Vjaceslav Molotov

Se la storiografia, dagli studi più professionali ai più discutibili pettegolezzi, non ha mai lesinato dettagli nel tratteggiare la figura di Stalin, altrettanto non si può dire per il suo più stretto collaboratore, Molotov. Nella conoscenza comune, la fama di quest’ultimo non va oltre il patto di non aggressione stipulato con la Germania nazista, eppure si tratta di uno degli uomini più importanti non solo del secondo conflitto mondiale, ma dell’intera storia dell’Unione Sovietica.

Nel tentativo di descrivere Molotov in modo, se non esaustivo, almeno soddisfacente, partiamo dalla sintetica ma efficace descrizione fattane dall’autore statunitense John Gunther nell’opera Inside Europe. Molotov ha “… l’aspetto e i modi di un professore francese di medicina: ordinato, preciso, pedante. La sua importanza a volte non è apprezzata; non è affatto un mero fantoccio, bensì un uomo di straordinaria intelligenza e importanza. È vegetariano e astemio. Stalin gli assegna una buona parte del lavoro sporco. Ha avuto lo sgradevole compito di ammettere quanti capi di bestiame sono stati uccisi dai contadini prima della carestia.”

Ne emerge il ritratto di un uomo affidabile e razionale, quasi un emblema di quel “grigiore” sovietico così denigrato, di certo lontano dalla concezione romantica e ingenua da molti condivisa sul comportamento dei rivoluzionari.
Nato come Vjačeslav Michajlovič Skrjabin a Kukarka nel 1890, a soli sedici anni Molotov entrò a far parte del Partito Operaio Socialdemocratico Russo. La sua militanza gli costò due deportazioni in Siberia prima dello scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, alla quale contribuì attivamente all’interno della redazione del giornale Pravda e del Comitato Militare Rivoluzionario.

Già in quegli anni la figura di Molotov si tratteggia come quella di un individuo meticoloso, guardingo e, come dimostrerà decenni dopo nelle interviste che rilascerà a Felix Čuev, dotato di un’ottima memoria unita ad una notevole capacità di ottenere informazioni sia sugli alleati che sui nemici. Accanto a queste caratteristiche rimane costante la fiducia nell’operato di Lenin e di Stalin, la solidità ideologica e un’autentica devozione alla causa bolscevica.
Tali caratteristiche si scorgono anche nei giudizi espressi sugli altri personaggi dell’era staliniana, ben riassumibili nella considerazione:

Certo, non bisogna ricorrere agli eccessi di Kirov: «Non c’è problema che Stalin non sappia risolvere». Neppure Lenin era perfetto. Così, anche Stalin ha commesso i suoi errori. Ma nessuno ne ha commessi così pochi quanto lui.[1]

Kirov è definito in un’altra intervista come “un mediocre organizzatore” che tuttavia “sapeva lavorare con le masse”. Kaganovič era “un organizzatore energico e un eccellente propagandista” ma “nelle questioni teoriche, navigava a vista”. Berija, uno dei più criticati dell’entourage staliniano, era “un pusillanime”, “zelante, ma gli mancavano il rigore ideologico e la modestia”.

In mezzo a questo variegato ritratto di gruppo, Molotov riuscì a conservare inalterata la fiducia di Stalin, diventando il suo consigliere più fidato insieme ad Andrej Ždanov. Nel suo Stalin: The Court of the Red Tsar, Montefiore (di certo non tacciabile di simpatie comuniste) offre un aneddoto che rappresenta piuttosto bene i rapporti che dovevano intercorrere fra i tre.

Inviato come proconsole di Stalin in Finlandia nel 1945, [Ždanov] divenne esperto di storia finlandese, dimostrò una conoscenza enciclopedica della politica di Helsinki e affascinò perfino il locale rappresentante britannico. Quando spinse per annettere la Finlandia (un ducato russo fino al 1917), Molotov lo riprese: «Sei andato troppo oltre… Sei troppo emotivo!». Ma nulla di tutto questo danneggiò il suo rapporto con Stalin che lo richiamò da Leningrado e lo promosse a segretario del partito incaricato sia dell’Agitprop che delle relazioni coi partiti stranieri, rendendolo ancora più potente di quanto era stato prima della guerra.

Dal 1930 al 1941, Molotov occupò la carica di Presidente del Consiglio dei commissari dell’URSS. Durante questo periodo collaborò con Lazar Kaganovič, Commissario del Popolo per l’Industria per organizzare la collettivizzazione dell’agricoltura contro il potere dei kulaki e per industrializzare rapidamente il paese mediante i primi tre piani quinquennali.

