Nella serata di ieri, l’Eba (European Banking Authority) ha pubblicato i risultati degli stress test fatti sui bilanci delle maggiori banche del continente europeo con un attivo superiore ai 30 miliardi di euro. L’Eba misura la solidità patrimoniale delle banche attraverso un particolare parametro, il Cet-1 (Common Equity Tier 1), un indice espresso in percentuale che mette a rapporto il capitale ordinario versato (Tier 1) con le attività ponderate per il rischio. In pratica viene analizzata la qualità dei prestiti concessi e dei titoli obbligazionari in portafoglio. Più alto sarà il Cet-1 e maggiore sarà la solidità patrimoniale dell’istituto di credito sotto esame. Il Cet-1 viene utilizzato per fare delle simulazioni anche in situazioni avverse, calcolandone l’andamento in caso di eventuali shock sui mercati. Il test è superato quando anche in uno scenario avverso, il Cet-1 è superiore al 5,5%; nel caso di fallimento la banca dovrà provvedere a ricapitalizzarsi.

Ovviamente gli stress test si basano sui dati rilevati dall’ultimo bilancio disponibile, cioè quello del 2015. Si capisce quindi che la fotografia reale che ci mostrano i risultati è ferma al 31/12/2015, anche se poi le simulazione tendono a studiare l’andamento patrimoniale fino al 2018. Manca quindi tutta la situazione di sofferenza creatasi a partire dal 1 gennaio 2016, con l’introduzione delle nuove regole sul bail-in, con il valore dei titoli bancari precipitati in pochi mesi e tutto quello che in questi mesi abbiamo raccontato e che ormai conosciamo bene.  La fotografia che viene fuori dagli stress test, dunque, potrebbe essere già vecchia.

Comunque, per l’Italia erano sotto esame cinque istituti di credito: Unicredit, Intesa San Paolo, Banco Popolare, Ubi Banca e Monte dei Paschi di Siena. Tra queste, l’unica bocciata è stata Mps che si è attestata come la peggior banca di tutta europa con un Cet-1 attuale (riferito al 31/12/2015) del 12,1%, ma che in simulazione di scenario avverso fino al 2018 si attesterebbe al -2,4% (lo scenario base invece rimarrebbe al 12,2%). Le altre banche italiane superano la soglia del 5,5% in scenario avverso e vengono promosse dagli stress test: prima fra tutte Intesa San Paolo con il 10,2%, seguita da Banco Popolare con il 9,0%, poi Ubi Banca con l’8,8% e infine Unicredit con il 7,1%.

Comprese le italiane, gli stress test sono stati effettuati per un totale di 51 banche europee, escluse quelle di Grecia e Portogallo che non hanno partecipato perché ritenute ancora “troppo fragili”. Delle banche considerate sistemiche vanno segnalate: Bnp Paribas con un Cet-1 pari al 8,5%, Santander con l’8,2%, Deutsche Bank con il 7,8% e Barclays con il 7,3%.

I risultati confermano la necessità di una ricapitalizzazione di Mps (si parla di circa 5 miliardi di euro). Nelle ultime settimane si è parlato di questa banca e sul suo prossimo ed ennesimo salvataggio. Anche la stampa internazionale ha monitorato il caso, arrivando a dire che Renzi sarebbe stato costretto a sfidare Bruxelles, accantonando le regole dell’Unione Bancaria e a salvare Mps con un intervento pubblico. Mentre da più parti, prima fra tutti dall’Abi con Patuelli, si iniziavano a percepire insofferenze verso le regole del bail-in tanto da definirlo “incostituzionale”. Dal governo italiano, però, le dichiarazioni sono state tutte volte a voler “rispettare le regole europee”, a dire che “le banche italiane sono solide” e a trovare una “soluzione di mercato” per i casi particolari come Mps. La soluzione che negli ultimi giorni sembrava la più probabile era quella della costituzione di un fondo Atlante 2, con la partecipazione nel capitale di banche più sane, di Cassa Depositi e Prestiti, le assicurazioni e, novità, con un contributo di 500 milioni di euro anche con la partecipazione delle Casse di Previdenza private riunite nell’Adepp, l’Associazione degli Enti previdenziali privati. La proposta ha lasciato molta perplessità, perfino nei soggetti interessati, poiché è palese che così facendo si metterebbero a rischio anche le banche reputate “sane” oltre che le pensioni dei professionisti e con Cdp anche i risparmi postali. Ricordiamo che Atlante 2 comprerà gli Npl (crediti deteriorati) di Monte dei Paschi al 33% del loro valore di libro.

Poco prima della pubblicazione dei risultati sugli stress test, la Vigilanza della Bce ha dato la sua autorizzazione per il salvataggio di Mps. Il piano prevede di cedere l’intero blocco di Npl, che è pari a 27 miliardi di euro, in un veicolo dedicato che li comprerà al 33% del valore di libro, pari quindi a circa 9,2 miliardi di euro. Questa prima fase dovrebbe essere effettuata da Atlante 2. In seconda fase, una volta ripulito il bilancio, si procederà alla ricapitalizzazione di 5 miliardi, che sarà garantito dal consorzio di banche composto da: JP Morgan e Mediobanca alle quali si uniranno altre 6 banche: Goldman Sachs, Credit Suisse, Santander, Citi, BofA Merrill Lynch e, udite udite, Deutsche Bank. Insomma, il salvataggio approvato dalla Bce potrebbe mettere in difficoltà anche la parte “sana” del sistema bancario italiano e coinvolgere anche quello europeo. Se questa è la “soluzione di mercato” paventata da Padoan, una soluzione fatta di travasi di sofferenze da realtà malate a realtà più sane, c’è davvero da star preoccupati. Forse la vera soluzione di mercato verrà dopo l’estate e si chiamerà bail-in.

