E’ dal 2013 che una variopinta coalizione di forze takfire wahabite e filosaudite (Jund al-Sham, Abdullah Azzam, Fatah al-Islam) cerca di trasformare il campo profughi palestinese di Ain Hilweh in un nido di attività terroristiche che potesse fungere da ‘retrofronte’ per i gruppi armati attivi in Siria e da ‘punto nodale’ per la ragnatela di terrorismo estremista sostenuto da Riyadh e da Ankara non solo nel Levante, ma anche proiettato verso la Libia, il Nordafrica, il Sahel e l’Africa Nera.

Il loro piano è stato contrastato e impedito dalla determinata resistenza delle organizzazioni palestinesi laiche e filosiriane come Fatah, PFLP-GC e simili e da altre ancora di ispirazione religiosa ma non takfira e piuttosto schierate a favore dell’Asse della Resistenza (come ad esempio la Jihad Islamica Palestinese).

Tale lotta ha richiesto i suoi martiri, come Talal Urduni, responsabile della Sicurezza di Fatah nel campo, assassinato la scorsa estate, e, poche ore addietro, Hamza al-Natour, ucciso da sicari di Fatah al-Islam per ordine del noto terrorista Bilal Badr.

In seguito a questo nuovo assassinio si sono moltiplicati gli scontri a fuoco all’interno del campo profughi, che hanno provocato almeno un ferito tra la popolazione civile.

Nonostante che la maggior parte del confine siro-libanese sul lato siriano sia stato ripulito e bonificato dalle operazioni congiunte di Hezbollah e dell’Esercito di Assad nella zona tra Arsal, Qara e Jarajir dalla parte libanese rimangono ancora alcune enclavi terroristiche che l’Armee di Beirut, in mancanza di un Governo forte e col Paese dei Cedri attualmente privo di Presidente non si è risolta a rimuovere con la forza.

Le gravissime sconfitte patite in Siria negli ultimi sei mesi potrebbero suggerire ai burattinai wahabiti di Casa Saud di puntare su una destabilizzazione radicale del Libano per mantenere l’Asse della Resistenza sotto pressione ora che sia in Siria che in Irak la situazione militare sembra totalmente volta a favore di quest’ultimo.

Paolo Marcenaro

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