Ieri, nel suo discorso alla televisione, Jacob Zuma, ormai ex Presidente del Sudafrica, ha dichiarato: “Sono arrivato alla decisione di dimettermi da presidente della repubblica con effetto immediato. Nonostante sia in disaccordo con la leadership del mio partito, sono sempre stato un membro disciplinato dell’ANC“. Si è così concluso un lungo braccio di ferro fra lui ed il suo partito che andava avanti ormai dallo scorso dicembre. Zuma ha dovuto dimettersi prima che scattassero le dimissioni d’ufficio, decise tramite una mozione di sfiducia votata dal suo stesso partito.

L’ex Presidente ha guidato il Sudafrica, la più importante economia africana, per nove anni. In tutto questo periodo il suo operato non è sempre stato dei migliori, al punto che Zuma ha sperperato il grande vantaggio elettorale che l’ANC vantava sugli altri partiti sudafricani. Quello che un tempo era il partito di Nelson Mandela, oggi è in lotta per garantirsi un futuro come forza di maggioranza, e per farlo non ha dovuto esitare di fronte alla necessità di scaricare il suo massimo rappresentante, Zuma.

Già nel 2016, in occasione delle elezioni locali, molti neri avevano scelto o di non votare o di passare con l’opposizione, voltando così le spalle all’ANC. Pretoria e Johannesburg, solo per citare le due città più importanti del paese, cambiarono in quell’occasione bandiera. Alle elezioni del prossimo anno l’ANC potrebbe prendere persino meno del 50%, un’ipotesi che solo fino a pochi anni fa sembrava assolutamente inimmaginabile.

Zuma ha avuto in tutto questo grandi colpe: sotto la sua presidenza è aumentata, per esempio, la sfiducia nelle istituzioni, e quindi anche verso il partito come “demiurgo” in grado di curare i mali storici del paese con la sua “rivoluzione gentile”. Durante la sua presidenza, per esempio, venne accusato di aver violentato la figlia 31enne sieropositiva di un amico, anche se poi nel 2006 il processo si chiuse con un verdetto di non colpevolezza. Non sono mancati poi scandali relativi al suo clientelismo e nepotismo, anche se ciò che davvero più ha segnato la sua parabola politica è stato il caso della sua residenza di Nkandla, ampliata e restaurata con fondi pubblici. I lavori ammontavano a 500mila euro, e per molto tempo Zuma si rifiutò di risarcire l’ammontare all’erario.

Certo, molte di queste accuse sono state frottole orchestrate dai media e dalle opposizioni poco inclini a digerire un Sudafrica indipendente e saldamente inserito nei BRICS, al di fuori della sfera d’influenza statunitense ed occidentale. Ma è anche vero che Zuma ha fatto grossi errori ed ancor più grosse dimenticanze, per esempio in ambito economico, e rendendo così più vulnerabile il proprio paese. Al momento del suo insediamento aveva promesso una “trasformazione radicale dell’economia” che avrebbe dovuto migliorare soprattutto le condizioni delle classi nere più povere del paese, lasciate indietro durante la rapida crescita economica dei deici anni di presidenza di Thabo Mbeki (1999-2009). Le cose però non sono andate come previsto ed oggi l’economia sudafricana ha smesso di crescere, mentre il debito pubblico è stato declassato a “spazzatura” e la disoccupazione ha raggiunto il 25%. Anche le diseguaglianze sociali hanno ricominciato a crescere, e sono più forti di prima.

L’incarico di Presidente del Sudafrica, almeno fino alle prossime elezioni, è stato preso da Cyril Ramaphosa, l’uomo che negli ultimi due mesi ha guidato la rivolta interna all’ANC contro Zuma. Ramaphosa, 65 anni, è stato eletto leader dell’ANC lo scorso dicembre, in un Congresso di partito molto teso e dove è stato preferito a Nkosazana Dlamini-Zuma, la moglie di Jacob Zuma, da questi fortissimamente sostenuta. E’ un ex leader sindacalista che nel corso degli anni è diventato uno degli uomini più ricchi di tutta l’Africa, prima di tornare a fare politica. E’ molto noto anche perché fu capo negoziatore dell’ANC nelle fasi finali del regime dell’apartheid ed è considerato un politico che potrebbe aiutare a superare le divisioni interne al partito.

Di sicuro non può non lasciare indifferenti come, nell’ambito dei BRICS, questo rappresenti dopo quello brasiliano il secondo “ribaltone”, che mette sempre più in crisi un’alleanza dove i ventri molli rapresentati da Brasilia e Johannesburg sono infatti stati prontamente colpiti ed affondati non solo da forze interne, ma anche esterne, le une e le altre perfettamente ben coordinate fra di loro. Non deve nemmeno passare inosservato il recente cambiamento di regime avvenuto nel confinante Zimbabwe, un altro paese che esattamente come il Sudafrica vanta rapporti del tutto privilegiati con Pechino, quest’ultima a sua volta fortemente impegnata ad entrare nel Continente Africano con importanti politiche economiche, commerciali e finanziarie.

E’ ancora presto per dire se verso i BRICS e la politica cinese in Africa ci sia una controffensiva guidata dall’Occidente, ed espressasi proprio in questi recenti cambi di regime ed abbattimenti di statue: ma di sicuro a Washington come adaltrove questi fatti non possono che suonare come buone notizie.

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