L’ennesimo tentativo di rivoluzione colorata è stato da poco sventato dal governo dell’Azerbaijan. Lo schema è sempre lo stesso: si crea una fantomatica opposizione, si sovvenzionano e si addestrano sedicenti giornalisti alternativi, si pompano notizie tendenziose, quando non inventate, contro il governo, accusato di corruzione, di essere dittatoriale, di commettere brogli, di essere filorusso, eccetera, poi si lanciano delle parole chiave, associate a un colore (ex. In Ucraina la prima «rivoluzione» fu arancione) o a un fiore (in Kirghizistan furono i tulipani) e ad alcuni simboli (a Berlino, nell’89 fu l’abbattimento del Muro, in Ucraina le foto del collaborazionista dei tedeschi, Bandera, e i simboli nazisti) quindi si accende la miccia. L’accensione della miccia corrisponde alla ripetizione ossessiva, attraverso i media, fra cui internet, dei simboli e della parola chiave, associata a un hashtag, in modo da renderla «virale» e, con essa, anche l’idea-sentimento-impulso che qualcosa debba essere fatta per ottenere tutto ciò che si nasconde dietro la promessa di entrare nell’orbita euroamerica, vale a dire benessere, oggetti di consumo, lussi, successo, gioia, speranza e libertà (ricordate che i messaggi pubblicitari hanno proprio lo scopo di associare il proprio prodotto a tutte queste caratteristiche appena elencate, quindi non è stato inventato nulla di nuovo).

Vengono anche additati uno o più nemici, di solito anch’essi associati a un simbolo. Es. il Muro di Berlino, simbolo «dell’oppressione sovietica», oppure le statue di Stalin o di Lenin, che tutt’ora vengono abbattute, la cui distruzione è a un tempo simbolo dell’odio (in questo caso contro i russi, ma in altri si tratta della Cina o di qualche Paese sudamericano) e benzina che continua ad alimentare tale odio.

A quel punto un gruppuscolo di provocatori, mercenari stranieri e membri di forze speciali in incognito, appositamente addestrati, scendono in piazza a spargere il caos, cercando il morto. Se la polizia non ci casca, i suoi agenti vengono aggrediti e feriti o uccisi, poi si fa in modo di sparare contro la folla (all’inizio poco numerosa) facendo credere che sia opera del governo, così da delegittimarlo sul piano internazionale. Il che, tradotto, significa: permettere all’America di operare apertamente contro di esso, senza opposizione, quanto meno in occidente. Anzi, se il lavoro di persuasione, che nel frattempo si è sviluppato anche in occidente stesso, è stato svolto correttamente, l’opinione pubblica invocherà gran voce un intervento, anche militare, contro tale governo, dipinto come fascista, stalinista, tirannico, etc. per «salvare» i civili e portare libertà, sicurezza e democrazia.

In ogni caso, di solito, se qualche forza, interna o esterna, non si oppone, si arriva al golpe, che i media occidentali saluteranno come la vittoria della democrazia, della libertà, la «primavera» (es. quella araba, ma molto ci sarebbe da dire su quella di Praga, tanto per nominarne un’altra) e gli pseudorivouzionari che infestano internet e i margini della vita civile si affretteranno a esultare, a «mettere il cappello» su tale evento. E ovviamente il governo precedente, e la Russia (o la Cina) verranno biasimati per tutto ciò che non andava prima e non andrà dopo. Perché è ben noto che, al di fuori del continente americano, tali eventi si svolgano sempre ai danni di Russia e, a volte, Cina.

«L’Assistente del Presidente dell’Azerbaigian ha detto che alcuni media stranieri non rispettano le regole dell’accreditamento e svolgono nel paese attività illegale. I dipendenti di alcuni media stranieri sono stati arrestati in Azerbaigian con l’accusa di aver violato le regole dell’accreditamento. […] I canali televisivi Interaz, Euroaz, la radio” Voice of America “, il sito Meydan-TV e altri media stranieri e il loro staff, nonostante ripetuti avvertimenti, ad oggi non sono conformi alle norme applicabili e svolgono attività illegale all’interno del paese. […] i rappresentanti dei media sia locali, che stranieri devono svolgere la propria attività nel rispetto della legge. »1

E’ quello che è accaduto in Ucraina, tanto per fare un nome, o a Hong Kong, con la «rivoluzione degli ombrelli» (qui il tentativo è stato stroncato subito, mentre nel primo caso a tutt’oggi imperversa la guerra). In questi casi è andata male, perché, rispettivamente, russi e cinesi si sono mossi bene e hanno contrastato le manovre americane. In altri casi, come in Libia, tutto si è svolto più o meno secondo i piani, con folle di pacifisti (sic!) scese in piazza per distruggere l’ambasciata e invocare i bombardamenti contro il dittatore di turno.

Certo, l’Azerbaijan è più lontano e misterioso, forse anche sconosciuto ai più, rispetto a Ucraina e Libia. E il governo meno ostile alla Russia, più accentrato e deciso rispetto a quello del Don Abbondio di Ucraina (Yanukovich). Questo rende le manovre americane più difficili. Tuttavia, i fronti aperti da Washington sono tanti: in America Latina ci sono i continui tentativi di golpe contro i governi dell’Argentina, del Venezuela e del Brasile, oltre alle manovre striscianti contro altre realtà, come Cuba e Bolivia.

In questa sede non abbiamo lo spazio necessario per portare delle fonti a nostro sostegno, così ci limiteremo a rinviare il lettore ben disposto ai nostri precedenti articoli, in particolare quelli sull’Ucraina, e al libro: Battaglia per il Donbass.2

1 http://ria.ru/world/20150921/1269710640.html – Traduzione di Tania Valieva

2 Autori: Filippo Bovo, Massimiliano Greco e Alessandro Lattanzio

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