Dalle parole ai fatti, alla vecchia maniera di zio Sam. La direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Usa. Gli Stati Uniti hanno chiesto l’estradizione e l’udienza è stata fissata per domani.

E’ stato il ministero della Giustizia canadese a confermare e diffondere la notizia. La richiesta di arresto a stelle e strisce, riguarderebbe violazioni alle sanzioni americane contro l’Iran e arriva nello stesso giorno in cui il colosso cinese viene messo al bando da British Telecom per “rischio spionaggio”. Un tempismo tutt’altro che casuale, destinato probabilmente a far salire la tensione tra Usa e Cina nel campo tecnologico, dopo la recente tregua sui dazi.

Huawei è finita da qualche tempo nel mirino delle autorità americane per timori legati alla sicurezza. L’acquisto e l’uso di telefonini del secondo produttore di telefoni al mondo dopo Samsung, è stato vietato nelle agenzie governative. La società di Shenzen, che nel 2017 ha investito 11,6 miliardi di euro, il 15% dei ricavi, in ricerca e sviluppo, concentrandosi soprattutto sull’intelligenza artificiale e sul cloud, il mese scorso si è posizionata al 68° posto come miglior brand all’interno della classifica Best Global Brands 2018 stilata da Interbrand, società di consulenza tra le più quotate al mondo. Ha scalato la classifica di due posizioni rispetto al 2017 e il valore del suo brand ha visto un incremento del 14% con un fatturato annuo totale di 7,6 miliardi di dollari.

Immediate le reazioni delle autorità cinesi. “Abbiamo presentato rimostranze formali a Canada e Stati Uniti, chiedendo che entrambi chiariscano immediatamente le ragioni dell’arresto e liberino subito l’arrestata per proteggere i diritti legali della persona”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, durante una conferenza stampa. L’ambasciata cinese ha chiesto ufficialmente alle autorità canadesi di liberarla. Per la Cina è in corso “una seria violazione dei diritti umani”. “Non siamo a conoscenza di alcun illecito commesso dalla direttrice finanziaria”, fanno sapere dal quartier generale di Huawei.

Questione esclusivamente commerciale? A nostro avviso, assolutamente no. La partita è in buona parte geopolitica. L’arresto di Meng Wanzhou appare come un vigoroso strattone non solo alla Cina ma anche a tutti Paesi e all’Europa che continuano a rispettare l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran sancito anche da una risoluzione Onu. Dalle sanzioni alle imprese che commerciano con Teheran, gli Usa sono passati direttamente ai mandati di arresto.

Il dossier Huawei diventa attuale e scottante anche in Italia, con il governo gialloverde che potrebbe essere “costretto” a dover pagare un obolo per il sostegno alla sua azione manifestato in più occasioni dal presidente Usa Donald Trump. La questione è al vaglio del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Nei giorni scorsi, sono stati informati il ministro della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) ed il vicepremier Luigi Di Maio.

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