Il socialismo esige uno sforzo eccezionale. E quindi delle vittime. Di lì, errori inevitabili. Eppure, se non avessimo colpito al momento opportuno, avremmo pagato ancora più caro la guerra. Se la Direzione del Partito non fosse stata così solida, avremmo perso. Sarebbe bastata la minima divergenza.

Ma le politiche degli anni ’30 ci avevano immunizzato da certi contagi.
Io mi assumo la piena responsabilità di queste scelte che ritengo giuste e doverose. Certo, furono commessi eccessi imperdonabili. E l’intera colpa ricade sui membri del Politburo.

Ma sbaglia chi dà credito a certe voci, sempre più diffuse, secondo le quali la maggior parte dei condannati era innocente. Il cancro c’era e andava estirpato.
[…]
– Evtušenko scrive nel suo romanzo che una vittoria conquistata col terrore non è una vera vittoria. [Osservazione di Čuev, N.d.R.]
– Se i nostri cittadini fossero stati tutti degli eroi come lui non avremmo neanche vinto. Il nostro è un Paese di contadini, diceva Lenin. Se abbiamo resistito, se il socialismo è anzi avanzato il merito maggiore appartiene a quel periodo, alla “famigerata” epidemia del ’37-’38.[2]

Il suo incarico più celebre, tuttavia, fu quello di Commissario del Popolo per gli Affari Esteri, che ricoprì dal 1939 al 1949.
Arriviamo così al celebre patto di non aggressione. Le posizioni di Molotov in merito non cambiarono mai: un attacco da parte della Germania nazista sarebbe stato inevitabile ed era necessario guadagnare quanto più tempo possibile per organizzare una difesa adeguata. Fu proprio grazie a lui se l’URSS riuscì ad ottenere un tempo sufficiente per contrastare e respingere, seppur con gravi perdite, l’attacco tedesco. Sempre nelle interviste rilasciate a Čuev, Molotov ricorda:

Sapevamo che la guerra si avvicinava; conoscevamo la nostra debolezza, la necessità di una ritirata strategica di fronte all’avanzata nemica. Ma fino a dove ripiegare. Fino a Smolensk, o fino a Mosca? Se ne era discusso prima della guerra.
Abbiamo fatto di tutto prima di ritardare l’inizio della guerra. E, così facendo, abbiamo ottenuto una proroga di un anno e 10 mesi. Certo, avremmo preferito ritardare ulteriormente le ostilità. Ancor prima della guerra, Stalin aveva sostenuto che, prima del 1943, non saremmo stati in grado di affrontare ad armi pari i Tedeschi.[3]

Molotov negò sempre in modo categorico l’esistenza di qualsiasi patto segreto per la spartizione della Polonia, limitandosi a notare come, nel 1939, in seguito alla ripresa dell’Ucraina occidentale e della Bielorussia occidentale da parte dell’URSS, fossero semplicemente stati ripristinati i vecchi confini applicando il principio delle nazionalità.
Le trattative con il Terzo Reich videro contrapporsi a Molotov il Ministro degli Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, un personaggio ricordato in modo poco lusinghiero sia dagli alleati che dai nemici. “Quando si è recato da noi” ricorda Molotov “La nostra contraerea per poco non abbatteva il suo aereo. E tutto per un banale malinteso.”

Con l’avvicinarsi della guerra, come lui stesso riconoscerà anni dopo, Molotov ebbe il compito di sondare il terreno diplomatico. Fu un onere particolarmente gravoso, che lo portò a incontrare le alte sfere del Reich, incluso lo stesso Hitler, per assicurare il più possibile la posizione dell’Unione Sovietica mentre la possibilità di un attacco tedesco si faceva sempre più tangibile.

Non bisogna semplificare; ma, affinché stati socialisti e capitalisti non entrino in conflitto è necessario fare patti chiari, fissando nettamente le rispettive sfere di influenza. Con Ribbentrop ci eravamo accordati in merito alle frontiere polacche. Si era deciso che non vi fossero truppe straniere, né in Finlandia, né in Romania. “Perché continuata a mantenervi i vostri eserciti?” “Sono minuzie.” “Sì, ma come si può pensare di affrontare le grandi questioni quando non ci si riesce ad accordare e ad agire di concreto sui dettagli.” Non demordeva, ed io neanche. Cominciava ad innervosirsi. Ma, io tenevo il punto, e alla fine l’ho spuntata.[4]

