Tariq Aziz, che fu strettissimo collaboratore, portavoce e quasi “volto esterno” del regime di Saddam Hussein tra il 1979 e il 2003 si é spento all’età di settantanove anni in una clinica di Nassiriyah dove era ricoverato sotto sorveglianza a causa dei molti problemi di salute (tra cui diabete e cardiopatie); contro di lui era stata emessa una sentenza di morte nel 2010, ma, curiosamente, l’allora Presidente dell’Irak post-Saddam, il Curdo Talabani, non firmò mai l’ordine esecutivo al riguardo. Aziz ha così speso gli ultimi cinque anni della sua odissea umana sospeso in una specie di limbo.
Eppure, come abbiamo detto, per molti decenni egli fu uno degli uomini più famosi e potenti dell’Irak, sicuramente l’unico a cui Saddam Hussein prestava attento ascolto, pur riservando sempre per sé le decisioni finali. Si poteva esser certi che durante le sedute del Consiglio del Comando della Rivoluzione, quando il Caldeo Cristiano nato a Tel Keppe alzava la mano per intervenire, il dittatore di Tikrit gli avrebbe sempre concesso il tempo necessario a esporre le proprie osservazioni. Saddam aveva bisogno di Aziz, perché in tutta la sua vita non era mai andato più all’estero del Cairo dove aveva vissuto dal 1959 al 1963, mentre il suo collaboratore aveva avuto una ‘bildung’ più internazionale e capiva meglio la mentalità occidentale, in specie quella anglosassone.
Nato Mikhail Yuhanna nella piccola minoranza cattolica irakena, Aziz assunse ben presto un nome più ‘arabo’ per farsi meglio accettare dall’elìte sunnita che nel Secondo Dopoguerra dominava la vita pubblica irakena; dopo gli studi che condusse all’Università di Bagdad, laureandosi in Letteratura Inglese, iniziò a lavorare come giornalista per il quotidiano ‘Al-Jumuriyah’ (La Repubblica) e aderì alla branca locale del Partito Socialista Arabo Baath, del quale si trovò poi a dirigere il quotidiano, l’Al-Thawra.
Attraverso la lotta politica interna, si trovò a fianco di Saddam Hussein quando con un colpo di stato praticamente incruento, quest’ultimo assunse il controllo del paese, pur lasciando che Ahmed Hassan al-Bakr assumesse formalmente la Presidenza, limitandosi a fargli da Vice per un decennio. Fanaticamente leale al suo capo, Aziz controllò per suo conto il Comando Regionale del Baath fino a quando, nel 1977, venne elevato a sua volta al Consiglio del Comando della Rivoluzione. Ormai Saddam stava per prendere anche ufficialmente le leve del comando e aveva bisogno di tutta la sottigliezza e l’abilità diplomatica e organizzativa di cui Aziz aveva mostrato di essere ampiamente dotato.
Saddam espulse ed eliminò dal Baath praticamente tutti gli esponenti sciiti che prima del suo ‘regno’ avevano comunque una certa presenza nei ranghi dell’organizzazione; Aziz capì che coltivando la sua vicinanza al ‘Rais’ poteva anche proteggere la sua minoranza etnica e religiosa da eventuali persecuzioni.
Saddam pensava che fosse venuto il momento per vibrare un rapido devastante colpo contro l’Iran, a lungo potenza egemone dell’arena del Golfo Persico, che nel 1979 aveva sperimentato la scossa della Rivoluzione Islamica e di cui il leader baathista temeva alla lunga la possibilità di fascinazione ideologica sulle masse sciite che lui stesso aveva totalmente escluso dal governo della Cosa Pubblica.
Aziz fu fondamentale per raccogliere consenso presso la Francia, la Germania Ovest e soprattutto l’Inghilterra e gli Usa che iniziarono a sostenere come mai prima una piccola potenza regionale che fino agli anni ’60 e ’70 aveva semmai mostrato inclinazioni socialisteggianti e una certa benevolenza da parte di Mosca (che però non si tramutò mai in solido sostegno).
La guerra contro l’Iran doveva essere breve e vittoriosa e permettere di imporre l’Irak come stato arabo predominante sul proscenio mediorientale (in un periodo in cui il prestigio dell’Egitto era al Nadir per via degli Accordi di Camp David): Saddam lanciò progetti civili, sanitari, pensionistici e sociali faraonici, che avrebbero dovuto compensare la popolazione civile dei travagli della guerra e contribuire a rendere il Rais di Bagdad un “Nuovo Nabuccodonosor”.
