Il Carnevale è ormai diventato una festa “per bambini”. Si può notare come nelle strade un tempo attraversate da maschere di tutte le età ora si vedano quasi soltanto quelle indossate da bambini. Fanno eccezione le città di grande tradizione carnascialesca, come ad esempio Venezia: oltre all’antico retaggio influisce qui il fattore turistico e commerciale. Al di fuori di queste località, il Carnevale è oramai poco più che un semplice doppione di ‘Halloween’ (http://www.opinione-pubblica.com/dolcetto-o-scherzetto-laltra-faccia-di-halloween/).

Celebrata nei paesi cristiani e da sempre legata alla Quaresima, che precede ed alla quale prepara, attraverso una breve sospensione di regole che poi diventeranno, per un periodo proverbialmente lungo, ancora più stringenti che non nel resto dell’anno, questa festa ha perso interesse per il semplice motivo che sempre meno si seguono le regole quaresimali e, più in generale, si accettano discipline imposte dall’esterno.

Per rispettare una regola, sia essa di origine esterna oppure autoimposta, prevedere qualche “eccezione” che la conferma può essere un toccasana. Il fatto che la trasgressione sia ritualizzata, fissandola in un particolare momento ad essa dedicato, ne riduce la carica pericolosa e distruttiva. E’ come in quelle diete che prevedono un pasto libero ogni tanto: uscire dalla regola nel giorno stabilito, permette di portarla avanti per tempi più lunghi ed ottenere quindi migliori risultati.

Secondo una delle più accreditate teorie a riguardo, l’origine etimologica della parola carnevale sarebbe legata proprio a regole alimentari, derivando da “carnem levare”, ovvero eliminare la carne: nel Medioevo la regola ecclesiastica dell’astenersi dal mangiarla difatti non vigeva soltanto per il mercoledì delle Ceneri e per i venerdì, ma per tutto il periodo della Quaresima. Allora il martedì grasso ci si poteva fare un’ultima scorpacciata, per poi dimenticarsene fino a Pasqua, mentre oggi sono assai diffuse condotte alimentari diverse, con agli estremi chi mangia carne quasi ogni giorno dell’anno e chi non lo fa mai, spesso per una propria scelta autonoma. Ma con “astinenza dalla carne”, ci si riferiva pure, com’è noto, a quella sessuale: anche in questo senso si può immaginare che nella festa ci si prendesse qualche libertà particolare, ma a quanto pare di questi tempi chi ha l’intenzione di farlo non aspetta giornate particolari: questo fatto spiega assai bene l’attuale disinteresse di molti adulti.

Invece i bambini, beati loro, sanno sempre gioire quando possono giocare e mascherarsi: è una componente del gioco. Anche senza mettersi nulla a celare il volto, si può sempre dire “facciamo che io ero la guardia e tu il ladro”.

Anche noi adulti sappiamo fingerci qualcun altro senza fare uso di maschere: talvolta inganniamo così noi stessi e gli altri, in ogni periodo dell’anno e non solo in questo periodo storico. E’ assai diverso mettere una maschera per poterla poi togliere, oppure per ingannare anche se stessi: la prima condotta è creativa, la seconda è autodistruttiva. Il momento in cui “si tolgono le maschere” alla fine del Carnevale, vale anche come simbolo della ricerca della verità. Festeggiarlo può essere quindi d’aiuto anche per abituarsi a giocare in modo sano con le proprie maschere.

Queste due importanti funzioni, la trasgressione ed il mascheramento, vissute però in modo consapevole e controllato grazie alla cornice offerta dal rito, sono riconosciute anche da esponenti di un altro vertice osservativo, mai troppo tenero nei confronti della psicologia scientifica. In ‘Simboli della scienza sacra’, scritto nel 1962, René Guénon definiva infatti un segno preoccupante il ridotto interesse per le feste carnevalesche, in quanto dimostrazione del fatto che non ci si preoccupasse più “di circoscrivere il disordine e di racchiuderlo entro limiti rigorosamente definiti, quando esso è diffuso dappertutto e si manifesta costantemente in tutti gli ambiti in cui si esercita l’attività umana”.

Concludeva quindi che “la scomparsa quasi completa di queste feste, di cui, se ci si limitasse alle apparenze esteriori e da un punto di vista semplicemente estetico, ci si potrebbe rallegrare per via dell’aspetto laido che inevitabilmente assumono, questa scomparsa, diciamo, costituisce al contrario, se si va al fondo delle cose, un sintomo assai preoccupante, poiché testimonia che il disordine ha fatto irruzione nell’intero corso dell’esistenza e si è a tal punto generalizzato da far sì che noi viviamo in realtà, si potrebbe dire, in un sinistro carnevale perpetuo”.

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