Con l’inizio dell’offensiva tedesca sul fronte orientale, Molotov portò avanti con tenacia la propria linea diplomatica: da un lato, non cedette mai alle ingannevoli offerte dei nazisti (un celebre aneddoto lo vede chiedere a Ribbentrop perché il negoziato si stesse tenendo in un rifugio antiaereo se, come sosteneva il ministro tedesco, l’impero britannico era prossimo alla sconfitta); dall’altro, assicurando l’alleanza con gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Accompagnò Stalin alle conferenze di Teheran (1943), Jalta (1944) e Potsdam (1945), e rappresentò l’URSS alla conferenza di San Francisco che portò alla creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nel 1948, Molotov si trovò interessato da un grave scandalo: sua moglie, Polina Žemčužina, fu arrestata con l’accusa di aver partecipato ad un complotto contro la vita di Stalin. Queste accuse, spesso fatte passare per “paranoia”, sono in realtà giustificabili se inquadrate nel clima di incertezza sorto in seguito alla morte prematura di Andrej Ždanov, morte che, come sarebbe stato confermato all’inizio del 1953, era stata provocata da un gruppo di medici facenti capo all’organizzazione sionista Joint. Seguendo le istruzioni di Stalin, Molotov divorziò dalla moglie, che fu arrestata all’inizio del ’49. Fu liberata solo in seguito alla morte di Stalin e, nonostante la prigionia, la sua ammirazione per il leader non venne mai meno. Lei e Molotov si risposarono e vissero insieme fino alla morte di lei, avvenuta nel 1970.

Fu proprio la morte di Stalin a segnare l’inizio della fine per la carriera politica di Molotov, il quale non rinnegò mai la propria fedeltà al leader. In seguito a un tentativo fallito di estromettere Chruščёv dal Partito, si ritrovò espulso sia dal Presidium che dal Comitato Centrale, e relegato ad incarichi sempre meno rilevanti: fu ambasciatore in Mongolia del ’57 al ’60, quindi delegato permanente dell’URSS all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di Vienna. Nel ’62 fu completamente privato da qualsiasi carica ed espulso dal Partito. Pur avendo molte riserve sulla figura di Mao (“Era un uomo intelligente, un leader contadino, una specie di Pugačev cinese. Peccato non fosse un marxista.”), Molotov condivise il suo giudizio di revisionismo nei confronti di Chruščёv.

La riabilitazione di Molotov iniziò durante il governo di Brežnev e si completò nel 1984 sotto Černenko, che gli consegnò nuovamente la tessera del Partito. L’attività di Molotov, tuttavia, fu molto ridotta, soprattutto a causa dell’età avanzata. Dopo la riabilitazione, concesse una serie di interviste a Felix Čuev. Morì l’8 novembre 1986 a Kuncevo, dov’era stato ricoverato in seguito ad una broncopolmonite. Fu sepolto con una cerimonia sbrigativa nel cimitero di Novodevičij a Mosca, e ricordato più dalla stampa estera che da quella del proprio Paese. Nato sotto Alessandro III e morto sotto Gorbačёv, Molotov era sopravvissuto a undici capi di stato. L’unico a sopravvivergli dell’entourage staliniano fu Kaganovič, che morì nel 1991.

Scompariva così uno dei protagonisti del ventesimo secolo, un uomo che aveva vissuto in prima persona tutta la storia dell’Unione Sovietica, dai primi movimenti rivoluzionari fino agli ultimi anni della guerra fredda. Nonostante il suo assiduo lavoro per il socialismo e l’Unione Sovietica, Molotov trascorse i suoi ultimi anni assistendo al tradimento della causa alla quale aveva dedicato tutta la propria vita, per poi morire solo e quasi dimenticato, ma senza mai rinnegare i principi che lo avevano guidato per tutta la sua parabola politica. Ironicamente, uno dei più sentiti omaggi alla sua figura proviene da un suo acerrimo rivale, Winston Churchill, il quale scrisse nelle proprie memorie di guerra:

Di certo la macchina sovietica aveva trovato in Molotov un rappresentante capace e, in molti modi, caratteristico – l’uomo sempre fedele al Partito e al comunismo. Come sono grato, giunto alla fine della mia vita, di non aver sopportato i tormenti che ha sopportato lui; avrei preferito non essere mai nato. Nella condotta degli affari esteri, Mazzarino, Talleyrand e Metternich lo accoglierebbero tra i loro ranghi, se solo ci fosse un altro mondo nel quale i bolscevichi si concedessero di andare.[5]

Elia Ansaloni

NOTE
[1] Felix Čuev, Conversazioni con Molotov
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Tradotto da Winston Churchill, The Second World War, Vol. I : The Gathering Storm (1948)

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