Ma ormai che si tratti di bail-in o bail-out, che vengano attuati salvataggi pubblici o privati, non fa più alcuna differenza. Ricordiamo che Mps fu “salvata” nel 2013 dal governo Monti attraverso un prestito pubblico di 3,9 miliardi di euro, i soldi ricavati dall’Imu sulla prima casa. Eppure dopo tre anni la situazione è al punto di partenza, se non peggiorata. Qual’è dunque la causa della crisi delle nostre banche? Ce lo spiega in una sua recente analisi, Matthew Lynn, giornalista britannico esperto di finanza, il quale appunto scrive che “l’Italia non è in crisi bancaria; è in crisi di euro”

“In realtà, l’Italia non ha affatto una crisi bancaria. Ha una crisi valutaria. L’euro ha succhiato la domanda fuori dall’economia e ha ucciso la crescita. Il risultato? Le sofferenze sono salite alle stelle. Ora sta frenando il governo dal salvare il settore finanziario. Il primo ministro Matteo Renzi può nascondere la magagne, ma fino a quando il paese non trova il modo di vivere con l’euro, o una via d’uscita dalla zona euro, nessuno dei suoi problemi sarà risolto.

[…]

Secondo i dati del FMI, le banche del paese hanno 360 miliardi di euro di crediti in sofferenza, pari al 18% del prodotto interno lordo. I prezzi delle azioni di tutte le maggiori banche sono in caduta libera. Unicredit, la più grande banca del paese, ha visto la sue azioni perdere oltre il 60% del valore. Banca Popolare di Milano ha perso oltre il 60% da inizio anno, e così anche Intesa Sanpaolo.

Queste sono il tipo di perdite che suggeriscono che una banca sta per finire in guai seri. Anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha detto all’inizio di questo mese che il settore avrebbe bisogno di una qualche forma di aiuto di Stato.

Ci siamo già passati, naturalmente. Le banche fanno un sacco di prestiti irresponsabili. Caricano aziende, promotori immobiliari e consumatori con i debiti, e poi, quando i mercati iniziano a scendere, molti di questi prestiti vanno male e non possono essere rimborsati.

[…]

In realtà, le banche italiane sono state gestite in modo perfettamente prudente e ragionevole. Il problema è che l’economia è diventata molto più piccola. La crescita ha colpito un muro, e sembra impossibile farla tornare in vita. Nel 2015, l’economia italiana è cresciuta meno dell’1%. In realtà, l’economia in Italia è tuttora più piccola dell’8% di quanto era prima del crollo del 2008, e non è più grande di quanto fosse nel 1999, quando è entrata nell’euro.

Non è difficile capire cosa sta succedendo. Quando l’economia è così fiacca, un sacco di piccole imprese lottano per ripagare i loro debiti. Allo stesso modo, i mutui vanno male e così i prestiti al consumo. Un debito che sembrava perfettamente gestibile un decennio fa, non sembra così sano a 10 anni di distanza, quando l’economia è quasi un decimo più piccola, la disoccupazione è molto più alta, e i salari reali sono continuamente in calo.

Quindi i livelli di debito sono aumentati inesorabilmente, solo perché l’economia annaspa.

Ciò ha portato ad una marea di crediti inesigibili. Semmai, è sorprendente non che le banche siano in difficoltà, ma che c’è voluto così tanto tempo perché i problemi emergessero.

In realtà, quello che ha l’Italia è una crisi da euro, non è una crisi bancaria. La moneta unica ha distrutto la competitività di quello che, 20 anni fa, era un settore manifatturiero perfettamente sano. Ha succhiato domanda fuori dall’economia, e ha sovraccaricato la spesa dei consumatori.

La situazione peggiora. Le regole dell’Eurozona introdotte all’inizio di quest’anno significano che i detentori di obbligazioni, che in Italia sta ad intendere molti investitori privati, devono essere utilizzati per il “bail-in”. Il governo non può semplicemente salvare le banche nei guai. Deve fare in modo che anche gli investitori privati ricevano un brutto colpo – e dal momento che molti sono semplici risparmiatori, questo significherà un calo anche maggiore della domanda, e lascerà l’economia in una forma ancora peggiore.

Come vi dirà qualsiasi medico, a meno che la diagnosi non sia giusta non vi sarà alcuna speranza di successo del trattamento.”

Quand’è che lo capiranno anche Renzi e Padoan? Mancano solo loro. Anche in Europa qualcosa sta cominciando a muoversi: il FMI ha perfino chiesto scusa per i disastri fatti in Grecia! Per non parlare del fatto che da Oltreoceano, quel ciclone chiamato Donald Trump, nella recente Convention Repubblicana si è detto favorevole al ritorno del Glass-Streagall Act, la legge che separava le banche d’affari da quelle di credito, abolito dal marito della sua attuale rivale per la corsa alla Casa Bianca, l’ex Presidente Bill Clinton.

Marco Muscillo.

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