Dagli anni ’50 agli anni ’80 del ‘900, l’Europa occidentale é stata caratterizzata da un generale innalzamento del tenore di vita, tale da far chiamare quel periodo “Trenta Gloriosi”.
Eppure, tranne rare eccezioni, l’aumento della qualità della vita della popolazione europea non andò di pari passo con un possibile attenuarsi delle disuguaglianze economiche e sociali tra le classi. Invero, questo innalzamento del tenore di vita di moltitudini di persone, garantì un vasto e diffuso accesso ai beni, sia di prima necessità che di altro consumo.
L’aumento della prosperità nel Vecchio Continente venne reso possibile da un fattore decisivo: la redistribuzione, pura e indiretta, delle ricchezze.

Quando parliamo di redistribuzione pura, intendiamo i meccanismi di ripartizione della ricchezza dai capitali e dai profitti verso i salari; mentre invece, quando parliamo di redistribuzione indiretta, intendiamo i meccanismi di ripartizione della ricchezza dai capitali e dai profitti, convertiti non in un aumento dei salari ma in garanzie assicurative e sociali a tutela dei lavoratori salariati.

Di conseguenza, è facile intuire come le classi sociali meno abbienti, nei trenta già citati anni del secolo scorso, abbiano potuto godere di una qualità della vita dignitosa. Pur non aumentando i salari rispetto ai profitti, si é registrato un notevole aumento delle garanzie assicurative – come la pensione, la sanità e l’istruzione pubblica, le leggi a tutela del diritto al lavoro come l’articolo 18 -, che ha nel complesso garantito alla totalità della popolazione salariata e non, di accedere a ogni tipo di bene e ottenere riconoscimento sociale.

Ma procediamo con ordine:

1) Dal 1950 al 1980, benché sia aumentata la qualità della vita delle classi non-proprietarie, il peso sul PIL dei Paesi occidentali del salario rispetto al capitale, non è aumentato. Cosa vuol dire questo? Semplicemente, che non c’è stato nessun vero innalzamento dei salari e nessuna vera riduzione dei ca-pitali. Cioè, non vi è stata una vera e propria redistribuzione pura.
Certo, però, é innegabile che in qualche modo, le masse di lavoratori industriali formatesi nel Dopo Guerra, abbiano potuto ottenere una buona qualità della vita nella seconda metà del ‘900.
L’unica risposta plausibile al perché di questo fenomeno, è che le forze sociali proletarie (o più generalmente non-proprietarie) abbiano ricevuto una enorme redistribuzione indiretta. Questa redistribuzione é stata attuata attraverso la tassazione progressiva dei ceti industriali, convertendo poi le stesse tasse in servizi di protezione sociale per i lavoratori salariati.
Ovvero, nessuna grande somma di denaro è stata tolta ai capitali e data direttamente ai salari. Invece, una grande somma di denaro è stata tolta ai capitali e data al Welfare.

2) Questa fortunata pratica politica, che garantendo un cospicuo consumo in-terno ha incentivato la produzione nazionale, è però venuto a rompersi. Certo, si è rotto perché l’ideologia dominante – instauratasi con l’ascesa al potere della Thatcher e di Reagan tra il 1979 e il 1981, in Regno Unito e Stati Uniti – si basa principalmente sul celebrare l’efficienza del privato rispetto al pubblico. Ma è cosa risaputa che nessuna ideologia si afferma senza avere un terre-no fertile in cui pascolare.
I ceti imprenditoriali hanno favorito l’idea neo-liberale perché il costo del lavoro (salari e garanzie per i salariati) iniziava a turbare i loro capitali.
Di conseguenza, é stato facile affermare l’idea di deregulation, in un periodo in cui il potere economico delle classi al vertice era visibilmente turbato dai costi del lavoro.

3) I nostri politici, da qualche anno a questa parte, affermano di continuo che “I sindacati sono retaggi ottocenteschi”. In questa affermazione, per quel che concerne il modo di pensare e di agire dei sindacati odierni, hanno completamente ragione. La maggioranza dei sindacati europei e occidentali ha analizzato il periodo dei Trenta Gloriosi come un periodo in cui i salari aumentavano a di-scapito dei capitali. Non è un caso che il Partito della Rifondazione Comuni-sta (Prc) ancora nel 2001 lanciasse manifesti con scritto: “Salari in lire prezzi in euro. Aumentare stipendi e pensioni.”
Il problema è che chiedere a un imprenditore di regalare una parte del suo capitale a un lavoratore – e pretendere di ottenere una risposta positiva – è un po’ come chiedere a un pesce di sostituire le branchie con dei polmoni.
Per di più, la piccola e media imprenditoria è sottoposta a un processo di proletarizzazione crescente, e non potrebbe materialmente sopportare una riduzione dei propri capitali. Cosa che, tra l’altro, non farebbe altro che giovare ai grandi capitalisti transnazionali.

Il problema allora è uno solo. Quello, cioè, di ripensare gli strumenti della redistribuzione e iniziare a richiedere non una tassazione del capitale, bensì una tassazione del profitto, strumento che garantirebbe di non scalfire i capitali e di redistribuire la ricchezza per via indiretta (ricostruendo, quindi, le assicurazioni sociali) e per via diretta (incrementando i salari attraverso premi di produttività o altri meccanismi interni alle aziende). Facendo questo, il costo del lavoro non graverebbe più sul capitale costante, di modo che risulterebbe più conveniente investire in lavoro che in capitale (macchinari informatici e robotici), creando così la possibilità di abbattere le statistiche di disoccupazione.

Questa mossa garantirebbe, plausibilmente, un miglioramento generale delle condizioni delle classi non-proprietarie e la ricompattazione politica dei ceti più “proletari”

Tete Mir

 

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