare la cattiva gestione del problema degli ulivi pugliesi affetti dalla piaga del batterio Xylella, che ha portato ad adottare la soluzione più violenta, cioè quella di estirpare le piante malate, senza considerare soluzioni alternative e provocando così non solo un danno alla flora del territorio pugliese, che si è stato privato di piante antichissime, ma anche un danno economico, in quanto tutto ciò ha permesso l’aumento della concorrenza e dell’importazione di olive dalle altre sponde del Mediterraneo.

Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Basteranno i 100 miliardi promessi dal Governo Renzi e, come per magia, la “questione meridionale” sarà risolta per sempre.

Marco Muscillo.

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