Purtroppo la tenacissima resistenza iraniana, un ‘Miracolo di Valmy’ ripetuto tra Susangerd e Khorramshahr, smentì amaramente i dolci sogni di gloria di Saddam, trascinando la guerra per otto durissimi anni; la capacità diplomatica di Aziz venne testata al massimo, per convincere i partner occidentali a non abbandonare Bagdad quando il lauro della vittoria si era mostrato fugace e per coinvolgere altri paesi arabi (in specie Arabia Saudita e Kuwait) a sostenere lo sforzo bellico irakeno, convincendoli che Bagdad, tenendo impegnate le ‘fanatiche orde sciite’, combatteva, in definitiva anche per i pingui sovrani del petrolio.
L’aiuto saudita e kuwaitiano, però, non era a buon mercato e quando, nel 1989, Saddam e il Baath irakeno si trovarono per le mani un paese devastato e una popolazione gravata da lutti e privazioni, gli Emiri del Golfo anziché aiutarne la ricostruzione e il recupero si affrettarono a “presentare il conto”, motivo per cui, con una decisione di fronte alla quale tutta l’abilità persuasiva e la cautela di Aziz non poterono nulla, il dittatore di Bagdad decise di attaccare e invadere il Kuwait con l’intenzione di ridurre a più miti consigli Re e principi di Casa Saoud. Gli Stati Uniti, resi baldanzosi dal recente crollo del Muro di Berlino e dalla disgregazione del Blocco Orientale, presero invece la palla al balzo per convincere i Sauditi ad accogliere truppe straniere sul loro territorio e lanciare così la ‘Tempesta nel Deserto’.
Per molte persone di sentimenti terzomondisti e anti-imperialisti che, nate dalla metà degli anni ’80 in avanti, hanno sempre visto e ‘sperimentato’ l’Irak di Saddam Hussein (fino che é durato) come ‘vittima’ delle aggressioni e delle invasioni americane e occidentali, questo paese e la sua dirigenza sono diventati un po’ un “riferimento”, ma non bisogna mai dimenticarsi che per lunghi anni precedenti il Baath irakeno, il suo condottiero, i suoi dirigenti non ebbero nessun problema ad accordarsi con gli Usa di Reagan, Bush Sr, Baker e Rumsfeld, ad accettare l’intelligence satellitare del NRO, gli ‘aiuti agricoli’ made in Usa dai cui fertilizzanti vennero prodotte le armi chimiche usate vicino a Bassora e ad Al-Faw, i missili Exocet e gli aerei Mirage F1 e Super Etendard francesi, la tecnologia francese e tedesca con cui si cercò di costruire il reattore nucleare di Osirak.
L’ultimo decennio della sua carriera politica Aziz lo spese cercando spasmodicamente di evitare una nuova aggressione Usa che, tra embargo assassino e sporadici bombardamenti durante l’Era Clinton (quando bisognava distrarre l’opinione pubblica Usa dalle peripezie erotiche presidenziali), era rimasta incombente come una spada di Damocle sulla Mesopotamia per la maggior parte degli anni ’90. Guidato da un messianismo caciarone tipico dell’evangelismo ‘born again’ Bush Jr. decise di varcare quella soglia nel 2003 e nel maggio dello stesso anno l’Ex-vicepremier di Saddam Hussein si consegnava prigioniero agli invasori americani.
Evidentemente doveva conoscere molti segreti scomodi per la Casa Bianca altrimenti non si spiegherebbe come mai, dopo la condanna a morte, il Curdo Talabani (che secondo la vulgata occidentalista doveva avere tutti i motivi di volersi ‘vendicare’ dei famigerati ‘gasati’ di Halabja) rifiutò ostinatamente di rendere esecutiva la sentenza. Certo Tareq Aziz avrebbe potuto svelare molti imbarazzanti altarini dei rapporti Bagdad-Washigton; per questo, a modesto (ma molto ben ponderato) parere di chi scrive gli é stato consentito di spegnersi più o meno serenamente in un letto di una moderna clinica e non di scalciare attraverso la botola del boia.

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